Dott.ssa Fei Emanuela

Intervista alla Dott.ssa Fei Emanuela Nutrizionista

Dottoressa quali sono i primi passi per intraprendere un’alimentazione sana ed in genere adottare uno stile di vita sano?

Un po’ come ogni percorso nuovo da intraprendere bisogna essere innanzitutto convinti e determinati soprattutto se l’intenzione è proprio quella di cambiare, adottando un nuovo stile di vita.

Chi ben comincia e già a metà dell’opera.

Bisogna essere aperti e pronti ad ascoltare le direttive del professionista a cui ci si affida; può aiutare creare un rapporto di fiducia e complicità. Ma soprattutto bisogna essere pazienti e fiduciosi verso sè stessi perché si tratta di un percorso lungo se si desidera ottenere risultati reali e duraturi.

Bisogna abbandonare l’idea ossessiva della bilancia, è letteralmente nociva. Non aiuta e non è un parametro assoluto da considerare; si rischia di demoralizzarsi se la perdita di peso non è veloce o se non rispecchia le aspettative o addirittura può risultare stabile. Pensare che l’alimentazione possa essere la sola ed unica strada da percorrere è sbagliato. È fondamentale l’attività fisica.

L’uomo si è evoluto mangiando poco e muovendosi tanto. Per cui alimentazione ed attività fisica sono il connubio perfetto per una vita sana ed attiva ma soprattutto sono la prima forma di prevenzione delle patologie croniche.

E’ luogo comune che seguire una dieta comporti privazioni sia in fatto di giusto che di quantità. Qual è il tuo approccio in questo senso?

Il mio è un approccio non ha a che fare con le privazioni. Anzi le privazioni non aiutano, l’eccezione all’interno di uno stile di vita sano ed equilibrato non è risentito né ambito salutare né ponderale.

Non privarsi ogni tanto di ciò che si desidera aiuta ad affrontare anche psicologicamente il cambiamento, aiuta ad approcciarsi senza quel senso di impedimento che viene imposto in una dieta ricca dei “senza”; concedendosi così una gratificazione, questo aiuterà ad essere più positivi, pazienti e determinati nel raggiungimento dell’obiettivo.

Il segreto sta nel rendere i pazienti coscienti ed abbastanza autonomi nel gestire il spost “sgarro”.

Bisogna improntare il discorso su qualità e combinazione giusta degli alimenti rispetto alla quantità, quel calcolo spasmodico delle kcal.

Spesso nel piano alimentare personalizzato che propongo al paziente inserisco ricette, non per imporre il modo in cui debbano cucinare o rendere più difficile seguire il piano, anzi ho sempre pensato che avvicinare il paziente, che spesso è anche giovane, alla cucina, possa semplificare l’aderenza al piano.

Aiutando a soddisfare così i propri bisogni, le proprie esigenze ma soprattutto il palato. Cucinare è un atto d’amore per se stessi ed gli altri, avvicinare quindi il paziente alla cucina significa anche far riscoprire quell’ atto d’amore che spesso si perde per mancanza di tempo, significa dedicarsi del tempo per se, significa imparare a saper gestire un piano alimentare, ad organizzarsi perché il tutto è solo questione di organizzazione.

Non è vero che il tempo è troppo poco ma siamo noi a renderlo tale; indicare ricette gustose e sfiziose, aiuta anche a rendere meno noioso seguire un piano alimentare, significa non far sentire il paziente a dieta, il cui termine non piace neanche a me.

Attraverso il piano alimentare riesco ad insegnare come mixare gli alimenti, quali sono quelli più indicati, quelli che non devono mai mancare nelle nostre dispense, quelli che devono sempre trovarsi nei carrelli della spesa, una spesa consapevole, sana, funzionale.

Quindi l’alimentazione deve essere sempre personalizzata? Come si può organizzare chi vive in un contesto familiare? Può essere estesa a tutta la famiglia?

Il piano deve essere personalizzato, deve essere funzionale ad ognuno, rispettando soprattutto gli aspetti fisiopatologici e/o ponderali.

Molto spesso non si tratta solo di una perdita di peso con finalità per lo più estetiche, ma tratto anche di nutrizione clinica, ossia una terapia alimentare o dietoterapia, volta ad aiutare il paziente a fronteggiare diversi stati morbosi.

E’ necessario apportare modifiche alla propria alimentazione a causa e rispetto le diverse patologie, ma anche rispetto alle diverse terapie farmacologiche, in modo da rendere efficace il trattamento sotto ogni punto di vista.

Ovviamente se si tratta di una terapia alimentare mirata in un contesto familiare è più difficile da gestire e non estendibile. Quindi bisogna armarsi di buona volontà ed organizzazione, e un sostegno anche da parte dei familiari è molto importante.

Nel caso invece si tratti di un piano alimentare finalizzato ad educare dal punto di vista alimentare allora sì, è estendibile alla famiglia: rendiamo contagiosa la salute e non la malattia!

Alimentazione e patologie. Può uno stile di vita sano migliorare il quadro clinico di un paziente?

Assolutamente sì! Ci sono sempre più prove scientifiche che indicano come opportune scelte nutrizionali associate anche ad esercizio fisico siano essenziali per rallentare i processi d’invecchiamento, favorire una longevità in salute e prevenire le malattie croniche tipiche della nostra era.

Oggi purtroppo c’è troppo cibo sia sugli scaffali dei supermercati sia nella dispensa di casa. Si tratta di cibo industriale, raffinato, privo di nutrienti, ricco di zuccheri e grassi saturi per cui di facile accessibilità perché di basso costo.

Questa globalizzazione alimentare ha portato un aumento di tutte quelle che sono le patologie croniche come ad esempio ipertensione arteriosa, diabete mellito di tipo 2, ipercolesterolemia, neoplasie, cardiopatia ischemica, Alzheimer.

Questo vuol dire che nonostante il progresso tecnologico e farmaceutico, esso non sembra essere più in grado di contrastare l’aumento di queste patologie.  

Con questo cosa voglio dire? Bisogna ritornare a cibarci di alimenti che la natura ci dona, bisogna imparare a saperli combinare, bisogna ritornare a muoverci di più, viviamo di troppe comodità, e da non sottovalutare bisogna ritornare a coltivare la nostra mente, migliorando così la nostra intelligenza emotiva, intuitiva e creativa.

Sono piccole pratiche che possono aiutare a prevenire, a curare varie patologie; a tal punto si può trarre spunto, come faccio spesso quando effettuo un piano alimentare, dal codice europeo contro il cancro ma che può essere preso in considerazione per la prevenzione di qualsiasi altra patologia.

L’alimentazione è legata anche allo sport. Secondo il tuo parere è necessario/consigliato ricorrere ad integratori proteici oppure basta un’alimentazione corretta?

Chi mi conosce sa bene come la penso a riguardo; non consiglio e non prescrivo integratori o/e barrette proteiche o addirittura sostitutivi dei pasti, non li ritengo dei buoni alimenti dal punto di vista nutrizionale inoltre la letteratura scientifica indica che un’integrazione di BCAA e creatina nello sportivo che sia bambino o adulto non serve.

Fondamentale è invece una corretta alimentazione .. come anche una collaborazione tra nutrizionista, personal trainer e il paziente affinché quest’ultimo raggiunga gli obiettivi prefissati, rispettando ogni sua esigenza.

La ringrazio per l’intervista concessaci e le auguriamo un buon lavoro.

Michele Franzese : Formazione

Intervista al Dott. Michele Franzese

A differenza delle altre interviste questa è un intervista in formato video rilasciata dal Dott. Michele Franzese – Fisioterapista a Radio Punto Zero per la trasmissione Live Social. Buona visione!


Intervista con la dr.ssa Roberta Cimino

I DISORDINI TEMPOROMANDIBOLARI e le possibili relazioni con il mal di testa, le cervicalgie e l’occlusione:

Intervista con la dr.ssa Roberta Cimino, specialista in ortognatodonzia e gnatologia

Si parla molto, oggi di  Disturbi Cranio mandibolari o cranio-cervico-mandibolari, ma cosa sono?

I disordini cranio mandibolari o temporomandibolari (DTM) sono disturbi del sistema stomatognatico che hanno la loro origine nella muscolatura masticatoria e/o nelle articolazioni temporomandibolari o in entrambe e nei tessuti a loro connessi. L’eziologia e la patogenesi sono a tutt’oggi poco conosciute. Si riconosce un’eziologia multifattoriale nella quale rientrano fattori anatomici, macrotraumi,  microtraumi (come le parafunzioni, tra le quali il  bruxismo), l’occlusione, e fattori genetici.

Ci dica, dr.ssa Cimino, come si diagnostica un DTM e chi è lo specialista che dovrebbe fare tale diagnosi?

La diagnosi è una diagnosi soprattutto clinica, oggi seguiamo in molti i Diagnostic Criteria, riconosciuti a livello internazionale, che consentono di arrivare, dopo un’iter diagnostico molto preciso, alla diagnosi e quindi consente di approcciarci al paziente disfunzionale nel modo più corretto possibile, facendo un’adeguata diagnosi differenziale, che consentirà di individuare i soggetti che necessiteranno del consulto di altri specialisti, quale il neurologo o il reumatologo o altro.

Lo specialista che visita il paziente disfunzionale, cioè un paziente che si presenta per un dolore al viso, alla testa, o per un rumore durante i movimenti mandibolari o per una limitazione funzionale, quindi una difficoltà ,ad es., ad aprire bene la bocca, sarà lo gnatologo, quindi un’odontoiatra o medico dentista specialista in gnatologia , che corrisponde alla specialità di Ortognatodonzia e Gnatologia.

Il paziente con DTM può soffrire anche di mal di testa, quindi di una cefalea dipendente dal DTM?

disfunzione-temporo-mandibolare

Si, il paziente con DTM può soffrire di un mal di testa attribuibile al DTM, e questo tipo di mal di testa può essere facilmente diagnosticato durante la visita al paziente, facendo una diagnosi differenziale con l’emicrania o altri tipi di cefalee che richiederanno, invece, la consulenza del neurologo. Per la cefalea attribuibile a DTM potremo, invece, intraprendere delle terapie che aiutino il paziente sia nella risoluzione del DTM che del mal di testa.

Dr.ssa ci dica, ma le cervicalgie e quindi i disturbi della spina cervicale possono essere causa di un DTM o coesistere in un paziente con DTM?

Possiamo dire che per ora sappiamo sicuramente che problemi di DTM e problematiche della spina cervicale possono coesistere in uno stesso paziente disfunzionale; ci sono lavori in letteratura che spiegano le molteplici connessioni anatomiche e possibili correlazioni tra DTM e cervicale, pertanto anche in questo caso le terapie specifiche per l’uno o l’altro distretto potranno dare beneficio ad entrambe le strutture.

Spiego meglio: se un paziente ha dolore cervicale ed intraprende terapie dal fisioterapista per curare la sua cervicale potrà beneficiarne anche a livello mandibolare, ad esempio aprendo meglio la bocca, e giovando di una riduzione del dolore temporomandibolare, se questo era presente in associazione al problema cervicale.

Viceversa una terapia fisica a livello temporomandibolare può migliorare la mobilità cervicale associata a mal di testa; quindi i fisioterapisti devono porre attenzione alle caratteristiche dei pazienti temporomandibolari con mal di testa, nei quali potrà non sarà sufficiente un trattamento per la spina cervicale  per risolvere la loro sintomatologia.

È stato sottolineato come il trattamento del fisioterapista diretto alla spina cervicale possa dare beneficio, riducendo il dolore a livello dei muscoli masticatori e consentendo al paziente di avere un aumento dell’apertura della bocca senza dolore.

Scientificamente si parla dell’efficacia delle terapie manuali per il trattamento dei DTM, pur trattandosi a tutt’oggi di un’efficacia ancora moderata per cui abbiamo bisogno di più dati a supporto di ciò; sicuramente però è da sottolineare l’importanza di far lavorare insieme  dentisti, fisioterapisti ed altri specialisti del settore

Adesso  dr.ssa ci dica cosa pensa della relazione dei DTM con l’occlusione?

dtm

Questo aspetto dell’eziologia dei DTM rimane complesso e le società scientifiche di tutto il mondo si confrontano e si scontrano su quale sia il ruolo dell’occlusione quale causa dei DTM.

Non si può dunque rispondere in maniera assoluta con un SI o un NO riguardo  tale ruolo. Sicuramente ci sono pazienti nei quali i fattori occlusali rivestono un ruolo importante, in altri pazienti questo non è vero; se così non fosse non si potrebbe spiegare perché soggetti con malocclusione possono essere privi di alcun sintomo/segno di disfunzione.

Quindi ci sono pazienti nei quali la risoluzione di talune problematiche di malocclusione o d’interferenze occlusali consentirà di avere un sistema stomatognatico che funzionerà in modo più corretto. Si avranno altri pazienti, invece, nei quali l’occlusione riveste un ruolo secondario e nei quali ci saranno altri i fattori che determineranno lo sviluppo del DTM.

L’aspetto più complesso, però, riguarda la capacità che deve avere l’operatore clinico per identificare il paziente nel quale l’occlusione ha un ruolo eziologico rispetto al paziente nel quale non lo ha, riuscendo quindi a fare un’adeguata diagnosi differenziale per poter  valutare altre cause del DTM.

Quindi dr.ssa come ci si deve comportare di fronte al paziente che viene a visita con una malocclusione?

Le malocclusioni vanno corrette, compito questo dell’Ortognatodontista. In un paziente disfunzionale, con DTM, è importante stabilire se la malocclusione possa essere responsabilie dei suoi problemi disfunzionali o no; in questo secondo caso, il rischio è che la malocclusione verrà corretta ma i problemi disfunzionali potrebbero non correggersi, in quanto hanno altra origine, e tra l’altro il paziente aveva richiesto la visita per la disfunzione e non per la malocclusione.

Bisogna, allora, stare attenti a giustificare queste terapie occlusali, che sono tra l’altro irreversibili, come risolutive del DTM. Bisognerebbe prima occuparsi di risolvere il dolore del paziente o l’eventuale click o la limitazione funzionale, e poi dopo attenta diagnosi, proporre al paziente la correzione della sua malocclusione, che garantirà una più corretta funzione dell’apparato stomatognatico.

Alla fine ci può dire, dr.ssa, quali sono le terapie che proporrebbe per risolvere un DTM?

Anche in questo caso la risposta non è semplice, ma non può essere semplice, perchè i DTM sono delle patologie complesse con molte comorbidità, che non possono essere considerati  solo dei disturbi tipo dolore orofaciale.

I DTM necessitano di un approccio terapeutico multidisciplinare, e in questo approccio si consiglia di cominciare con terapie reversibili, terapie nelle quali è coinvolto anche il fisioterapista con il suo ruolo fondamentale;  ci sono le terapie comportamentali, nelle quali si insegnerà al paziente ad individuare e controllare le sue parafunzioni ed abitudini viziate, poi ci sono le terapie fisiche con massaggi, esercizi, stretching, e poi le terapie occlusali con le placche, anche chiamate bite o splint occlusali, che saranno indossate dal paziente all’arcata superiore o inferiore, a seconda dei casi, e che sono terapie proposte sia in caso di DTM di tipo muscolare che di tipo articolare. In alcuni casi si può ricorrere a terapie irreversibili occlusali o addirittura a terapie di tipo chirurgico.

corrado comunale

Intervista a Corrado Comunale

Questo oggi facciamo una chiacchiera con il collega Corrado Comunale, Massofisioterapista e Osteopata esperto in Terapia Manuale Miofasciale e docente Corsi di Fibrolisi.

Corrado Comunale

Massofisioterapista
Perfezionato in Manipolazione Miofasciale Integrata
Perfezionato in Terapia Manuale Osteopatica
Perfezionato in Osteopatia (Osteopata D.O.)

http://www.enterprisegroup-italia.com/

Buongiorno collega cos’è la Manipolazione Miofasciale Integrata?

La tecnica di “deep tissue massage”, più comunemente conosciuta come “manipolazione miofasciale profonda è una metodica manuale, che agisce in profondità sulla fascia muscolare e sull’aponeurosi di rivestimento (tessuto connettivo resistente che riveste i ventri muscolari, li unisce l’uno all’altro e ne permette lo scorrimento).
E’ una tecnica manuale che consiste nell’allungamento delle fasce muscolari allentando le tensioni che si creano tra queste all’interno del muscolo e dei tendini con obiettivo di alleviare dolori muscolari, migliorare il movimento articolare, prevenzione e, per gli sportivi, trattamenti post-allenamento e post-gara.
Si pratica con le mani (polpastrelli e nocche), con gli avambracci e gomiti, e tra le manualità utilizzate troviamo l’allungamento dolce, ma profondo, le trazioni e le digitopressioni/compressioni.

Perché integrata?Cosa vuol dire?

Ad essa possono essere associate altre tecniche manuali, tra cui il massaggio trasverso profondo (MTP), il trattamento compressivo di trigger point (trp) e tender point (tp), e tecniche affini di raffinazione come la FCF® – FIBROLISI CONNETTIVALE e FASCIALE e la coppettazione muscolo-scheletrica, l’uso del calore diretto esogeno e delle vibrazioni.
La fibrolisi viene applicata in ultima istanza come tecnica di raffinazione.

La coppettazione è utile allo scollamento dei tessuti, alla riossigenazione di aree ischemizzate o squilibrate, alla ripulitura dopo le demolizioni di esiti corpuscoloaderenziali a seguito della fibrolisi (come fosse una grande onda che spazza via i residui e ne agevola il riassorbimento), e tanto altro ancora inteso come siacome metodo, che come estratto filosofico.
È un massaggio lento, ritmato e, in linea di massima, notevolmente profondo. Praticato in specifiche zone, dove risulta maggiormente profondo o, ancor meglio, seguendo le catene miofasciali.

Le condizioni essenziali in questo tipo di trattamento sono due :
• Precisione
• Scelta della tecnica giusta.

Secondo lei da cosa dipende il dolore miofasciale?

• OVERUSE
• SEDENTARIETA’
• TRP (Il trigger point miofasciale costituisce una realtà funzionale in cui i nocicettori sono divenuti iper-irritabili) mappatura: 400
• TPS (errore di processazione neurofisiologica) mappatura: 200
• MODIFICAZIONI DEI PATTERN STRUTTURALI (DA VARIE CAUSE) NON
ADATTATI
• POST TRAUMATICI
• ADERENZE
• GELOSI MIOFASCIALE (è anche chiamata “ispessimento generalizzato della fascia”. E’
originata da una congestione delle estremità dei vasi linfatici che circondano le cellule
connettivali fasciali e determina un ritorno della linfa di nuovo verso la direzione di arrivo
• CICATRICI PATOLOGICHE (PATHOLOGICAL SCARS)
• PRESSIONE ATMOSFERICA.

Cos’è la Fibrolisi? Come si utilizza?

Fibro[da fibra]. – Primo elemento di parole composte della terminologia scientifica, nelle quali indica connessione o relazione con una struttura fibrosa, o anche con tessuto fibroso o connettivo.
lisi-Dal gr. lýsis ‘scioglimento,scomposizione, separazione, demolizione’.
La fibrolisi consiste in un intervento specifico strumentale, finalizzato alla normalizzazione delle  funzioni del sistema muscolo-scheletrico, con estrema precisione e conservando l’integrità della pelle.
Si tratta di una tecnica per uso specifico in fisioterapia e medicina riabilitativa, che offre ottimi risultati nel trattamento di varie patologie che colpiscono il sistema muscoloscheletrico, soprattutto se applicata a livello dei tessuti molli.
La sua azione di rilascio tra le partizioni interfasciali e miofasciali ripristina il corretto scorrimento dei differenti piani anatomici durante il movimento e risolve potenziali fenomeni di compressione che possono causare dolore e disfunzione.
In presenza di eventi acuti la risposta del nostro organismo non sempre è ottimale. Il processo di guarigione può non essere perfetto e il risultato è la presenza di “cicatrici” o “aderenze” nei muscoli o nei tendini.
Tali cicatrici si presentano sotto varie forme come noduli o aderenze fibrose. A volte il processo di riassorbimento di tali strutture può durare mesi, se spontaneo, a volte può non avvenire. La fibrolisi cerca di avviare o accelerare il processo di riassorbimento, riportando il tessuto in condizioni di normalità.
È possibile simulare i benefici della fibrolisi in casi molto semplici, per esempio quando un evento traumatico (come un paio di scarpe sbagliato) ha creato un piccolo nodulo sul tendine d’Achille.
Istintivamente, tendiamo ad automassaggiarlo con un movimento dolce ma deciso, che ha l’obiettivo di sciogliere il nodulo (il quale normalmente richiede spesso due o tre mesi per il riassorbimento spontaneo).
La fibrolisi è una metodica utilizzata in ortopedia, reumatologia, fisiatria e medicina sportiva che si rivela utile e in alcuni casi indispensabile in situazioni morbose di difficile trattamento che interessano i tessuti molli e le fibrosi para e periarticolari.
Se applicata correttamente, dimostra un’efficacia superiore ad altri mezzi fisioterapici nelle aderenze post-traumatiche e post-infiammatorie con sintomatologia dolorosa e limitazione funzionale.
La fibrolisi ha importanza anche ai fini diagnostici perché rende possibile percepire e localizzare con una palpazione profonda strumentale la presenza di formazioni fibrose nel contesto dei tessuti molli.
Essi consentono di esplorare e localizzare processi reattivi anche di modesta entità grazie alla forma dello strumento e alle piccole dimensioni delle punte esploranti e di trattare anche zone situate in profondità.

Quante fasi di trattamento ci sono?

Ci sono sempre due fasi di trattamento o diagnosi/trattamento: fase ispettiva manuale e strumentale.

➡ Manualmente si utilizza la tecnica di palpazione profonda eseguita con un dito. Le formazioni corpuscolari possono essere avvertite con la percezione tattile sfumata.
➡ La sensazione che si prova può essere paragonata a alla compressione di un granello di sabbia, posto su una superficie dura, e infrapposto da un fazzoletto piegato in otto.
➡ Il fibrolisore, per le sue peculiarità che lo differenziano dalle dita (come, ad esempio, il materiale inflessibile e le ridotte dimensioni della punta) , a questo punto diventa uno strumento di riferimento determinante sia a livello diagnostico che correttivo.
➡ La differenza tra l’indagine manuale e quella strumentale è molto semplice da descrivere:
immaginate di avere una tela stesa su un piano e farvi scorrere sopra il polpastrello; dopodiché ripetete l’operazione con l’unghia. Quest’ultima, per durezza, ci fa avvertire una caratteristica vibrazione.
Ispezione superficiale
➡ Considerando le limitazioni delle dita sopraindicate, ci si avvale del fibrolisore per la ricerca delle formazioni fibrose.
➡ Se ipotizzassimo che formazioni fibrose siano superficiali e ben comprimibili su un piano osseo, sarebbe sufficiente appoggiare la “punta esplorante” sulla cute sovrastante ed eseguire dei brevi movimenti di “va e vieni” facendo scorrere la cute stessa sui piani profondi, esercitando una debole pressione.
➡ La sensazione che si percepisce tramite lo scorrimento del ferro è quella di un’asperità amplificata dalla vibrazione dello strumento.
Ispezione profonda
➡ Se, invece, si ha necessità di esplorare una zona profonda o muscolare (a seguito di un’ispezione manuale orientativa), si afferra saldamente la massa muscolare fra pollice e medio della mano non dominante (quella dominante impugna il ferro), e la si solleva pinzandola e seguendo il decorso delle fibre.
➡ Successivamente si affonda la punta dello strumento nella piega, curandosi che la porzione di cute e muscolo prelevata riempia in toto la convessità del ferro.
➡ Successivamente si esegue un movimento bimanuale sincrono di “va e vieni”.

Gli esiti corpuscoloaderenziali

➡ La fibrolsi diacutanea originale di Kurt Ekman si basa su un principio molto semplice:Il trattamento degli esiti corpuscoloaderenziali di fibrosite (1920).
Eziopatogenesi degli esiti corpuscoloaderenziali:Processo infiammatori o edemi post traumatici (essudato SIERO-FIBRINICO non riassorbito che SI “ORGANIZZA” grazie all’aggregazione delle PROTEINE in esso contenuto).
NB: per giungere a tale organizzazione sono spesso necessari anni.

Come si esegue un trattamento di Fibrolisi?

➡ Segue la strategia dell’ispezione profonda, ed avendo precedentemente evidenziato le formazioni corpuscolari (o aderenziali) responsabili della sintomatologia, si agganciano con la punta del fibrolisore e si frammentano con piccoli e veloci movimenti a scatto.
➡ La mano non dominante, muovendosi in sincronia con quella che impugna il ferro, è di supporto nello spostamento del tessuto la cui inerzia, se gravasse totalmente sul fibrolisore, potrebbe penetrare nel tessuto; quindi lesionarlo. (Vale solo per i ferri particolamente “taglienti”).

Che cos’è la Coppettazione?

La coppettazione è una tecnica antichissima e consiste nell’applicazione sulla pelle di coppette a “vuoto d’aria” (suzione).
Si suddivide in statica e dinamica.
L’applicazione produce come effetto un’alterazione dei flussi energetici del corpo mediante una stimolazione della circolazione sanguigna e linfatica.
La coppettazione si può quindi considerare anche una terapia “riflesso-stimolante” poiché sfrutta i principi della medicina tradizionale cinese agendo sulle cosiddette zone riflesse.
Tramite essa è possibile ripristinare l’equilibrio e ristabilire la funzionalità dell’organo o dell’apparato in disarmonia.
Fu Ippocrate, medico greco del III-IV secolo a.C. a gettare le basi teoriche della coppettazione e a fornire indicazioni precise sulla modalità corretta di applicazione.
In Cina rientrò tra le tecniche curative che utilizzano il calore della medicina tradizionale cinese associata spesso al massaggio e all’agopuntura.
Fu Bernard Aschner, Medico austriaco, che agli inizi del ‘900 la rivalutò e introdusse tale pratica tra le tecniche terapeutiche.
Il colore segni da coppettazione dipendono dal livello di stagnazione nella zona, e vanno da un rosso acceso al viola scuro, solitamente della durata di tre giorni a una settimana (a volte più a lungo se la persona è molto malata o sedentaria).
Se non è presente stagnazione, ci sarà solo un segno di luce rosa che scompare in pochi minuti o un paio di ore.
Siti dove sono vecchi traumi o lesioni possono richiedere più trattamenti di coppettazione.
I marchi saranno visibilmente più leggeri man mano che i patogeni vengono sistematicamente rimossi dal corpo.
Se i segni si presentano con una tonalità di viola più intenso, generalmente indicano una maggiore stagnazione di sangue, e probabilmente l’origine dei dolori avvertiti dal paziente si trova appena sotto quella zona che, pertanto, costituisce il punto in cui bisognerebbe concentrare l’applicazione delle coppette o altri trattamenti in futuro.
La sensazione ottenuta dopo l’applicazione è di natura simile al massaggio, ma di direzione opposta: le coppette applicate sulla cute esercitano, infatti, una suzione richiamando i tessuti verso l’esterno.
In questo modo gli strati cutanei e muscolari non sono spinti verso l’interno del corpo, come avviene nel massaggio, ma sono trazionati verso la superficie.
Per questo motivo la tecnica trova una particolare efficacia nell’alleviare il dolore dei pazienti affetti da patologie vertebrali compressive.
La coppettazione è in grado di esercitare un’azione di allungamento forte e profonda sui tessuti, rilasciando le contratture muscolari e riducendo così la rigidità che spesso accompagna forme croniche di patologie vertebrali, emicranie e altre forme infiammatorie. Inoltre l’incremento del flusso ematico nei tessuti è in grado di migliorare l’ossigenazione a livello cellulare con una conseguente velocizzazione dei processi riparativi muscolari.
Per questo motivo la coppettazione è una pratica oggi molto popolare tra gli atleti di molti sport a tutti i livelli, compresi atleti olimpionici.
Da un punto di vista nervoso occorre considerare che al pari dell’agopuntura, la coppettazione è in grado di favorire l’ingresso del corpo in uno stato di profondo rilassamento. Il meccanismo sul sistema nervoso centrale attraverso cui avviene questo fenomeno non è ancora chiaro, tuttavia è dimostrata la capacità di questa tecnica di modulare i livelli di alcuni ormoni coinvolti nella percezione del dolore.
Il profondo stato di rilassamento ottenuto crea un substrato favorevole al recupero muscolare, oltre a poter essere utilizzato nei molti casi di patologie a sfondo ansioso-depressivo.
Nonostante la ricerca scientifica sia ancora limitata è noto che l’efficacia della coppettazione sia dovuta alla capacità di incrementare il flusso ematico nei tessuti, dilatando i capillari e creando un’alterazione della struttura della cute.
Da un punto di vista ormonale è stato osservato come l’applicazione delle coppette sia in grado di modulare i livelli locali di sostanza P sierica, un ormone responsabile della percezione del dolore.
L’applicazione delle coppette favorisce la migrazione locale di cellule del sistema immunitario capaci di sostenere e velocizzare i processi riparativi a livello cellulare.
Non secondariamente il noto incremento del flusso ematico locale ha dimostrato un ruolo importante nel velocizzare il processo di spegnimento dell’infiammazione.

Grazie per il tempo concessoci a presto Corrado. Buon Lavoro

Intervista Dott. Defilippo Massimo

Intervista al Dott. Defilippo Massimo sulla Fisioterapia.

Dott Defilippo chi è lei e di cosa si occupa?

Buongiorno, sono Massimo Defilippo Fisioterapista con certificato di Osteopatia e lavoro a Fisioterapia Rubiera.

Innanzitutto ringrazio Roberto Franzese per avermi dato l’opportunità di fare questa intervista su un argomento che mi sta molto a cuore: la Fisioterapia.

Dott. De Filippo quando serve la fisioterapia?

fisioterapia ernia del disco

Nei gruppi di fisioterapisti ci confrontiamo e a volte alcuni riferiscono delle situazioni spiacevoli.

Per esempio, l’ortopedico che dice a un paziente operato che la fisioterapia non serve.

Noi rimaniamo senza parole perché sappiamo le conseguenze di una riabilitazione non fatta o fatta male.

Soprattutto nel post-operatorio in cui il paziente non sa bene quello che può fare, i movimenti consentiti e la forza che può usare.

Ora, a me piace sempre mettermi nei panni del paziente e con le mie competenze mi chiedo?

Dott. M. De Filippo, quando andare dal Fisioterapista?

Dobbiamo dividere i pazienti in due categorie:

  1. Quelli operati,
  2. Quelli non operati.

Partiamo dal paziente che ha subito un intervento chirurgico.

La prima distinzione da fare è:

Chi è il mio paziente?

Infatti, alcuni pazienti sedentari, che non hanno mai fatto sport o sono anziani, la fisioterapia è fondamentale.

Il fisioterapista controlla che gli esercizi siano eseguiti nel modo giusto e spiega al paziente cosa può fare in base alla fase della riabilitazione.

Alcuni atleti hanno bisogno di un punto di riferimento per imparare gli esercizi, ma non hanno bisogno di assistenza continua.

Ogni paziente operato necessita di fisioterapia?

riabilitazione

Per alcuni interventi, il fisioterapista è fondamentale perché serve il movimento passivo di alcune articolazioni, per esempio:

  1. La lesione della cuffia dei rotatori della spalla,
  2. La lesione del legamento crociato del ginocchio,
  3. Una frattura.

Mentre per altri interventi si può fare riabilitazione fai da te, per esempio in caso di intervento per la sindrome del tunnel carpale,

E i pazienti non operati?

Il fisioterapista lavora su prescrizione medica, quindi in base alla diagnosi del medico effettua le terapie più adatte.

Non sottolineerò mai abbastanza che il lavoro dovrebbe essere di squadra, cioè una collaborazione tra medici, fisioterapisti e altre figure sanitarie come per esempio il dietista.

In Italia si collabora meno che in altri stati, come per esempio gli Stati Uniti, ma spero che questa situazione cambi presto.

Il fisioterapista non può risolvere da solo tutte le situazioni, come il medico o gli altri, quindi serve un dialogo tra tutti.

Per rispondere alla domanda, io andrei dal fisioterapista se avessi un dolore da almeno 2-3 giorni che non migliora.

Il limite delle 48/72 ore è necessario perché questa è la durata dell’infiammazione acuta.

Passati 3 giorni, l’infiammazione acuta non dovrebbe più esserci, se è rimasta significa che è diventata sub-acuta o cronica.

Cioè qualcosa la sostiene.

Secondo gli studi scientifici, la terapia migliore per il mal di schiena e per altri disturbi è un programma di esercizi specifici.

Per altre infiammazioni, la terapia strumentale (Onde d’urto, magnetoterapia, tecarterapia, ecc.) è molto efficace.

Infine, le manipolazioni del fisioterapista o dell’osteopata sono ottime per i dolori muscolari e per sbloccare le articolazioni.

Meglio il fisioterapista o l’osteopata?

trattamenti osteopatici

Sono due lavori diversi con obiettivi diversi.

Per esempio, per l’esercizio terapeutico e per le terapie strumentali, bisogna andare dal fisioterapista.

Per la terapia manuale è indicata l’osteopatia, ma molti fisioterapisti si sono specializzati in terapia manuale e alcuni in osteopatia.

Attenzione, spesso gli osteopati non hanno una laurea in una professione sanitaria, quindi hanno fatto solo una scuola privata.

Diciamo che l’osteopata fa le manipolazioni articolari che il fisioterapista non fa.

Per il resto, la differenza non è così netta.

Tante tecniche che ho imparato alla scuola di osteopatia le insegnano anche ai corsi di aggiornamento per i fisioterapisti.

Qual è il futuro della fisioterapia?

La fisioterapia sta cambiando velocemente, è evoluta molto negli ultimi anni e vedo che tanti colleghi sono incuriositi e vogliono migliorare le loro tecniche per guarire i pazienti.

Questo è stato possibile grazie a internet che ha permesso di diffondere le conoscenze e scambiarsi le opinioni.

Un tempo c’erano solo alcuni siti internet, ma la vera rivoluzione è stata permessa da:

  1. Gruppi facebook,
  2. Video su youtube.

Tutti i giorni ci confrontiamo con i colleghi, riguardo ai casi clinici, ai corsi, ai libri e alle teorie.

Questo ha permesso a tutti di imparare, anche ai fisioterapisti con più esperienza.

Grazie ai siti internet e ai video su youtube stiamo cambiando il modo di vedere la riabilitazione e lo stiamo diffondendo alla popolazione.

Oggi, tante persone mi ringraziano perché spiego gratuitamente come funziona il corpo e cosa fare per guarire secondo la scienza.

Quindi tutto quello che dico è dimostrato da studi scientifici e dall’esperienza personale.

Torniamo alla fisioterapia:

Generalmente, il fisioterapista ha fatto questo lavoro perché sognava di guarire i pazienti con la terapia manuale.

Poi molti sono rimasti un po’ delusi quando hanno visto che nella realtà non è sufficiente.

Non dico che non sia efficace, ma per curare un paziente, bisogna sempre cercare la causa.

L’approccio fisioterapico è più orientato verso la terapia naturale rispetto ai farmaci.

Quindi, io e i miei colleghi siamo contenti se riusciamo a guarire un paziente con la terapia manuale, gli esercizi o le terapie strumentali.

Il futuro è sicuramente la ricerca della causa, non per prendere un farmaco, integratore o erba miracolosa, ma per aiutare il paziente a capire l’origine del problema per risolverla in modo attivo e non passivo.

Dr. Massimo Defilippo

Fisioterapista con certificato di osteopatia

Via Roma 18 – Rubiera (RE)

Dottore Stefano Viglione

Intervista allo specialista della Spalla: Dottor Viglione Stefano

Spalla e Medicina Rigenerativa: cellule staminali, allotrapianto, PRP

Il nostro focus ‘Spalla e Medicina Rigenerativa’ avrebbe anche potuto chiamarsi ‘Ginocchio (o Anca) e Medicina Rigenerativa’. Dedichiamo, però, l’approfondimento all’articolazione più mobile del corpo umano approfittando della disponibilità del Dr. Stefano Viglione, chirurgo ortopedico specialista della spalla. La spalla resta la sua passione. Consideriamo, però, che i benefici della Medicina Rigenerativa in campo ortopedico sono il futuro della cura di qualsiasi articolazione.

L’intervento chirurgico viene preso in considerazione come ‘ultima spiaggia’ per risolvere patologie degenerative come l’artrosi. Il Dr. Stefano Viglione, nonostante la grande padronanza nell’ambito della chirurgia mini invasiva per l’impianto di protesi innovative, propende per la chirurgia rigenerativa articolare con l’applicazione di cellule staminali e monocitarie. Su questo si fonda la sua attuale ricerca scientifica.

Classe ’87, formazione in Istituti di alta specializzazione traumatologica sportiva (Humanitas di Milano, Pineta Grande Hospital, Università Federico II), corsi e master a livello internazionale, il dottor Viglione esegue quotidianamente interventi di ricostruzione legamentosa e tendinea di ginocchio, spalla e caviglia. Spirito da ricercatore, impegnato in opere di volontariato in Africa. Ha molto da raccontare, non si ferma mai. Gli rubiamo un po’ del suo tempo per conoscere gli aspetti più significativi ed interessanti su questo tema. Adesso o mai più.

Dr. Stefano Viglione, il futuro della chirurgia punta sull’idea ‘conservativa’ nel senso più efficace del termine?

Il traguardo è rigenerativo, per quei casi che necessitano di intervento chirurgico. E’ conservativo come primo approccio terapeutico di qualsiasi patologia. L’ideale, nella terapia conservativa, è seguire un percorso mirato alla restituito ad integrum, a partire dai trattamenti fisiokinesiterapici e riabilitativi (Tecar, Onde d’Urto, Laser Yag ad Alta Potenza, Magnetoterapia) piuttosto che farmacologici. Il Fisioterapista qualificato indaga sulle cause per intervenire su quelle e risolvere, piuttosto che limitarsi a risolvere temporaneamente i sintomi come nel caso dei farmaci.

Si consolida la tendenza all’utilizzo di corticosteroidi, acido ialuronico, cellule staminali. Funzionano?

Con l’utilizzo di infiltrazioni intrarticolari con corticosteroidi, cellule staminali e acido ialuronico si possono ottenere risultati e miglioramenti sorprendenti nei casi di artrosi, artrite reumatoide, gotta o artrite psoriasica. In passato, patologie del genere potevano essere trattate esclusivamente con la chirurgia invasiva.

Lei è medico chirurgo presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Fa parte dell’equipe del prof. Raffaele Russo?

Sì, collaboro con l’Istituto di Biomateriali dell’Università Federico II per la ricerca e sviluppo di nuove tecniche e materiali innovativi nel campo della medicina rigenerativa e sostitutiva articolare.

Prima di approfondire i dettagli sulla chirurgia della Spalla e Medicina Rigenerativa, le chiedo: a che punto siamo con l’allotrapianto che, un paio di anni fa, ha fatto gridare al miracolo? Ci spiega in breve di che si tratta?

L’allotrapianto permette di innestare pezzi ossei da un soggetto all’altro per riparare danni alle ossa. E’ l’unica tecnica possibile per la riparazione ossea nei casi disperati che utilizza porzioni ossee di donatori deceduti, conservate nelle banche ossee.

Ricordo che, un paio di anni fa, si è gridato al miracolo, quando alla Sezione di Ortopedia del Pellegrini di Napoli è stato annunciato il trapianto di gomito. Un trapianto (tra i primi del genere in Italia) eseguito dal prof. Raffaele Russo, direttore dell’Ortopedia e centro specialistico di chirurgia della spalla dell’ospedale Pellegrini. Ha sostituito osso ed articolazione del gomito distrutto di un 50enne grazie al sistema di ricostruzione 3D della frattura con planning pre-operatorio per individuare frammenti ossei non individuabili con altri metodi. Tutto questo serve a pianificare la protesi di gomito o l’intervento di allotrapianto chiedendo alla Banca dell’osso il pezzo a misura da impiantare. Ero e sono tuttora parte attiva dell’equipe del prof. Raffaele Russo. Nel reparto Traumatologia di Napoli, il nostro team ha effettuato i primi interventi di allotrapianto (primi 3 casi d’Europa, tra i primi a livello mondiale).

L’osteo-allograft (o allotrapianto) ha come obiettivo primario la conservazione biologica. Ha dato risultati nel tempo, in riferimento ai casi trattati finora?

I casi di frattura complessa trattati finora hanno ottenuto ottimi risultati clinici e funzionali: ricostruzione anatomica perfetta, stabilità di sintesi dei frammenti, mobilità articolare precoce dopo l’intervento, nessuna complicanza, buona forza muscolare, risposta clinica sorprendente. Questi risultati sono da confermare nel lungo periodo. Per ora, la modellazione dell’allotrapianto spetta alle abilità manuali del chirurgo. In un futuro molto prossimo, grazie alla stampa 3D, mascherine pre-formate potranno indirizzare i tagli snellendo e semplificando la pianificazione dell’impianto. E’ già in fase sperimentale la stampa 3D con l’ausilio di calcio e cellule staminali per la riformazione dell’osso. Ginocchio, Anca, Gomito, Spalla e Medicina Rigenerativa attendono grandi novità per stimolare la rigenerazione e completa ricostituzione ossea in lesioni di grandi dimensioni (in soggetti vittime di incidenti o malati di tumore alle ossa).

Che si tratti di Ginocchio, Anca, Gomito o Spalla, su quali tecniche si basa la Medicina Rigenerativa?

Più di frequente, si basa su terapie infiltrative intrarticolari a base di acido ialuronico (viscosupplementazione), una combinazione di glucosamina e condroitina solfato, collagene idrolizzato, MSM (metilsulfonilmetano) oppure sull’assunzione di condroprotettori per via orale.

L’acido ialuronico è un condroprotettore ad azione antinfiammatoria, analgesica, rigenerante (dello strato superficiale della cartilagine). Consente il recupero della mobilità articolare perché funziona da lubrificante (riattiva la viscoelasticità del liquido sinoviale) e riduce il versamento intrarticolare, previene il deterioramento cartilagineo ed aumenta la densità dei condrociti. I suoi effetti dipendono dal peso molecolare: l’efficacia dura da 6 a 12 mesi.

I condroprotettori stimolano la normalizzazione della cartilagine articolare e del liquido sinoviale allo scopo di nutrire e proteggere la cartilagine stessa.

Quali sono i trattamenti più avanzati, in relazione a Spalla e Medicina Rigenerativa?

La Medicina Rigenerativa è un campo che combina la ricerca scientifica con applicazioni cliniche per stimolare la rigenerazione ed il ripristino delle condizioni fisiologiche di tessuti danneggiati. Ha due compiti importanti: bloccare il processo degenerativo e favorire la riparazione tissutale.

Tra le sostanze rigenerative e fattori di crescita più promettenti, parliamo pure di PRP, PDRN, Lipogems.

Il PRP (platelet rich plasma, detto anche gel piastrinico) è il plasma ricco di piastrine utilizzabile anche in chirurgia. Viene prelevato il sangue del paziente, lavorato (centrifugato) in un apposito apparecchio: in seguito viene iniettato il concentrato plasmatico di piastrine nella spalla.

La terapia con gel piastrinico sfrutta frammenti di cellule che, se attivate, stimolano la crescita di cellule mesenchimali staminali in grado di trasformarsi in cellule tendinee, muscolari, cartilaginee, ossee per rigenerare e guarire questi tessuti.

Il PDRN è un gel di polinucleoitidi in grado di ridurre il dolore e mantenere una buona funzionalità dell’articolazione, nel lungo periodo, a differenza dell’acido ialuronico che ha un effetto limitato nel tempo.

L’impiego di cellule staminali (riserva aurea del nostro organismo) rappresenta la nuova frontiera della ricerca. Riparano autonomamente le lesioni tissutali, possono essere prelevate da midollo osseo o grasso ed innestate nell’articolazione danneggiata. La fonte più ricca di cellule di origine mesenchimale (tessuto connettivo dell’embrione) è il tessuto adiposo. La tecnica Lipogems si basa, per l’appunto, sul prelievo di cellule staminali mesenchimali del tessuto adiposo tramite una piccola liposuzione.

Spalla e Medicina Rigenerativa: la correlazione è da ritenersi efficace per qualsiasi tipo di patologia dell’articolazione?

borsite spalla

Sì, se pensiamo che le patologie dell’articolazione scapolo-omerale sono la conseguenza del deterioramento delle cartilagini: una degenerazione che compromette la funzione di lubrificazione articolare.

La Medicina Rigenerativa può intervenire in caso di artrosi della spalla, sindrome da impingement (conflitto subacromiale), tendinite calcifica, lesione della cuffia dei rotatori, instabilità di spalla, capsulite adesiva (spalla congelata).

Si possono ottenere buoni risultati nelle prime fasi della degenerazione (per evitare terapie invasive) ma anche come supporto alla riabilitazione dopo un intervento chirurgico, per velocizzare i tempi di recupero ed aumentarne l’efficacia.

Quali sono gli attuali limiti della Medicina Rigenerativa?

C’è ancora molta strada da fare e risultati a medio/lungo termine da esaminare. Non possiamo ‘sognare’ di ricreare dal nulla tessuti e strutture anatomiche troppo deteriorate o inesistenti attraverso cellule staminali che hanno la funzione di stimolare la rigenerazione cellulare.

Oltretutto, i trattamenti con PRP, Lipogems e cellule staminali sono controindicati a pazienti affetti da gravi infezioni, con tumori o malattie autoimmuni, donne in gravidanza.

In caso di articolazioni distrutte, oggi le soluzioni sono due: la protesi spalla o l’allotrapianto.

Torno al mio lavoro, grazie per l’interesse.

Grazie a lei, Dr. Stefano Viglione, buon lavoro e buona ricerca.

Dottore Michele Massaro

Fast Track

Chirurgia protesica mini invasiva Fast Track: intervista al dr. Michele Massaro

Si sente parlare sempre più spesso di chirurgia protesica mini invasiva, un po’ meno della tecnica Fast Track legata a doppio filo con la tecnica più avanzata per impiantare protesi ginocchio ed anca: non abbiamo voluto incontrare il dott. Michele Massaro, ortopedico dell’anca e del ginocchio, per caso.

E’ uno specialista in Ortopedia e Traumatologia del Gruppo Humanitas (Milano-Bergamo) ed esperto nel campo della chirurgia mini invasiva protesi anca e ginocchio. La serie di procedure nota come Fast Track Surgery è di normale routine per la sua intensa attività di chirurgo.

Fast Track si traduce in inglese con ‘percorso rapido’. Ai tempi rapidi di ospedalizzazione conseguono i benefici tipici della chirurgia mini invasiva a cui ricorrono sempre più pazienti anche in Italia.

Iniziamo con la domanda più ovvia e necessaria. Cos’è la Fast Track Surgery? In che consiste e a cosa serve?

fast track

Michele Massaro – “La Fast Track Surgery consiste in tutta una serie di procedure da attuare allo scopo di ridurre al minimo la risposta metabolica, neuroendocrina e dell’intero organismo allo stress chirurgico. Grazie a questo protocollo, si ottiene una ripresa funzionale precoce, una riduzione delle complicanze post-operatorie. Mentre i tempi di degenza si accorciano, aumenta la qualità della cura.

La chirurgia fast track combina le tecniche chirurgiche mini-invasive ed endoscopiche ai protocolli gestionali del paziente: tutto questo al fine di ottenere un recupero precoce delle normali funzioni, oltre ad un controllo ottimale del dolore ed alla riabilitazione postoperatoria intensiva (come la ripresa precoce dell’alimentazione e della deambulazione).

Per attuare questa serie di procedure è necessaria la collaborazione non soltanto del paziente ma anche degli operatori sanitari (medici, infermieri, anestesisti, fisioterapisti, nutrizionisti, ecc.): solo in questo modo è possibile renderla davvero efficace”.

La prima volta che abbiamo sentito parlare della possibilità di accelerare i tempi di recupero, abbiamo pensato subito ad una strategia orientata al risparmio sul costo della degenza ospedaliera. Insomma, un modo sbrigativo per congedare prima possibile il paziente dall’ospedale.

M.M. – “No, non è un modo sbrigativo per congedare prima possibile il paziente dall’ospedale. E’ molto di più. In primo luogo, è un grande vantaggio per il paziente; in secondo luogo, offre la possibilità di ridurre i tempi di degenza riducendo i costi ospedalieri.

A questo aggiungiamo le liste di attesa ridotte quasi a zero negli ospedali, visto che degenza e tempi di recupero si riducono. Il cambio di tecnica è la conseguenza di un cambio di mentalità in ambito chirurgico. Il percorso Fast Track è un nuovo modo di pensare la chirurgia”.

Può spiegarci meglio, dottor Michele Massaro, cosa s’intende per ‘nuovo modo di pensare la chirurgia’?

M.M. – “La chirurgia mini invasiva Fast Track consiste in un sistema intelligente, di alta qualità ed efficienza, che serve ad ottimizzare i tre momenti pre-operatorio, operatorio e post-operatorio nell’interesse del benessere psico-fisico del paziente. Sono crollati certi principi che la chirurgia ha costruito negli anni.

Una volta crollati questi principi, è cambiata giocoforza la tecnica anestesiologica e pre-operatoria. Il cambiamento di mentalità ha portato ad una modifica della tecnica chirurgica per la quale sono stati necessari studio, formazione costante del personale, una riorganizzazione specifica”.

Grazie al Fast Track cosa succede esattamente nei tre momenti pre-operatorio, operatorio e post-operatorio?

Michele Massaro – “Nella fase pre-operatoria, il paziente viene preparato ed informato sulle procedure anestesiologiche e chirurgiche. Riceve consigli importanti come astenersi da fumo e alcol, seguire una dieta equilibrata e sana.

Tra i vari principi ‘crollati’ di cui accennavo prima, c’è il famoso digiuno pre-operatorio dalla mezzanotte del giorno che precede l’intervento: è stato in gran parte superato perché, in tal modo, si assicura uno stato metabolico/nutrizionale ottimale.

La delicata fase operatoria prevede la preparazione all’anestesia ed il monitoraggio della stessa, il corretto posizionamento del paziente sul lettino operatorio, l’assistenza durante il risveglio, il controllo del dolore dopo l’intervento tramite analgesia loco-regionale con blocco selettivo dei nervi.

Si punta a ridurre la somministrazione di oppiacei, episodi di nausea e vomito. L’obiettivo principale è ridurre al massimo lo stress chirurgico.

Nella fase post-operatoria, si assiste ad un cambiamento del concetto di assistenza medica ed infermieristica. Il recupero rapido e sicuro prevede la gestione del dolore senza l’uso di morfina.

Allo scopo di prevenire complicanze cardiocircolatorie e respiratorie, il paziente deve necessariamente alzarsi lo stesso giorno dell’operazione (entro 6 ore dopo l’intervento).

Evitando la pratica del digiuno, si favorisce il veloce ripristino della funzione intestinale. Si riducono, così, lo stress operatorio ed i tempi di degenza in ospedale”.

Oltre al protocollo Fast Track che coinvolge i tre momenti (fase pre-operatoria, operatoria e post-operatoria), cos’altro rende possibile la riduzione dello stress operatorio ed i tempi di degenza in ospedale più rapidi?

M.M. – “Senza dubbio, l’utilizzo di protesi anca e ginocchio di dimensioni più piccole e meno ingombranti sono fondamentali per la chirurgia mini invasiva.

Sono realizzate, oltretutto, con materiali all’avanguardia come ceramica, polietilene con vitamina E, tantalio, titanio per durare più a lungo (20-25 anni, anche 30 anni in certi casi). La durata dipende dalle sollecitazioni a cui il paziente sottopone il suo arto e la protesi nel corso del tempo.

Queste protesi sono gli strumenti adatti per rendere possibile la chirurgia mini invasiva Fast Track per l’intervento ‘lampo’ di chirurgia protesica che consente di ridurre i tempi di ospedalizzazione a soli 2-3 giorni (un terzo rispetto al passato).

Tempi ridotti contro una qualità del servizio ed un’efficienza di alto livello. Questo sistema permette al paziente di camminare lo stesso giorno in cui viene operato e di fare le scale il giorno successivo”.

Quindi, dottor Michele Massaro, l’esperienza chirurgica è meno traumatica grazie anche agli strumenti utilizzati, le protesi più piccole?

chirurgia protesica mini invasiva

M.M. – “Strumenti e tecnica chirurgica avanzata viaggiano insieme e si completano. Ovviamente, l’incisione è ridotta perché la protesi è più piccola e ne consegue, perciò, anche un minor sanguinamento durante e dopo l’intervento, minore dissezione dei tessuti.

La chirurgia mini invasiva salvaguarda i tessuti (muscoli ed ossa), ha maggior ‘rispetto’ del corpo se la paragoniamo alla chirurgia tradizionale. Essendo l’intervento meno aggressivo e l’esperienza chirurgica meno traumatica, i tempi di recupero e riabilitazione si accorciano.

Il vero successo per chi crede da sempre, come me, nella chirurgia mini invasiva Fast Track è vedere i pazienti sorridere e non soffrire, dopo l’intervento. Non hanno bisogno di trasfusioni di sangue, controllano bene il dolore, rischiano meno (lussazioni, eventi avversi, complicanze)”.

Il fisioterapista ha un ruolo determinante, in fase di riabilitazione e recupero del paziente?

riabilitazione protesi chirurgia

Michele Massaro – “In riferimento alla chirurgia mini invasiva Fast Track, più che di recupero classico si dovrebbe parlare di mantenimento ottimale del livello funzionale del paziente.

Il paziente resta il protagonista del suo recupero e, in questa delicata fase, il ruolo del terapista è determinante. E’ una sorta di educatore, un coach sia per il paziente sia per i familiari e le persone impegnate a stimolarlo”.

A che punto siamo in Italia?

M. M. – “Molti definiscono la rivoluzione del Fast Track il futuro della chirurgia mini invasiva. Niente di più sbagliato. Questa tecnica è presente, è realtà da almeno 5-6 anni.

Come spesso succede, nonostante si conoscano i vantaggi (sia per la salute del paziente sia per il bene del sistema sanitario), ci vuole tempo per assorbire questa realtà a livello organizzativo.

Tutto quello che serve, oggi, è diffondere il più possibile questo percorso rapido a largo raggio”.

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