come curare lo stiramento muscolare

Cura per lo stiramento muscolare

Come curare lo stiramento muscolare

Chi pratica sport ha dovuto fare i conti, almeno una volta nella vita, con lo stiramento muscolare. Si tratta di una lesione di lieve/media entità dovuta ad allungamento eccessivo delle fibre muscolari. I muscoli più colpiti sono, generalmente, quelli che interessano coscia e polpaccio ma lo stiramento può coinvolgere anche i muscoli di braccia, schiena, petto, addome, collo/spalle.

Dopo averti illustrato le cause e i sintomi dello stiramento (noto anche come elongazione), ti sveleremo come curare lo stiramento muscolare con le migliori terapie ed i trattamenti di Fisioterapia mirata.

Stiramento, strappo e contrattura muscolare: differenze

10 Massaggi decontratturanti o rilassanti

Esiste una netta differenza fra strappo contrattura e stiramento muscolare.

Ecco le differenze sostanziali tra queste tipologie di lesione muscolare:

– la contrattura è caratterizzata da una contrazione involontaria del muscolo che supera le capacità della fibra muscolare. Il muscolo perde elasticità ma non avviene la rottura delle fibre. Causa dolore, rigidità, limitazione funzionale;

– lo strappo muscolare si verifica a seguito di scatti o contrazioni improvvise. Porta alla rottura delle fibre muscolari, il dolore dà la sensazione di una stilettata;

– lo stiramento muscolare è una lesione comune tra gli sportivi dovuta ad allungamento anomalo. Non provoca rottura delle fibre.

In ordine di gravità, lo stiramento è al secondo posto tra la più lieve contrattura e lo strappo muscolare.

In base alla gravità della lesione, esistono tre gradi di stiramento:

– 1° grado (lieve) che non manifesta rigidità muscolare o impotenza funzionale;

– 2° grado (medio), con difficoltà di movimento e conseguente contrattura muscolare;

– 3° grado (grave) ad un passo dallo strappo muscolare, con dolore, difficoltà di movimento e contrattura importante.

Lo stiramento ad uno stadio avanzato può tramutarsi in un vero e proprio strappo muscolare.

Cause

Sono diverse le cause ed i fattori di rischio che provocano lo stiramento muscolare soprattutto tra gli sportivi:

– fase di riscaldamento inadeguato prima di iniziare l’attività fisica;

– movimento scorretto, brusco o violento durante l’allenamento, scorretta dinamica nella corsa o nel salto;

– scarsa preparazione fisica non idonea al tipo di sforzo eseguito durante la pratica sportiva;

– sovraccarico funzionale e ripetute sollecitazioni;

– allenamento su terreno sconnesso con scarpe inadeguate;

– piccoli traumi alle articolazioni preesistenti;

– squilibri posturali e muscolari;

. mancanza di coordinazione;

– condizioni ambientali non ideali (sbalzi di temperatura, umidità);

– fase di recupero insufficiente tra un allenamento e l’altro.

Sintomi

Lo stiramento muscolare si riconosce dai seguenti sintomi:

– dolore localizzato improvviso, acuto ma sopportabile il più delle volte;

– spasmi;

edema e gonfiore;

– ematoma;

– infiammazione;

– indolenzimento;

– riduzione della forza;

– difficoltà a muoversi;

– rigidità muscolare e tensione.

Diagnosi

Per escludere lesioni più gravi (strappo muscolare, distorsione, frattura), è necessario sottoporsi a visita specialistica.

Lo specialista (ortopedico, fisiatraFisiatra a Napoli) eseguirà la diagnosi tramite palpazione e verifica della funzionalità dell’arto. Per ulteriori accertamenti, il medico può richiedere un esame strumentale (ecografia muscolo/scheletrica) per indagare sulla struttura muscolare.

Terapia conservativa

In caso di stiramento muscolare, è necessario seguire il protocollo RICE (immobilizzazione, ghiaccio per lenire dolore e infiammazione, compressione, elevazione per limitare l’ematoma) entro le 48-72 ore dall’infortunio.

Oltre al riposo, si raccomanda di evitare assolutamente movimenti di allungamento (stretching) che potrebbero portare ad una rottura delle fibre muscolari.

Se necessario, il medico prescriverà FANS (farmaci antiinfiammatori non steroidei) e miorilassanti in caso di tensione muscolare.

Stiramento muscolare: trattamenti di Fisioterapia mirata

Benefici della tecarterapia

Il Centro Ryakos pianifica un percorso terapeutico personalizzato dopo aver eseguito una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale.

I trattamenti d’elezione per intervenire sullo stiramento muscolare sono strumentali:

Tecarterapia (Human Tecar), che riduce drasticamente dolore e infiammazione, favorisce il rilassamento muscolare stimolando il metabolismo cellulare, stimola i processi riparativi rigenerando i tessuti danneggiati;

Laser Tag ad Alta Potenza, che stimola l’attività metabolica cellulare e il drenaggio dei liquidi riducendo dolore e infiammazione.

Queste due terapie strumentali d’elezione riducono il dolore e l’infiammazione, favoriscono il drenaggio locale e permettono una ripresa rapida.

Risultano efficaci anche i trattamenti con Ultrasuoni, TENS, Onde d’Urto (che favoriscono la cicatrizzazione della lesione).

Per risolvere tensioni e rigidità muscolare, si consigliano i seguenti trattamenti:

– Massaggio terapeutico;

– Trattamento miofasciale;

– Kinesiotaping, bendaggio elastico che stimola il drenaggio e la vascolarizzazione del muscolo;

– Esercizi terapeutici mirati (stretching, esercizi isometrici, isotonici e dinamici, rinforzo muscolare, propriocettivi).

Metodo Mezieres e tempi di recupero

Se il fattore di rischio (o la causa) è uno squilibrio posturale e muscolare, al paziente verrà consigliato un percorso unico: la Rieducazione Posturale Globale con metodo Mezieres che ristabilisce l’equilibrio posturale di tutta la colonna vertebrale tramite allungamento graduale della catena muscolare posteriore.

Il recupero, generalmente, avviene nell’arco di 2-3 settimane nei casi più lievi, fino a 3-4 mesi nei casi più gravi.

E’ importante eseguire un controllo con ecografia per verificare l’avvenuta guarigione prima di riprendere le attività. Risulta quantomai necessario accertarsi che non vi siano complicazioni perché una lesione da stiramento non risolta potrebbe portare a recidive o lesioni muscolari più gravi.

cicatrice ipertrofica

Cicatrice Ipertrofica

Cicatrice ipertrofica: cause, cure mirate in Fisioterapia

Le cicatrici non sono tutte uguali: esiste quella normale, atrofica, il cheloide o la cicatrice ipertrofica. Quest’ultima si forma quando il processo di cicatrizzazione (tessuto fibroso prodotto dal corpo per rimediare ad una lesione) subisce alterazioni.

Il processo cicatriziale diventa anomalo e va a formare uno strato di pelle super sviluppato rispetto al tessuto circostante. Si tratta di una reazione anticorpale che infiiamma la zona colpita inducendo l’organismo a generare tessuto in abbondanza.

A distanza di qualche mese dalla lesione cutanea, a conclusione del processo riparativo, questo tipo di cicatrice si presenta spessa, dura e gonfia, rossa, talvolta associata a prurito, dolore o disturbi di sensibilità.

Scopri le cause e la cura migliore per risolvere le cicatrici disfunzionali grazie alla Fisioterapia d’elezione.

Cicatrice ipertrofica e cheloide: le differenze

cheloide

Spesso, la cicatrice ipertrofica viene confusa con il cheloide. Si tratta di patologie diverse, riconoscibli per via di alcune caratteristiche.

Le cicatrici ipertrofiche si sollevano restando, però, confinate all’area della lesione e possono regredire. Solitamente, questo tipo di cicatrice si forma nelle ferite che riguardano le articolazioni provocando talvolta dolore che limita i movimenti. E’ rossa, tende a sbiancare quando è compressa, è fastidiosa, può provocare prurito e presenta noduli.

Al contrario, il cheloide non regredisce spontaneamente: non si solleva soltanto ma si espande, si allarga. E’ il risultato di una sovrapproduzione di collagene in fase di cicatrizzazione. La pelle tende a guarire con esiti grinzosi. Si presenta calda, piena, arrossata, senza noduli.

Esiste anche la cosiddetta cicatrice atrofica, tipica di chi soffre di acne o di chi ha subito un trauma o un intervento chirurgico. In questo caso, la caratteristica è una depressione del tessuto.

Le tre fasi di cicatrizzazione

Il processo di cicatrizzazione avviene in tre fasi:

– Infiammatoria (fino al 5° giorno);

– Proliferativa (dal 5° giorno fino a 3-4 settimane complessive);

– Maturazione (fino a 2 o più anni).

Cause

I fattori di rischio legati alle cause responsabili di una cicatrice ipertrofica possono essere diversi:

– qualità della sutura chirurgica o supporti alternativi dopo il trauma o l’intervento;

– igiene della pelle prima, durante e dopo al fine di contrastare le infezioni;

– strofinamento della cute traumatizzata;

– direzione della sutura o lesione;

– ritardo di guarigione (ematoma, diastasi);

– infezione o infiammazione della sutura;

– sutura che crea tensione alla pelle.

Altri fattori di rischio dipendono da caratteristiche del paziente come la razza (africana e caraibica), la giovane età, l’area colpita (spalla, regione toracica, scapolare, ecc.). Può dipendere anche da fattori genetici, ad esempio in caso di precedenti cicatrici ipertrofiche o cheloidee.

Cicatrice: alterazioni del corpo e della postura

Migliora la Postura e elimina il dolore con il Metodo Mezieres

Il Centro Ryakos offre una prima visita gratuita con valutazione fisioterapica della cicatrice ipertrofica. E’ fondamentale per controllare lo stato della cicatrice e pianificare un trattamento fisioterapico personalizzato.

Valutare con cura e precisione una cicatrice ipertrofica, eventuali tensioni o aderenze è essenziale. Una cicatrice può alterare il corpo, in particolare il distretto colpito.

Spesso, vengono ignorate cicatrici che possono causare nel tempo problemi, alterazioni sul corpo e sulla postura. Ignorarle è un grosso errore. Il corpo può essere trazionato verso una cicatrice dolorosa, dopo un intervento. Una cicatrice anomala può creare problemi a livello nervoso, immunitario, endocrino, psichico, addirittura dolori in distretti lontani dalla cicatrice stessa.

La cicatrice è sostanzialmente un taglio non solo sulla pelle ma nel tessuto connettivo sottostante e va a ledere la fascia connettiva, strutture linfatiche, vascolari. Può creare aderenze interne anche gravi e dolorose.

Se hai una cicatrice anomala che ti crea probemi, contattaci per una valutazione.

Cicatrice ipertrofica: il miglior trattamento in Fisioterapia

La riparazione di una ferita è un processo che varia da paziente a paziente in quanto è influenzata da diversi fattori: genetici, etnici, cutanei, anagrafici o altri fattori legati, ad esempio, allo stile di vita (fumo, alcol) o all’attività lavorativa. Ecco perché è fondamentale eseguire una valutazione accurata che il centro Ryakos ti offre gratuitamente.

Una valutazione essenziale riguarda anche la maturità della cicatrice. Quando è ancora in fase attiva, è preferibile il trattamento conservativo, medico, non chirurgico.

Nella fase iniziale o di guarigione della ferita, è necessario somministrare antibiotici evitando di esporre la cute danneggiata al sole in quanto potrebbe macchiarsi e guarire più lentamente.

Intervenendo nella fase intermedia, quando la cicatrice è immatura e l’epitelio sovrastante è ancora intatto, il trattamento risulterà più efficace.

Nel nostro Centro, trattiamo la cicatrice ipertrofica con:

Terapia manuale con mobilizzazione fasciale e massaggi specifici per rilassare il tessuto attorno alla cicatrice;

Fibrolisi, terapia che serve a disgregare i depositi di materiale fibroso accumulati a seguito di ripetuti processi infiammatori. L’effetto meccanico di scollamento a livello miofasciale è in grado di separare ed allontanare la cicatrice. Lo scollamento avviene tra tessuto cicatriziale e tessuti sottocutanei;

Onde d’Urto ad azione antinfiammatoria, antidolorifica, antiedemigena e rigenerante. Favorendo la riparazione dei tessuti, viene applicata anche per trattare ferite, piaghe, cicatrici dolorose di varia natura. Migliora la microcircolazione, stimola cambiamenti biologici a livello cellulare e favorisce una nuova formazione di vasi sanguigni (neoangiogenesi) per la riparazione e rigenerazione anche di tessuti scarsamente vascolarizzati.

Uno studio che spiega l’efficacia delle pressioni meccaniche per risolvere le aderenze cicatriziali.

Riguardo al trattamento chirurgico ricorda che ad una cicatrice si sostituirà, comunque, una nuova cicatrice.

radiografia rachide dorsale

Scoliosi dorso lombare

Scoliosi dorso-lombare: sintomi, complicanze, cure

Tra i diversi tipi di scoliosi, ritroviamo la scoliosi dorso-lombare di cui ci occupiamo in questo focus. In genere, per scoliosi s’intende una deformità della colonna vertebrale che presenta una curvatura laterale con rotazione di una o più vertebre mobili. La curva è convessa verso sinistra nel tratto lombare o verso destra nel segmento toracico.

In base alla localizzazione, esistono diversi tipi di scoliosi:

lombare (con vertebra apicale L2 e limitante inferiore lombare);

dorso-lombare (parte centrale e bassa della schiena, con vertebra apicale D12-L1 e limitante inferiore lombare);

dorsale (con vertebra limitante inferiore a livello di D12 o superiore);

cervico-dorsale (con apicale a livello D2 o superiore).

C’è da distinguere la scoliosi non strutturata ovvero l’atteggiamento scoliotico (senza gibbo né rotazione, con deviazione laterale che si riduce del tutto in decubito supino) dalla scoliosi vera e propria (strutturata). Quest’ultima presenta una curva laterale con rotazione, gibbo, dischi e vertebre deformati. La scoliosi porta anche a deformazioni anatomiche che coinvolgono costole e legamenti.

In base all’entità, si possono distinguere scoliosi lievi (<30°), moderate (30°-50°) e gravi (>50°).

Sintomi e complicanze della scoliosi dorso-lombare

I sintomi variano da soggetto a soggetto ed in base alla gravità della deformità:

– spalle con altezza differente (asimmetriche);

– costole prominenti oppure di altezze differenti, ben visibili quando il soggetto si china in avanti;

– bacino sbilanciato;

– una scapola più prominente rispetto all’altra;

– fianchi irregolari;

– vita asimmetrica (un lato sembra più alto dell’altro);

– anca prominente e sollevata;

– corpo inclinato verso un lato;

– affaticamento alla ragione dorso-lombare;

– mal di schiena di natura muscolare.

E’ fondamentale diagnosticare tempestivamente la scoliosi per prevenire l’aggravamento della deformità portando a serie complicanze.

Una grave scoliosi dorso-lombare può scatenare deficit cardio respiratori.

Cause

Nel 65% dei casi, la scoliosi è idiopatica, ovvero insorge senza cause note.

Per il 15% dei casi, è congenita, ovvero le malformazioni della colonna sono presenti dalla nascita.

Altre cause possono essere:

– malattie genetiche;

– problemi nello sviluppo (come l’incompleta formazione delle vertebre);

– patologie neuromuscolari (come la poliomielite);

– lunghezza disomogenea degli arti;

– distrofia o atrofia muscolare;

– paralisi muscolare di un lato del dorso;

– spina bifida;

– sindrome di Marfan;

– sindrome di Prader-Willi;

– tumori (neoplasia endocrina multipla di tipo 2B).

Generalmente, la scoliosi si manifesta durante la pubertà, quando i ritmi di crescita sono più rapidi.

Diagnosi

Per  sperare in un trattamento conservativo di successo, è importante saper individuare la scoliosi con una diagnosi precoce.

L‘iter diagnostico prevede:

– valutazione clinica con il test di Adams;

radiografia su tutta la lunghezza della colonna vertebrale in piedi;

risonanza magnetica per valutare lo stato del midollo spinale.

Attraverso l’esame della radiografia si potrà valutare la curvatura con la misura dell’angolo di Cobb.

Scoliosi dorso-lombare: quali terapie

Per programmare un percorso terapeutico personalizzato ed efficace, il Centro Ryakos offre una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale.

Viene effettuata una valutazione posturale attraverso test specifici, l’Esame Baropodometrico computerizzato, la consulenza di uno specialista gnatologo (per indagare su eventuali problemi di malocclusione dentale) e, se necessario, l’intervento di un tecnico ortopedico.

In riferimento alle patologie scoliotiche idiopatiche infantili, seguiamo generalmente le seguenti linee guida:

– osservazione periodica con monitoraggio ogni 3-6 mesi tramite radiografia, in caso di scoliosi sotto i 10° Cobb;

– trattamenti di kinesiterapia e Rieducazione Posturale Globale per scoliosi comprese tra i 10° ed i 20° Cobb allo scopo di evitare l’intervento chirurgico;

– Rieducazione posturale ed utilizzo di un corsetto per scoliosi tra i 20° ed i 40° Cobb con importanti spinte evolutive. Il corsetto più indicato in caso di scoliosi dorso-lombare è il modello Cheneau, un corsetto monovalva in polietilene alto, che arriva fino al D4; le parti ascellari si prolungano in avanti e sono collegate da un tirante modulare.

Oltre i 40° Cobb è necessario il ricorso all‘intervento chirurgico di artrodesi vertebrale per scongiurare complicazioni cardiorespiratorie o gravi deformità.

La scoliosi trattata con il metodo Mezieres

Nel trattare scoliosi fino a 40° Cobb, l’obiettivo è sempre stabiizzare la scoliosi idiopatica. Riuscire a bloccare la degenerazione ed il processo evolutivo della scoliosi dorso-lombare rappresenta un importante successo in Fisioterapia. Con la Rieducazione Posturale Globale metodo Mezieres si possono raggiungere notevoli risultati.

Gli esercizi eseguiti con questo metodo puntano all’autocorrezione tridimensionale della colonna stabilizzando la postura corretta e rieducando il paziente alla propriocezione.

Per l’aspetto biomeccanico, bisogna prendere in considerazione una serie di fattori: articolari, miofasciali, propriocettivi, neuromotori.

Gli atteggiamenti posturali in dorso piatto, cifolordosi, sbilanciamento del bacino (più anteriore del torace) sono dovuti a compensi delle catene muscolari tanto a livello di distribuzione delle forze di carico quanto a livello di equilibrio delle tensioni scheletrico/miofasciali.

Il metodo Mezieres ha l’obiettivo di agire sulle catene muscolari che sostengono la colonna per ripristinare l’equilibrio della postura di tutta la spina dorsale, di arti inferiori e superiori.

La Rieducazione Posturale Globale prevede il progressivo allungamento della catena muscolare posteriore. Assumendo determinate posture viene indotto, grazie al supporto di un mezierista esperto, un armonico riallungamento delle catene miofasciali per normalizzare l’allineamento corporeo. Mentre si allungano i muscoli accorciati, si rinforzano quelli più deboli.

Di solito, con il metodo Mezieres si ottengono ottimi risultati nel paziente adolescente sia a livello di estetica sia, soprattutto, di funzionalità.

dorsalgia

Dorsalgia

Dorsalgia: cause e cure

La dorsalgia è il dolore avvertito nel segmento dorsale della schiena (zona interscapolare, nel tratto che va dalla vertebra dorsale D1 alla D12). Può originare da cause molto diverse tra loro (da problemi muscolo-scheletrici a disturbi viscerali).

Il dolore dorsale (meno frequente della lombalgia e cervicalgia) di solito si manifesta o peggiora assumendo certe posizioni e tende a diminuire con il riposo o la mobilizzazione. Può essere acuto o cronico.

A questo disturbo, che è già di per sé un sintomo, si associano altri sintomi che ti spiegheremo più avanti.

Come si cura? La Fisioterapia può risolvere definitivamente questo problema?

Dorsalgia acuta e cronica: cos’è, come si manifesta

La dorsalgia è una forma di mal di schiena che si localizza a livello dorsale. Il più delle volte, viene avvertita alla parte alta della schiena, ma può colpire anche collo e torace.

Può trattarsi di un disturbo temporaneo (con una durata minore di 30 giorni) che si scatena in forma acuta per, poi, risolversi da solo o può evolvere in dorsalgia cronica. Si considera cronica quando il dolore dura da almeno 3-6 mesi.

A seconda delle cause, il dolore dorsale può essere accompagnato da altri sintomi secondari:

– mal di testa;

– affaticamento e debolezza muscolare, perdita di forza;

– dolore alle spalle;

– dolore e rigidità del collo, rigidità articolare;

– difficoltà nei movimenti;

– formicolii, sensazione di pizzicore o bruciore, intorpidimento, alterazione della sensibilità del braccio;

– parestesie o disestesie, sensibilità cutanea ridotta;

– febbre, stanchezza.

Dorsalgia acuta e cronica si manifestano in modo diverso.

La prima si verifica e peggiora assumendo certe posizioni e diminuisce con la mobilizzazione o il riposo.

Quella cronica è minima al risveglio e si accentua con il movimento, diminuendo con il riposo.

Dolore dorsale: cause

dolore dorsale

La dorsalgia può essere dovuta a diverse cause (muscolo-scheletriche e non solo):

– sforzi eccessivi, movimenti inadeguati e prolungati nel tempo;

– infiammazioni;

– artrosi della colonna dorsale;

– ernia discale;

– problemi cervicali che irradiano nella zona dorsale;

– contrattura muscolare;

– vizi posturali;

– scoliosi o altre asimmetrie della colonna come ipercifosi dorsale (dorso curvo) che colpisce gli adolescenti;

– osteocondrosi dorsale o morbo di Scheuermann (che interessa i ragazzi di età compresa fra i 12 e i 18 anni);

– osteoporosi;

– alterazioni a carico di muscoli, legamenti, dischi intervertebrali, articolazioni;

– infezioni da herpes zoster;

– traumi al tratto dorsale della colonna (comprese le fratture vertebrali);

– problemi viscerali (patologie di organi interni come polmoni, cuore, fegato, colecisti, pancreas);

– scarso tono dei muscoli addominali, lombari e dorsali;

– stress meccanico e psicologico, eccessiva tensione del muscolo diaframma.

In casi meno frequenti, la dorsalgia può manifestarsi a causa di patologie più serie come meningite, angina pectoris, infarto del miocardio, tumore, spondilolistesi, infezioni sistemiche, deficit neurologici.

Il dolore dorsale può associarsi alla lombalgia e/o cervicalgia.

Diagnosi

radiografia rachide dorsale

L’iter diagnostico eseguito dal medico di base, dall’ortopedico e/o dal reumatologo, comprende:

– l’anamnesi;

– l’esame obiettivo;

– indagini strumentali come radiografie, risonanza magnetica, ecografia, analisi del sangue.

Dorsalgia: Fisioterapia d’avanguardia, la soluzione definitiva

Tecarterapia Vomero
Tecarterapia Vomero

In riferimento alla dorsalgia causata da problemi muscolo-scheletrici, nella fase acuta, il medico prescriverà farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), analgesici, miorilassanti per un’eventuale contrattura muscolare.

I farmaci possono dare un sollievo temporaneo ma non risolvono il problema: non agiscono sulla vera causa bensì sui sintomi e non impediscono le recidive.

Superata la fase acuta, sarà determinante seguire un adeguato percorso di Fisioterapia.

Il Centro Ryakos offre una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale allo scopo di pianificare e personalizzare il programma terapeutico in base alle condizioni del paziente. Questa valutazione mira ad individuare la causa primaria del disturbo.

In caso di dorsalgia, il nostro centro fisioterapico utilizza strumenti fisici strumentali d’elezione, terapie manuali e riabilitative.

In una prima fase, utilizziamo i migliori trattamenti strumentali d’avanguardia, ovvero Human Tecar e Laser Yag ad Alta Potenza ad elevata efficacia antidolorifica, antinfiammatoria e rigenerante.

In seconda fase, i nostri fisioterapisti qualificati procederanno al ripristino della funzionalità muscolare ed articolare con i seguenti trattamenti manuali e riabilitativi:

Terapia manuale osteopatica con tecniche di manipolazione vertebrale per lo sblocco articolare;

– Trattamento miofasciale dei trigger point;

– Kinesiotaping;

– Esercizi terapeutici mirati (stretching, mobilizzazione progressiva, esercizi eccentrici, isometrici, potenziamento muscolare, ginnastica posturale, rieducazione propriocettiva);

Rieducazione Posturale Globale con metodo Mezieres dopo aver verificato, attraverso l’Esame Baropodometrico, deficit posturali. Questo metodo ha l’obiettivo di riequilibrare la postura di tutta la colonna vertebrale migliorando l’elasticità muscolare per evitare eventuali recidive.

Fibromialgia: dalla diagnosi alle terapie più efficaci

Fibromialgia: dalla diagnosi alle terapie più efficaci

La fibromialgia è una sindrome caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, affaticamento, disturbi del sonno. In Italia, colpisce 1,5/2 milioni di persone, soprattutto donne e non viene riconosciuta come invalidante. In altre nazioni, invece, rappresenta la causa più frequente di richieste di pensioni d’invalidità.

Il dolore, che coinvolge muscoli, tendini e legamenti, crea confusione a livello diagnostico: spesso, viene associato ad altre patologie.

In realtà, non si tratta di artrite e non provoca deformità a livello articolare. E’ una forma di reumatismo extra-articolare o riferito ai tessuti molli.

Nel tentativo di trovare una tecnica diagnostica specifica e valida, alcuni studi hanno dimostrato che sintomi come il dolore muscolo-scheletrico diffuso e la presenza di tender points (specifiche aree algogene alla digitopressione) sono tipici della sindrome fibromialgica.

In questo focus, approfondiamo la questione descrivendo sintomi, cause, diagnosi, terapie (dai farmaci alla terapia manuale osteopatica, dalle tecniche posturali al supporto psicologico-comportamentale).

Fibromialgia: cause

Fibromialgia: cause

Attualmente, la causa principale della sindrome fibromialgica resta ignota.
Sono diversi i fattori che possono scatenarla: eventi stressanti (malattia, trauma fisico o psichico, ecc,),
E’ improbabile che la fibromialgia sia dovuta ad una sola causa.

Tra i vari studi effettuati, è emerso che possano verificarsi alterazioni di mediatori chimici come i neurotrasmettitori a livello centrale o di sostanze ormonali. Pare, in effetti, che questa sindrome possa dipendere da una soglia di sopportazione al dolore ridotta per via di un’alterazione della percezione a livello di sistema nervoso centrale (alterazione della soglia nocicettiva).

Questa sindrome è caratterizzata dall’iperattività simpatica che porta ad alterazioni della microcircolazione periferica e centrale. Si verifica un’alterata distribuzione dei capillari a livello del tessuto muscolare con ipervascolarizzazione dei tender point, fenomeno di Raynaud, alterazioni del flusso cerebrale (riduzione del flusso nel nucleo caudato e talamo) preposti alla trasmissione e modulazione del dolore.

Fattori di rischio

Possono peggiorare la situazione i seguenti fattori:
– eventi stressanti (trauma fisico o psichico, malattia, lutto);
– affaticamento da lavoro;
– fattori climatici (freddo, umidità, cambiamenti meteorologici) o ambientali (rumore);
– carenza di sonno o scarsa qualità del sonno;
– fattori ormonali (periodo pre-mestruale);
– fattori psicologici.
La fibromialgia colpisce maggiormente le donne, probabilmente per una diversa interazione tra fattori biologici, genetici, psicologici e culturali. In più, gli estrogeni rivestono un ruolo importante nella modulazione del dolore (nelle donne la produzione del testosterone è ridotta).

Fibromialgia: segni e sintomi

Fibromialgia segni e sintomi

Il termine ‘fibromialgia’ significa dolore nei muscoli e nelle strutture connettivali fibrose (tendini, legamenti).
E’ definita una sindrome ovvero una condizione che comprende simultaneamente diversi segni e sintomi clinici.
Ecco quali sono i sintomi che il paziente affetto da fibromialgia può riferire:

  • dolore che coinvolge muscoli, tendini, legamenti;
  • cefalea muscolo-tensiva, emicrania;
  • rigidità mattutina che coinvolge soprattutto collo e spalle;
  • dolori addominali con alternanza di stipsi e diarrea (colon irritabile);
  • reflusso gastroesofageo;
  • spasmi vescicali che costringono il soggetto ad urinare spesso;
  • bruciore durante la minzione;
  • disturbi del sonno (poco profondo o non ristoratore, insonnia);
  • astenia (sensazione di stanchezza, affaticamento);
  • parestesie (formicolii e sensazioni tipo punture);
  • dolori al torace;
  • gonfiore alle mani;
  • perdita di memoria e difficoltà di concentrazione;
  • ansia, depressione.

Il dolore

Il dolore è il principale sintomo. Può iniziare a livello del rachide cervicale e delle spalle per poi diffondersi in tutto il corpo. Il sintomo doloroso viene descritto in molti modi: sensazione di bruciore, tensione, contrattura, crampi, morsi, scosse elettriche. Per alcuni può risultare molto intenso. Tende a variare in base alle attività, condizioni atmosferiche, stress, qualità del sonno, momenti della giornata.

Patologie associate alla fibromialgia

La sindrome fibromialgica non tende a peggiorare nel corso del tempo. Senza dubbio, però, è condizionante nella vita quotidiana e lavorativa.
Può associarsi alle seguenti patologie:
– sindrome da affaticamento cronico (CFS);
sindrome delle gambe senza riposo;
– emicrania;
– cefalea muscolo-tensiva;
– sindrome dell’intestino irritabile (colon irritabile);
– osteoartrosi;
artrite reumatoide;
– endometriosi;
– depressione;
– lupus.

Quale diagnosi

Diagnosticare la fibromialgia

Diagnosticare la fibromialgia non è semplice. E’ necessario valutare la presenza di dolore diffuso combinato con la presenza di tender point evocabili alla digitopressione.

Non esiste, al momento, un esame di laboratorio o radiologico in grado di diagnosticare in modo inequivocabile questa sindrome.
I sintomi della fibromialgia sono molto simili a quelli di altre patologie. E’ necessario, quindi, affidarsi ad un reumatologo o altri medici capaci di eseguire un’attenta e corretta anamnesi ed un esame obiettivo accurato per escludere altre condizioni cliniche di dolore cronico e di astenia.

Fibromialgia: terapie

Attualmente, si interviene sulla fibromialgia attraverso varie terapie che puntano a correggere i deficit tipici di questa sindrome:
– Combinazione di farmaci miorilassanti e farmaci che potenziano l’attività della serotonina, noradrenalina, dopamina, o che riducono il dolore ma anche antidepressivi a basso dosaggio. I farmaci antinfiammatori e cortisonci non mostrano un’efficacia rilevante, E’ necessario limitare l’uso di farmaci che possono avere effetti collaterali;
Fisioterapia strumentale, in particolare TENS, ionoforesi e termoterapia;
– Terapia manuale eseguita dall’Osteopata finalizzata a riequilibrare in todo le funzioni del corpo, in particolare il trattamento dei trigger point in grado di ridurre la percezione del dolore, la rigidità e la limitazione funzionale;
Biofeedback elettromiografico;
– Esercizi di stretching muscolare e tecniche di rilassamento per ridurre la tensione muscolare, riabilitazione per migliorare la postura, la flessibilità e la forma fisica;
– Supporto psicologico-comportamentale, se necessario.

L’efficacia delle terapie non farmacologiche

Le terapie non farmacologiche risultano molto efficaci nel modificare l’iperattività neurovegetativa e nel migliorare la qualità della vita.
Si intuisce che l’approccio terapeutico ideale è di tipo multidisciplinare, che coinvolge fisioterapista, reumatologo, neurologo e psicologo.

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Stasi venosa e linfatica: come curarla

Stasi venosa e  linfatica: il percorso terapeutico di Flowave 2

Trattiamo in un unico articolo la stasi venosa e linfatica caratterizzate, rispettivamente, da un’alterazione della circolazione sanguigna e del sistema linfatico.

Spieghiamo di che si tratta, come si manifestano le due condizioni patologiche, quali sono le cause e come intervenire su queste problematiche.

E’ importante non trascurare queste due patologie, eseguire una diagnosi accurata e scegliere il percorso terapeutico più adeguato a seconda dei casi.

Siamo esseri unici. Ecco perché il Centro Ryakos offre una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale. Bisogna indagare le cause prima di pianificare un programma terapeutico personalizzato.

Continua a leggere e scopri i benefici di Flowave 2.

Stasi venosa e linfatica: cosa sono

Stasi venosa e linfatica
Stasi venosa e linfatica

La stasi venosa consiste in un rallentamento della circolazione sanguigna nelle vene. Un’alterazione da non trascurare perché rappresenta uno dei tre fattori che predispongono allo sviluppo di una trombosi venosa.

Le possibili cause dell’insorgere della stasi venosa sono:

  • varici;
  • immobilizzazione prolungata;
  • fibrillazione atriale;
  • insufficienza cardiaca destra;
  • compressione dei tessuti;
  • viscosità del sangue alterata;
  • anemia falciforme.

Per stasi linfatica, invece, s’intende un’inefficienza del sistema linfatico che porta al ristagno della linfa negli arti inferiori o in altri distretti del corpo.

Le cause della stasi linfatica possono essere:

  • compressioni (come quelle dovute a neoplasie);
  • esiti di interventi chirurgici riferiti a linfonodi o tronchi linfatici;
  • infezioni parassitarie.

I fattori di rischio dell’insufficienza linfatica sono: sovrappeso e obesità, alimentazione scorretta ricca di zuccheri, conservanti, coloranti e priva di vitamine, minerali e amminoacidi.

Se trascurata o non trattata adeguatamente può diventare cronica e compromettere le normali attività quotidiane.

Stasi linfatica: conseguenze

La diretta conseguenza della stasi linfatica è l’edema o il linfedema dell’area coinvolta.

Quando il problema interessa la cute o i tessuti sottocutanei, il tessuto connettivo cresce di volume, si deforma fino all’elefantiasi.

Il problema di base, in entrambi i casi, è il gonfiore dovuto all’accumulo di liquidi nei tessuti connettivi (tra vasi sanguigni e cute).

L’edema si forma per l’incapacità del sistema linfatico di attivare uno smaltimento superiore alla norma e del sistema cariaco di procedere con un normale riassorbimento.

Le cause possono essere diverse (patologie cardiache come l’insufficienza venosa cronica, immobilità prolungata, utilizzo di abiti troppo stretti).

In genere, si descrive l’aumento di pressione sanguigna che non consente di incorporare anche l’acqua che, normalmente, dovrebbe confluire nel sistema venoso.

C’è una differenza sostanziale fra edema e linfedema.

Edema e linfedema

L’edema è destinato a scomparire gradualmente, mentre il gonfiore tipico del linfedema (che si presenta di consistenza fibrosa, non comprimibile) è cronico, caratterizzato da un accumulo esagerato di linfa in vari distretti del corpo. Compromette soprattutto braccia e gambe ma può interessare altre parti del corpo come mani, piedi.

Il linfedema si forma quando la linfa non riesce a scorrere adeguatamente verso il cuore e ristagna.

Esistono due forme di linfedema: primario causato da anomalie congenite dei linfonodi o dei canali linfatici e secondario che si sviluppa a causa di lesioni, infezioni, interventi chirurgici, traumi, diabete, obesità, cellulite batterica o infettiva. Il linfedema può insorgere anche a seguito di un disturbo venoso combinato con una scarsa attività fisica.

In soggetti che soffrono di insufficienza venosa cronica, il linfedema lieve-moderato può comparire per trasudazione di linfa nei tessuti interstiziali.

Oltre al gonfiore, i sintomi del linfedema sono dolore, alterazione della cromia della pelle (scolorisce, si ispessisce, diventa lucida), difficoltà a muovere o piegare l’arto compromesso, pelle soggetta a infezioni, prurito, tensione.

Stasi venosa e linfatica: parliamo di insufficienza venosa cronica

Insufficienza venosa cronica
Insufficienza venosa cronica

Il nostro focus è incentrato sulla stasi venosa e linfatica e, dopo il paragrafo dedicato all’edema e al linfedema, approfondiamo la questione dell’insufficienza venosa.

In condizioni normali, le valvole venose bicuspidi hanno la funzione di dirigere il sangue dalle vene superficiali degli arti inferiori verso il cuore, dal basso verso l’altro a dispetto della forza di gravità.

In caso di insufficienza venosa cronica (IVC) tali valvole non sono più in grado di svolgere questo compito. Avviene un’inversione del flusso (reflusso) del sangue dal sistema venoso profondo a quello superficiale. Tutto questo porta ad un’ipertensione venosa superficiale. Il sangue ristagna all’interno delle vene degli arti inferiori creando una costante pressione sulle pareti delle vene.

A lungo andare, quando l’insufficienza venosa diventa cronica con ipertensione prolungata, le pareti delle varici si dilatano fino alla fuoriuscita di liquidi nei tessuti circostanti (edema) creando un danno all’organo endotelio.

Tra i disturbi collegati all’insufficienza cronica venosa, ritroviamo varici, ulcere venose, edemi agli arti inferiori, emorroidi.

L’insufficienza venosa cronica può essere organica (dovuta a patologie delle vene) o funzionale (da sovraccarico anche per deficit posturali). Colpisce maggiormente le donne (dopo i 50-60 anni)

Stasi venosa e linfatica: trattamenti e cure

Oltre alla valutazione clinica, per la diagnosi il medico può richiedere esami strumentali come Risonanza Magnetica, tomografia computerizzata, linfoscintografia, Eco-Color-Doppler o altri esami specifici a seconda della problematica.

Tanto per la stasi venosa quanto per quella linfatica, il Centro Ryakos esegue una valutazione globale e distrettuale avvalendosi della collaborazione di diversi specialisti (approccio multidisciplinare) allo scopo di pianificare un programma terapeutico su misura del paziente, personalizzato.

Flebologo e linfologo sono i principali specialisti in malattie del sistema venoso e linfatico ma è importante, ad esempio, consultarsi anche con un nutrizionista per seguire un’alimentazione bilanciata e corretta. Stesso dicasi per il regolare esercizio fisico raccomandato dal Fisioterapista e non solo.

Dopo aver valutato lo stato di salute del paziente anche attraverso test di tossicità, genetici, ph sanguigno, ecodoppler, il medico generalmente consiglia:

  • Applicazione di calze o bendaggi elastocompressivi;
  • Linfodrenaggio manuale (il Centro Ryakos esegue il metodo Vodder);
  • Pressoterapia sequenziale ad aria e terapia fisica combinata (esercizi isometrici);
  • Tecarterapia per favorire il drenaggio e ripristinare la corretta funzionalità del sistema circolatorio e linfatico;
  • Chinesiterapia;
  • Integratori;
  • Un piano alimentare mirato a ripristinare la corretta funzionalità circolatoria e linfatica.

Nei casi più gravi di linfedema, si ricorre ad intervento chirurgico per rimuovere il tessuto in eccesso.

Non tutti conoscono Flowave 2, un elettromedicale unico nel suo genere ad elevata efficacia in caso di stasi venosa e linfatica. Vale la pena conoscerlo più da vicino e capire quali sono i reali benefici di questa terapia strumentale d’avanguardia.

Stasi venosa e linfatica: l’efficacia di Flowave 2

Flowave 2 interviene efficacemente sulla stasi venosa e linfatica.

E’ un elettromedicale del Sistema Integrato Novalinfa raccomandato in caso di edema, linfedema, flebolinfedema, lipedema ma anche ulcere venose e linfatiche, ematomi, ritenzione idrica, infiammazioni, lesioni muscolari, dolore e pesantezza di gambe, patologie del microcircolo, ulcere post-traumatiche e da decubito, piede diabetico ed altro ancora.

Genera onde sonore che hanno il grande compito di attivare un drenaggio veno-linfatico selettivo.

Rappresenta l’unico elettromedicale che sfrutta contemporaneamente 4 mezzi fisici: polarterapia, biorisonanza, vacuum connettivale e veicolazione trasndermica.

La Biorisonanza ripristina la normale attività dei sistemi nervoso, venoso, linfatico e muscolare mentre il Vacuum connettivale, favorendo il drenaggio e migliorando l’ossigenazione dei tessuti, riattiva il microcircolo e il sistema linfatico.

La Polarterapia, influenzando la membrana cellulare. favorisce l’eliminazione di aggregati proteici presenti nell’area da trattare.

Flowave 2 consente anche la veicolazione transdermica di principi attivi naturali tramite un segnale sonoro.

Sottopone le cellule a onde di pressione e decompressione cicliche per ristabilire la giusta intensità di corrente della membrana cellulare per le normali funzioni biologiche.

L’operatore può monitorare la risposta fisiologica del paziente al trattamento grazie ad un sistema di valutazione e controllo integrato.

Flowave 2 vanta diversi benefici:

  • Drena i liquidi stagnanti;
  • Incrementa il flusso periferico di sangue e linfa;
  • Vascolarizza la zona trattata ripristinando l’equilibrio idrico;
  • Ossigena e disintossica i tessuti apportando nutrienti;
  • Riduce infiammazione, dolore, senso di pesantezza e stanchezza degli arti;
  • Rigenera i tessuti;
  • Migliora il tono e l’elasticità della pelle;
  • Elimina le aderenze tissutali.

Le onde sonore generate da Flowave 2 hanno un effetto depurativo del sistema linfatico e rafforzano il sistema immunitario.

L’efficacia è elevata e a lungo termine: studi clinici hanno evidenziato che, dopo questo trattamento, la condizione patologica non si ripresenta nelle aree trattate.

Controindicazioni

Flowave 2 è controindicato in caso di:

  • Gravidanza;
  • Pace-maker e protesi metalliche;
  • Ipertensione e disturbi cardiaci gravi;
  • Infezioni sistematiche;
  • Epilessia;
  • Tromboflebiti;
  • Cartilagine in aumento;
  • Placche stabili.

Affidati esclusivamente a centri qualificati come il nostro.

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Prolasso Vescicale

Prolasso Vescicale

Dalle cause alla riabilitazione perineale

Denominato anche cistocele, il prolasso vescicale si manifesta quando la vescica (che raccoglie l’urina) si abbassa spingendo contro la parete anteriore della vagina. Nei casi più gravi, la vescica spostandosi dalla sua posizione anatomica fuoriesce in buona parte o del tutto dalla vagina per un rilassamento o lesione dei tessuti che circondano l’organo.

Il prolasso degli organi pelvici avviene quando il pavimento pelvico (muscoli e legamenti pelvici) si indebolisce e non riesce più a mantenere gli organi nella loro corretta posizione anatomica. Si verifica, di conseguenza, una discesa di tali organi nell’area pelvica.

Quali sono le cause e i sintomi? Cosa fare? Quali sono le terapie più efficaci a lungo termine per risolvere il problema? Risponde la Fisioterapia avanzata.

Cause del Prolasso vescicale

riabilitazione prolasso vescica

Le possibili cause del prolasso vescicale e del conseguente indebolimento pelvico sono:

  • Invecchiamento e menopausa (donne over 50). L’invecchiamento determina una perdita di tono muscolare a causa di una riduzione degli estrogeni che contribuiscono alla salute ed alla forza dei muscoli vaginali;
  • Gravidanza e parto, in particolare donne che hanno avuto molte gravidanze, gravidanze gemellari o con feti di grandi dimensioni. I soggetti maggiormente a rischio di cistocele sono le donne che hanno partorito molti bambini perché, dopo i travagli, la muscolatura interessata potrebbe non tornare elastica e tonica come prima;
  • Sovrappeso e obesità;
  • Sforzi, sollevamento di oggetti pesanti eseguito in modo errato che provoca traumi e stiramenti oppure lavori che costringono a stare in piedi per molte ore;
  • Fattori di familiarità, predisposizione genetica;
  • Patologie polmonari croniche (come BPCO, enfisema), bronchite, broncopneumopatia ostruttiva responsabili di tosse cronica che aumenta la pressione addominale con conseguente prolasso degli organi pelvici;
  • Fumo;
  • Ipoestrogenismo;
  • Lacerazioni del perineo;
  • Traumi del pavimento pelvico;
  • Stipsi (stitichezza) cronica;
  • Vita sedentaria;
  • Esiti di interventi chirurgici a vescica, utero o vagina tra cui isterectomia (asportazione dell’utero);
  • Problemi del tessuto connettivo;
  • Spina bifida;
  • Infezioni croniche;
  • Collagenopatia, una malattia del collagene che rende il pavimento pelvico più lasso e soggetto a lacerazioni;
  • Pressione intraddominale dovuta a masse addominali come tumori o fibromi della zona pelvica;
  • Alcune condizioni neurologiche o lesioni al midollo spinale.

Prolasso vescicale: classificazione

prolasso vescicale

In base alla localizzazione, distinguiamo il prolasso della vescica:

  • Apicale, nel terzo superiore della vagina;
  • Mediale, nella vagina media;
  • Laterale, dovuto ad un difetto a carico del muscolo pelviperineale e relative strutture legamentose e fasciali.

Gli stadi (o i gradi) di prolasso della vescica sono tre:

  • Lieve, con sensazione di pressione nell’area pelvica, soprattutto se si resta in piedi per molto tempo. Solo una piccola porzione della vescica scivola sulla vagina;
  • Moderato: un’ampia porzione di vescica scivola sulla vagina raggiungendo l’apertura vaginale;
  • Grave: la vescica fuoriesce dalla vagina in quanto la fascia vescico-vaginale non riesce più a contenerla.

Sintomi

Nel 1° stadio, il prolasso vescicale tende ad essere asintomatico. Man mano che la patologia avanza, aumenta la sintomatologia. I primi sintomi si avvertono al 2° grado del cistocele.

Pur non essendo pericolosi per la salute, i sintomi possono essere molto fastidiosi e imbarazzanti per chi soffre di prolasso della vescica pregiudicando la qualità della vita.

Elenchiamo, di seguito, tutti i sintomi:

  • Contrazione spasmodica e dolorosa dello sfintere vescicale accompagnata da una sensazione di pressione (peso) e fastidio nella zona pelvica e vaginale;
  • Difficoltoso o incompleto svuotamento della vescica dopo la minzione;
  • Aumento del numero di minzioni notturne o giornaliere (cistiti ricorrenti), urgenza di urinare e defecare;
  • Sensazione di corpo estraneo;
  • Facile affaticabilità (astenia);
  • Prurito vaginale;
  • Dolore dorsale, lombare o addominale;
  • Dolore pelvico quando si tossisce, si ride o durante i rapporti sessuali (dispareunia);
  • Riduzione della sensibilità vaginale;
  • Ritenzione urinaria acuta, una condizione grave che, se non curata tempestivamente, può sfociare in insufficienza renale;
  • Incontinenza urinaria in caso di sforzo, perdita involontaria di urina, feci e gas;
  • Ricorrenti infezioni della vescica;
  • Fastidio alla vagina dopo aver trascorso diverso tempo in piedi;
  • Fuoriuscita della vescica dall’apertura vaginale (nelle forme più avanzate);
  • Sanguinamento dalla vagina;

Nessuno dei sintomi elencati va sottovalutato. In particolare, la sensazione di mancato svuotamento della vescica, deve essere risolto rapidamente per evitare il rischio di infezioni alla vescica stessa.

Al cistocele, talvolta, può accompagnarsi il prolasso uterino.

Diagnosi

terapia per il prolasso vescicale

La diagnosi varia a seconda della gravità della patologia.

In uno stadio avanzato, è sufficiente l’anamnesi e l’esame obiettivo mentre, nei casi più lievi, può essere necessario eseguire più di un esame.

Riportiamo di seguito l’iter diagnostico completo considerando i vari gradi di prolasso:

  • anamnesi;
  • esame obiettivo del pavimento pelvico;
  • esame delle urine se si sospettano infezioni delle vie urinarie;
  • cistouretrografia, esame radiologico che prevede l’inserimento di un catetere in vescica;
  • ecografia/Risonanza Magnetica per valutare lo stato di salute dell’apparato urinario e genitale e l’eventuale presenza di prolasso dell’utero;
  • cistomanometria per studiare il flusso urinario e le pressioni sulla vescica durante la minzione;
  • cistoscopia durante cui viene inserito uno strumento (il cistoscopio) attraverso l’uretra per osservare direttamente la parete della vescica;
  • elettromiografia pelvica che misura l’attività contrattile dei muscoli pelvici.

Gli ultimi tre esami vengono eseguiti raramente.

In presenza di ulcere nella vagina o sulla cervice, si esegue la biopsia (esame al microscopio) per verificare la presenza di un’eventuale massa tumorale.

Prolasso vescicale: terapia conservativa

esercizio di sollevamento del bacino per il pavimento pelvico

Se la forma è lieve, non è necessario alcun particolare trattamento. Considerando, però, che la patologia tende a peggiorare, si consiglia già al primo stadio di seguire una terapia conservativa che prevede:

  • Terapie a base di estrogeni indicate alle donne in menopausa per rinforzare la muscolatura pelvica. L’uso prolungato di estrogeni per via orale può portare, però, a gravi complicanze (rischio aumentato di tumore alla mammella e all’utero). E’ preferibile, quindi, utilizzare estrogeni per via topica (pomate) da applicare a livello vaginale;
  • Utilizzo del pessario, anello in gomma o plastica da inserire in vagina per sostenere la vescica, nei casi di cistocele in forma moderata-grave;
  • Infiltrazioni con sostanze riempitive sintetiche (acido ialuronico, collageni, derma porcino) o con cellule staminali prelevate dal paziente;
  • Riabilitazione del pavimento pelvico (perineale).

E’ quantomeno necessario correggere lo stile di vita, perciò si consiglia di:

  • smettere di fumare;
  • dimagrire, in caso di sovrappeso;
  • praticare una regolare attività fisica;
  • svolgere determinati esercizi di rinforzo sul pavimento pelvico;
  • prevenire la stitichezza attraverso una dieta ricca di fibre;
  • evitare di sollevare pesi in modo errato;
  • curare la tosse cronica;
  • non stare troppe ore in piedi.

Riabilitazione del pavimento pelvico per prolasso vescicale

Il Centro Ryakos offre una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale comprensiva dei migliori test al fine di pianificare un percorso terapeutico personalizzato.

Nel nostro centro, si esegue la Riabilitazione del pavimento pelvico. In che consiste?

Questo percorso importante, efficace e risolutivo prevede:

  • Chinesiterapia pelvi-perineale con gli esercizi di Kegel da eseguire una o due volte alla settimana in presenza del Fisioterapista e da ripetere a casa quotidianamente per rafforzare efficacemente il pavimento pelvico. Questi esercizi prevedono la contrazione ed il rilasciamento dei muscoli del pavimento pelvico e sono molto efficaci anche per controllare un’eventuale incontinenza urinaria;
  • Terapia manuale eseguita dall’Osteopata;
  • Biofeedback durante cui si connette un sensore ai muscoli pelvici: misura la loro attività, registra una contrazione o un rilassamento muscolare che potrebbero non essere percepiti. Il segnale viene trasformato in segnale visivo quando il paziente esegue gli esercizi dando modo al medico di verificare se i muscoli da rinforzare beneficiano di quel determinato esercizio;
  • Elettrostimolazione funzionale (utilizzata raramente) che utilizza elettrodi stimolatori dei muscoli pelvici. Questa tecnica è indicata nei casi in cui il paziente non riesce a contrarre volontariamente e adeguatamente i muscoli perineali.

Le suddette metodiche puntano a migliorare la sensibilità, la coordinazione, la contrazione e la resistenza dei muscoli perineali che hanno il compito di sostenere vescica, utero e retto-ano.

Vantaggi e benefici della Riabilitazione perineale

riabilitazione perineale

In caso di prolasso vescicale, la Riabilitazione del pavimento pelvico rappresenta un valido supporto per il paziente.

Di seguito, tutti i vantaggi di questo trattamento riabilitativo:

  • Rieduca il paziente ai corretti movimenti a lungo termine per evitare ricadute;
  • È di documentata efficacia (funziona nell’80-95%);
  • Non presenta alcun effetto collaterale;
  • È indolore;
  • Non prevede assunzione di farmaci;
  • Si può ripetere;
  • È personalizzata.

Consente di ottenere i seguenti benefici e risultati:

  • Eliminazione del mal di schiena in quanto permette di far lavorare correttamente bacino e perineo;
  • Riduzione della tensione sulle spalle e postura allineata;
  • Controllo aumentato sui muscoli per evitare fastidiose perdite;
  • Maggior consapevolezza del processo del parto;
  • Recupero del piacere sessuale;
  • Preparazione chirurgica e tempi di recupero post-chirurgici più rapidi.

Terapia chirurgica nelle fasi avanzate

Il prolasso vescicale è una patologia cronica, tende a peggiorare con l’andare del tempo e può essere associato a prolasso uterino o rettale caratterizzati da sintomi più marcati. E’ importante rivolgersi al medico (ginecologo) all’insorgere dei primi sintomi per rallentare la progressione della patologia.

Nelle fasi avanzate, il prolasso può dare una sintomatologia molto invalidante al punto tale da richiedere un intervento chirurgico eseguito in ospedale sotto anestesia generale per riposizionare la vescica. Si tratta di una procedura mini invasiva che utilizza innesti (biologici o sintetici).

Generalmente, il paziente riprende le normali attività quotidiane e il lavoro 4-6 settimane dopo l’intervento.

Coxalgia

Coxalgia: cause e cura del dolore all’anca

Coxalgia: cos’è

Il dolore all’anca colpisce soggetti di tutte le età, soprattutto anziani (in particolare, donne over 60): il nostro focus analizza tutte le possibili cause (e sintomi associati) della coxalgia. Individuare la causa è essenziale per scegliere la terapia più adeguata. La Fisioterapia d’elezione non si limita a curare i sintomi (dolore e infiammazione) ma scova la causa reale per risolvere il problema a lungo termine.

Per ragioni diverse, questo disturbo colpisce anche chi pratica sport (soprattutto danza) in modo intenso, eccessivo o sbagliato, persone obese e neonati (per displasia congenita dell’anca).

Il dolore all’anca non necessariamente indica un processo artrosico o altre patologie: spesso è dovuto a rigidità ed infiammazioni muscolari per posture errate e conseguente sovraccarico sull’articolazione.

La sintomatologia dolorosa interessa l’articolazione coxofemorale, localizzata tra la testa del femore e l’osso iliaco del bacino. L’anca ci consente di camminare, eseguire movimenti di flessione, estensione, adduzione e abduzione. Una sua disfunzione abbassa notevolmente la qualità della vita.

Scopriamo insieme quali sono le cause della coxalgia, i sintomi associati, le cure e le terapie più efficaci per sbarazzarsi di dolore e infiammazione risolvendo a lungo termine la causa.

Coxalgia cause 

cura coxalgia

Il dolore all’anca, condizione più comune nelle donne che negli uomini, può manifestarsi a seguito di numerose cause:

  • Traumi diretti dovuti a cadute, infortuni, incidenti (fratture, lussazioni, contusioni);
  • Lesioni croniche dovute a processi degenerativi tipici dell’invecchiamento ed usura della cartilagine che riveste la testa del femore e il cotile (artrosi primitiva o secondaria dell’anca o coxartrosi);
  • Sovraccarico funzionale, sforzi eccessivi;
  • Infiammazioni acute e croniche dei tessuti articolari (artrite, periartrite, tendinite, trocanterite, psoite);
  • Difetti posturali, postura sbilanciata che carica eccessivamente da un lato creando tensione soprattutto al muscolo ileo-psoas andando ad esercitare un effetto compressivo sull’articolazione dell’anca. L’ileo-psoas può infiammarsi per problemi alla colonna vertebrale ma anche per disturbi intestinali o agli organi uro-genitali;
  • Problematiche del piede, ginocchio, bacino, schiena o colonna vertebrale;
  • Osteoporosi;
  • Displasia dell’anca (malformazione congenita):
  • Artrite reumatoide;
  • Conflitto femoroacetabolare;
  • Algodistrofia;
  • Fibromialgia;
  • Osteo necrosi della testa femorale;
  • Tumori ossei che coinvolgono il femore o l’acetabolo.

Sintomi

coxalgia

Il dolore all’anca, sintomo protagonista del nostro approfondimento, viene spesso avvertito alla radice dell’arto, soprattutto a livello inguinale, ma può essere localizzato anche nella parte inferiore della coscia, sopra il ginocchio ed estendersi ai glutei fino ad arrivare al ginocchio.

E’ un dolore di tipo meccanico che aumenta nella stazione eretta e durante il cammino e si attenua con il riposo. Solitamente, risulta più intenso al risveglio, con i primi movimenti articolari del mattino. Se il dolore coinvolge la zona inguinale, la parte interna del ginocchio e della coscia durante il movimento può essere il chiaro segnale di un’artrosi.

In genere, i sintomi associati al dolore sono:

  • Limitazione funzionale, rigidità articolare in proporzione al grado di degenerazione causata dall’artrosi. I movimenti più limitati sono quelli di rotazione, intrarotazione, adduzione-abduzione, flessione-estensione;
  • Zoppia, impossibilità di caricare il peso sull’articolazione (possibile segnale di microfratture o fratture dell’anca);
  • Gonfiore locale;
  • Spasmi muscolari.

E’ possibile capire se ci troviamo in presenza di un’artrosi o di una semplice infiammazione muscolare: l’artrosi provoca rigidità articolare, l’infiammazione muscolare no. Quest’ultima può provocare contratture o tensione muscolare. Un problema al muscolo psoas provoca dolore quando ci si alza dopo aver mantenuto la posizione seduta.

Diagnosi

Per indagare sulle cause del dolore all’anca, è necessario sottoporsi a visita specialistica per una valutazione accurata. In base ai sintomi riferiti ed alla visita clinica, il medico prescriverà esami strumentali.

Gli esami più frequenti sono le radiografie all’anca e al bacino, essenziali per sospetta artrosi. Se la lastra appare normale, il problema è da attribuire ai muscoli anziché all’articolazione.

La TC può essere utile in caso di conflitto femoro-acetabolare o per verificare l’eventuale presenza di cisti o tumori ossei.

La Risonanza Magnetica Nucleare è indicata in caso di necrosi della testa femorale, conflitto femoroacetabolare, algodistrofia.

L’ecografia viene eseguita nei casi pediatrici, mentre se si sospettano artrite settica, malattie metaboliche o reumatiche nell’adulto, il medico prescriverà esami del sangue.

Video di Test ortopedici per l’anca di Massimo De Filippo

Coxalgia: cure e terapia conservativa

Nella maggioranza dei casi di coxalgia, la terapia è conservativa.

Il medico, generalmente, prescriverà:

  • un periodo di riposo;
  • applicazione di ghiaccio alternata ad impacchi caldi;
  • farmaci antinfiammatori non steroidei, analgesici, miorilassanti (in presenza di contrattura muscolare) da assumere per un breve periodo (una settimana circa);
  • terapia infiltrativa con acido ialuronico, anestetici locali, cortisonici;
  • trattamenti con collagene e glucosamina per contrastare la degenerazione delle cartilagini e l’infiammazione di muscoli e tendini;
  • un piano alimentare adeguato in grado di agire sull’infiammazione ed assicurare il benessere intestinale (fondamentale per l’anca);
  • utilizzo di cuscini ortopedici personalizzati per evitare il dolore notturno in caso di trocanterite;
  • fisioterapia e riabilitazione.

In caso di artrosi avanzata, il più delle volte bilaterale, quando il livello di degenerazione delle cartilagini è importante, è necessario ricorrere all’intervento chirurgico di sostituzione protesica (protesi all’anca mini invasiva).

Cura e Fisioterapia

come curare la coxalgia

Allo scopo di pianificare un percorso terapeutico personalizzato e mirato al singolo caso, il Centro Ryakos offre una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale (comprensiva dei principali test). Questo tipo di valutazione è essenziale per individuare la causa responsabile del dolore all’anca.

La prima cosa da fare è ridurre ed eliminare infiammazione e dolore attraverso i trattamenti fisici strumentali più avanzati, efficaci e rapidi, ovvero:

Per ripristinare la mobilità articolare ed intervenire sulle contratture muscolari, si procederà con i migliori trattamenti manuali e riabilitativi:

  • Terapia manuale eseguita dall’Osteopata;
  • Massaggi e manipolazioni eseguiti dal Massoterapista;
  • Trattamento miofasciale dei trigger point;
  • Esercizi terapeutici (mobilizzazione passiva e attiva, stretching, rinforzo muscolare, esercizi posturali).

Video di My personal trainer per lo stretching dei muscoli dell’Anca

Una volta risolto il dolore e ripristinata la funzionalità articolare e muscolare, la fase finale prevede il controllo completo della postura attraverso l’Esame Baropodometrico. Se da questo esame risulterà un deficit posturale, il Fisioterapista raccomanderà un percorso esclusivo in grado di evitare sovraccarichi e recidive: la Rieducazione Posturale Globale con il  metodo Mezieres. Questo metodo è in grado di riequilibrare la postura di tutta la colonna vertebrale e degli arti.

Osteonecrosi-della-testa-del-femore

Osteonecrosi della testa del femore

Osteonecrosi della testa del femore: Fisioterapia mirata o intervento?

Insieme all’artrosi e alla displasia (evolutiva o congenita), l’osteonecrosi della testa del femore è una delle principali cause di dolore all’anca. Insorge a seguito di insufficienza vascolare o mancanza di afflusso sanguigno portando alla perdita di vitalità (necrosi) dei tessuti della testa del femore (la parte superiore dell’osso che si inserisce nel bacino formando l’articolazione dell’anca).

In mancanza di un’adeguata circolazione le cellule ossee muoiono: non intervenendo tempestivamente, il collasso della testa femorale è inevitabile. Un collasso dovuto ad una progressiva deformazione sotto carico ed appiattimento polare che causa una precoce degenerazione dell’articolazione dell’anca.

Il nostro focus si concentra sulle possibili cure, sulle migliori terapie per intervenire su questa patologia (detta anche necrosi avascolare) che colpisce prevalentemente l’ anca, non senza prima aver descritto sintomi, cause e diagnosi.

Osteonecrosi della testa del femore: cause

cura per la necrosi della testa del femore

Questa patologia ha origine da diversi fattori e colpisce principalmente uomini tra i 40 e i 50 anni. Nel 50% dei casi è bilaterale.

La cause possono essere classificate in traumatiche e non traumatiche.

I principali traumi responsabili della necrosi sono da ricondurre a:

  • Fratture intracapsulari del collo femorale;
  • Fratture/lussazioni dell’acetabolo;
  • Lussazioni dell’anca iatrogene (a seguito di interventi di osteosintesi al collo del femore).

Le cause non traumatiche sono dovute principalmente a:

  • Assunzione prolungata di farmaci a base di cortisone (corticosteroidi);
  • Abuso di alcol che porta all’accumulo di grasso nei vasi sanguigni;
  • Coagulopatie (coaguli di sangue);
  • Embolismo;
  • Emoglobinopatie;
  • Malattie da decompressione (come l’embolia gassosa);
  • Diabete mellito;
  • Iperuricemia (elevata concentrazione plasmatica di acido urico nel sangue);
  • Colesterolo e trigliceridi alti;
  • Radioterapia locale ad alte dosi.

Tra gli altri fattori di rischio, ritroviamo il sovrappeso.

Altre malattie che possono contribuire allo sviluppo dell’osteonecrosi della testa femorale sono: gotta, HIV, cirrosi epatica, vasculite, lupus eritematoso, pancreatite cronica, morbo di Crohn, anemia falciforme, sindrome di Gaucher e malattia dei cassoni.

I sintomi dell’osteonecrosi della testa femorale

Come si manifesta l’osteonecrosi che interessa la testa del femore? In modo diverso da paziente a paziente. Per alcuni è asintomatica, per altri si manifesta in maniera acuta. Il dolore è avvertito a livello dell’inguine, s’irradia sul gluteo e sulla faccia anteriore e mediale della coscia, raggiungendo talvolta il ginocchio. Il dolore aumenta con il carico e la deambulazione e il paziente può presentare zoppia in assenza di segni neurologici.

Col progredire della patologia il dolore si intensifica fino ad essere avvertito anche a riposo e si possono riscontrare difficoltà di deambulazione a causa di alterazioni della biomeccanica e dell’insorgere di artrosi secondaria dell’anca. Il dolore tende ad aumentare finché l’osso non collassa.

In genere, a differenza di altre patologie degenerative, questa malattia insorge bruscamente.

Diagnosi

osteonecrosi della testa del femore

Nelle fasi iniziali della malattia, la necrosi della testa del femore è difficile da diagnosticare.

Nei primi 6 mesi dall’insorgenza della patologia, la classica radiografia può risultare negativa in quanto non si sono verificate ancora le tipiche alterazioni morfologiche della necrosi.

Se si sospetta la necrosi o il paziente è a ‘rischio’ è necessario eseguire una TAC o una RMN (risonanza magnetica nucleare) in grado di individuare la lesione necrotica prima che avanzi.

Si esegue sempre più di rado la scintigrafia ossea per via degli attuali apparecchi di risonanza magnetica più evoluti e precisi rispetto al passato.

Nello stadio avanzato, la RMN è inutile visto che risulta ben visibile dalla radiografia tradizionale.

Osteonecrosi della testa del femore: come si cura?

cura necrosi femore

Le possibili terapie dipendono dal grado e dall’estensione dell’area necrotica.

Nei casi più lievi (lesione di basso grado con estensione minima), si può intervenire con trattamenti conservativi che prevedono:

–       Scarico deambulatorio con due stampelle;

–       Assunzione di farmaci bifosfonati (comunemente impiegati per il trattamento dell’osteoporosi) per rallentare il deterioramento delle ossa;

–       Farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) per attenuare il dolore e ridurre l’infiammazione, da assumere per brevi periodi solo dietro prescrizione medica considerando gli effetti collaterali e le controindicazioni;

–       Trattamenti di Fisioterapia strumentale d’elezione: Laser Yag ad Alta Potenza, Tecarterapia e Onde d’Urto ;

–       Esercizi terapeutici per migliorare la mobilità dell’anca e del femore.

In caso di lesione più grave con estensione più ampia, è necessario ricorrere ad un intervento chirurgico (per asportare il tessuto compromesso e stimolare la rivascolarizzazione dell’osso necrotico) e ad un eventuale innesto di fattori di crescita (proteine ossee) o cellule mesenchimali (staminali).

Nei casi più gravi, spesso l’unica soluzione è l’impianto di una protesi d’anca mini invasiva che sostituisce il segmento danneggiato dalla patologia.

Osteonecrosi della testa del femore: Fisioterapia mirata, i migliori trattamenti

cura osteonecrosi femore

La Fisioterapia d’avanguardia interviene nei casi più lievi di osteonecrosi della testa femorale (tessuto osseo danneggiato per il 10%). Le terapie d’elezione sia per trattare dolore e infiammazione sia rigenerativi sono tre, molto efficaci. Il passo più importante da fare è intervenire tempestivamente.

Come abbiamo detto, una diagnosi accurata e precisa è quantomeno essenziale per scegliere la terapia più adeguata.

Allo stadio iniziale della patologia, è importante anche la valutazione globale e distrettuale del Fisioterapista, necessaria per programmare un percorso terapeutico personalizzato.

Noi del Centro Ryakos offriamo una prima visita gratuita comprensiva di questa preziosa valutazione durante cui eseguiamo test fisioterapici, muscolari, ortopedici, neurologici, funzionali, ecc.

La scelta del trattamento più indicato al singolo caso cadrà sulle seguenti terapie strumentali ad elevato indice di efficienza, le più efficaci attualmente per affrontare anche questa patologia:

  • Laser Yag ad Alta Potenza;
  • Tecarterapia;
  • Onde d’urto.

Al termine delle sedute di fisioterapia strumentale, si procederà con un ciclo riabilitativo attraverso lo svolgimento di esercizi terapeutici finalizzati a migliorare la mobilità dell’anca e del femore.

Laser Yag ad Alta Potenza

Il Laser Yag ad Alta Potenza ha un effetto antinfiammatorio, antidolorifico e biostimolante. Permette di ottenere risultati immediati, stabili e duraturi, riattiva il metabolismo cellulare, rigenera i tessuti lesionati.

Tecarterapia

La Tecar è una delle terapie attualmente più richieste ed utilizzate. E’ particolarmente efficace contro dolore e infiammazione, è rigenerante perché stimola la riparazione dei tessuti compromessi da un trauma o da un’infiammazione sfruttando l’energia interna del nostro organismo.

Onde d’Urto Stortz

E’ un trattamento con onde acustiche di natura meccanica che trasportano alta energia in profondità. La sua azione punta a creare un sovvertimento locale del tessuto necrotico ed a stimolare la vascolarizzazione del tessuto osseo. Questo trattamento stimola cambiamenti biologici a livello cellulare, è in grado di creare una nuova formazione di vasi sanguigni (neoangiogenesi) per riparare anche tessuti scarsamente vascolarizzati. Rappresenta uno dei trattamenti più all’avanguardia, efficaci e rapidi, talvolta una valida alternativa all’intervento chirurgico anche per disturbi della consolidazione ossea.

Cura-epicondilite

Cura epicondilite

Cura epicondilite laterale e mediale: Fisioterapia d’avanguardia

Ti consigliamo di non rimandare e di sottoporti alla cura per l’ epicondilite più adeguata al tuo caso se non vuoi rischiare di peggiorare il problema. Puoi soffrire di gomito del tennista (epicondilite laterale) o di gomito del golfista/lanciatore (epicondilite mediale detta anche epitrocleite), ma poco cambia. Il primo passo importante da fare è sottoporsi a visita ortopedica e ad esami diagnostici strumentali che il medico ti prescriverà. Soltanto una diagnosi ben eseguita potrà indicare la terapia migliore da seguire per risolvere i sintomi ed evitare, in seguito, recidive.

I farmaci, nella fase acuta, ridurranno temporaneamente i sintomi ma, se vuoi davvero risolvere il problema, affidati alla Fisioterapia d’avanguardia. Il fisioterapista non si limita a curare i sintomi, punta alla causa da trattare e risolvere per evitare che l’epicondilite si ripresenti per tormentarti il gomito.

Mentre ci pensi, scopri sintomi, cause, esame diagnostico, cure ed i trattamenti fisioterapici più efficaci, mirati a risolvere a lungo termine una patologia infiammatoria che, se trascurata o curata male, può diventare invalidante.

Cura epicondilite: agisci in tempo per evitare l’intervento chirurgico

cura epicondilite

Non sei un tennista né un golfista o un lanciatore ma il dolore al braccio (con tutti gli altri sintomi associati, tipici dell’epicondilite) ti sta seriamente condizionando la vita. Sappi che il 95% delle persone che, come te, soffre di questo problema non gioca a tennis né a golf, non pratica sport.

Devi risolvere senza abusare dei farmaci. La cosa più intelligente da fare è scoprire la vera causa per seguire la cura migliore per te. Nessuno meglio di uno specialista ortopedico può aiutarti, quindi fallo al più presto per evitare che si cronicizzi.

L’epicondilite è una tendinopatia inserzionale, un’infiammazione dolorosa dei tendini estensori del gomito che si inseriscono sull’epicondilo collegando i muscoli estensori dell’avambraccio alla parte esterna del gomito. Oltre ai tendini, può coinvolgere muscoli, legamenti, nervi e limitare la funzionalità articolare di gomito, braccio, polso e mano.

Se trascuri, la patologia può diventare cronica, quindi più difficile da trattare: nei casi gravi (e non adeguatamente curati) è necessario ricorrere all’intervento chirurgico. E’ meglio evitarlo, giusto? Allora, non rimandare più.

Cura epicondilite: segni e sintomi

Inizialmente, l’epicondilite si manifesta con un lieve fastidio. Quel fastidio a cui anche tu non hai dato importanza più di tanto. I giorni passano e quello che era solo un fastidio si trasforma in dolore fisso, costante, localizzato sulla parte esterna del gomito. Dal gomito, il dolore può irradiarsi all’avambraccio raggiungendo anche le dita. Si intensifica all’atto di sostenere un peso con il braccio esteso o nella forza di presa (che coinvolge anche polso e dita), quando si stringe la mano di qualcuno, si gira la maniglia di una porta o si usa il mouse.

Trascurare la tendinopatia inserzionale significa far avanzare l’infiammazione al punto tale da provocare una seria limitazione funzionale anche per eseguire i movimenti più semplici. Per il forte dolore, sarai spinto ad usare il meno possibile il braccio, ad estendere il gomito al minimo provocando una graduale rigidità dell’articolazione. A lungo andare, potresti rischiare di perdere parte della capacità di estensione del gomito. Oltre al dolore, limitazione funzionale articolare, rigidità e difficoltà ad estendere il polso, l’epicondilite causa gonfiore, bruciore, debolezza nella forza di presa manuale, calcificazione dei tendini.

Non trascurare il tuo problema. Non ti conviene.

Epicondilite: cause

terapia epicondilite

I tendini del gomito hanno la funzione di estenderlo per allungare ed accorciare il braccio con movimenti di pronazione e supinazione. Questi movimenti, in caso di stress, sovraccarico o microtraumi per gesti ripetuti, possono provocare infiammazione ai tendini in un processo di degenerazione: nel tempo, si possono rischiare conseguenze estreme fino all’invalidità.

L’epicondilite laterale (gomito del tennista) colpisce i tendini estensori, mentre l’epicondilite mediale (gomito del golfista) compromette i tendini flessori. In genere, l’epicondilite laterale è più frequente.

Oltre ai tendini, vengono coinvolti dall’infiammazione anche i muscoli estensori, il muscolo bicipite brachiale e brachio radiale.

La patologia può colpire chiunque, è più frequente in uomini e donne tra i 40 ed i 60 anni, ed è causata principalmente da:

  • Overuse, (uso eccessivo) del gomito (in certe attività sportive o lavorative);
  • Traumi diretti (come cadute o urti violenti);
  • Sovraccarico funzionale;
  • Movimenti ripetuti o sbagliati (capita a chi usa molto il mouse, uno strumento musicale, il pennello, ecc.) che portano ad uno sforzo eccessivo dei muscoli estensori del gomito;
  • Età avanzata.

Diagnosi

Il medico ortopedico effettuerà una diagnosi di tipo clinico e strumentale che comprende:

  • Anamnesi (storia clinica del paziente);
  • Esame obiettivo con ispezione del gomito tramite palpazione e test specifici;
  • Radiografia standard per escludere fratture;
  • Risonanza Magnetica Nucleare per indagare in modo approfondito sulle condizioni delle ossa e delle strutture molli;
  • Ecografia muscolo-tendinea;
  • Elettromiografia per verificare un’eventuale compressione nervosa.

Le indagini strumentali non sono sempre necessarie: servono, perlopiù, ad escludere la presenza di altre patologie. Talvolta, la diagnosi clinica è sufficiente per individuare l’epicondilite.

La preziosa valutazione del Fisioterapista

Esiste la diagnosi clinica e strumentale ma esiste anche la valutazione eseguita dal Fisioterapista.

Il Centro Ryakos offre una prima visita gratuita proprio allo scopo di eseguire una valutazione globale e distrettuale che comprende i più importanti test fisioterapici, ortopedici, muscolari, neurologici, funzionali, di forza ed elasticità). L’obiettivo è avere un quadro generale molto chiaro per, poi, pianificare un programma terapeutico personalizzato, su misura per te.

La Fisioterapia considera il paziente nella sua unicità, interezza ed armonia: da questa visione, indaga sullo stato di salute complessivo andando a cercare le vere cause di qualsiasi patologia per stanare il ‘nemico’ e far sì che il disturbo non si ripresenti.

Cura epicondilite: terapia conservativa nella fase acuta

tecar epicondilite

Nella fase acuta, come per qualsiasi patologia infiammatoria, il medico prescriverà:

  • Riposo;
  • Applicazione di ghiaccio sul gomito per 15-20 minuti più volte al giorno;
  • Farmaci antinfiammatori non steroidei, antidolorifici;
  • Infiltrazioni di cortisone o di acido ialuronico;
  • Utilizzo di un tutore (gomitiera, fascia o bracciale) per comprimere la zona interessata dall’epicondilite e proteggerla da ulteriori traumi, ridurre il dolore e diminuire il sovraccarico. Va indossato durante il giorno;
  • Un ciclo di Fisioterapia (terapie fisiche strumentali e manuali) e di esercizi terapeutici.

Se, dopo 12 mesi, la terapia conservativa non sortisce alcun effetto andrà valutata la possibilità di un intervento chirurgico. Succede raramente e prevede la rimozione della porzione di tendine danneggiato. Seguirà un percorso riabilitativo dopo il sesto-settimo giorno ed il recupero si ottiene nell’arco di 4-5 mesi.

I migliori trattamenti di Fisioterapia

Per eliminare del tutto l’infiammazione e la sintomatologia dolorosa, una volta superata la fase acuta, sarà necessario sottoporsi ad un ciclo di Fisioterapia.

Il fisioterapista, in base alle tue condizioni, sceglierà fra le seguenti terapie fisiche strumentali più efficaci:

  • Tecarterapia, metodo rigenerante finalizzato a ridurre l’infiammazione e decontratturare la muscolatura;
  • Laser Yag ad alta potenza, che combatte rapidamente infiammazione e dolore, favorendo la vasodilatazione ed aumentando il drenaggio linfatico;
  • UltrasUltrasuonioni;
  • Onde d’Urto, trattamento elettivoe selettivo, nel senso che colpisce selettivamente il muscolo infiammato e le strutture tendinee dolenti. Rapido, efficace, in poche sedute risolve definitivamente il problema.

Tra le varie terapie strumentali, le Onde d’Urto rappresentano il trattamento d’avanguardia. Perché? Questa terapia sfrutta l’azione di onde ad elevata energia acustica trasmesse attraverso l’epidermide che, successivamente, penetrano nell’organismo e si diffondono in senso radiale. Aumentando la vascolarizzazione favoriscono cambiamenti biologici all’interno delle cellule. Le riattivano, le rigenerano agendo direttamente sul metabolismo cellulare. Le Onde d’Urto sono in grado di attivare una nuova formazione di vasi sanguigni (neoangiogenesi).

Per ripristinare il range di movimento, la funzionalità articolare e muscolare, è fondamentale sottoporsi, in seguito, a:

  • Terapia manuale osteopatica;
  • Massoterapia;
  • Trattamento manuale dei trigger point;
  • Kinesio taping;
  • Esercizi eccentrici, stretching, estensione e flessione, di rinforzo muscolare da eseguire su indicazione ed in presenza del fisioterapista qualificato.

Cura epicondilite: consigli utili

Di seguito, ti diamo qualche consiglio utile:

  • Non abusare di farmaci antinfiammatori e antidolorifici e non assumerli senza prescrizione medica;
  • Sospendi le attività lavorative o sportive per non peggiorare i sintomi;
  • Nel mettere a riposo (e in scarico) l’articolazione, sistema un cuscino sotto il braccio per sostenerlo evitando che la forza di gravità provochi ulteriori danni (gonfiore, edema);
  • Applica il ghiaccio, molto utile per contrastare dolore e infiammazione;
  • Se utilizzi creme antinfiammatorie non massaggiare troppo a lungo l’area infiammata;
  • Esegui gli esercizi terapeutici indicati dal fisioterapista anche a casa. E’ fondamentale sia per la riabilitazione sia per la prevenzione.

Spendiamo due parole sugli esercizi terapeutici perché ne vale la pena.

I tendini estensori sono scarsamente vascolarizzati: di conseguenza, è più difficile risolvere un’infiammazione rispetto ad altre strutture del corpo.

Certi esercizi terapeutici come quelli di allungamento (stretching) e di rinforzo muscolare favoriscono la circolazione del sangue nell’area interessata e contribuiscono ad apportare ossigeno ai tessuti eliminando le scorie dell’infiammazione.

Allungare i muscoli e decontrarli significa farli lavorare al meglio delle loro possibilità. Rinforzare la muscolatura significa stabilizzare l’articolazione del gomito riducendo il rischio di infortuni e recidive

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