Frattura-mignolo-piede

Frattura Mignolo Piede

Frattura mignolo piede: come intervenire sulla rottura del quinto metatarso

La frattura mignolo piede si verifica con la rottura (traumatica e non) della base prossimale del quinto metatarso, un evento molto frequente nel campo della traumatologia ortopedica.

Può colpire un uomo o una donna indifferentemente, raramente un bambino. Subito dopo l’evento, si avverte un forte dolore sulla porzione laterale del piede.

La frattura del mignolo del piede o del  quinto metatarso si verifica spesso in quanto il mignolo, oltre ad essere il dito più piccolo e fragile del piede, è anche quello più esterno, quindi maggiormente esposto a traumi e pericoli.

Tratteremo tipologie, sintomi, cause, complicanze, diagnosi, cure, rimedi, terapie ed i trattamenti di fisioterapia ideali per intervenire su questo tipo di frattura.

Cenni di anatomia: cos’è il quinto metatarso

Le ossa del piede sono complessivamente 26 e si suddividono in ossa del tarso, metatarso o falangi.

Le 7 ossa del tarso costituiscono la porzione prossimale dello scheletro del piede, mentre le 14 falangi  costituiscono la porzione distale dello scheletro.

Le 5 ossa metatarsali disposte parallelamente tra loro sono la parte intermedia e le chiamiamo comunemente dita del piede.

La base dei metatarsi è collegata tramite articolazioni con le ossa del tarso, mentre la testa di ogni metatarso confina con la prima falange di ogni dito del piede.

Il nostro focus si concentra sulla frattura del quinto metatarso ovvero il quinto dito del piede, il mignolo.

Tipologie

Una frattura mignolo piede può essere:

  • Composta o scomposta; nel primo caso, a seguito del trauma il frammento osseo non si sposta mentre, in caso di frattura scomposta mignolo piede, il frammento si distacca e bisognerà ricorrere ad un intervento chirurgico;
  • Aperta o chiusa se le schegge di osso si rompono lacerando pelle, legamenti o muscoli o se, al contrario, si rompono all’interno senza coinvolgere i tre tessuti;
  • Completa o incompleta;
  • Localizzata (in un punto particolare) o combinata (localizzata in più punti).

E’ importante, di conseguenza, eseguire una diagnosi esatta per verificare la tipologia di frattura su cui intervenire.

Sintomi

Se sintomi come dolore e gonfiore possono far pensare ad una slogatura o trauma più lieve, altri sintomi tipici sapranno far riconoscere i segni caratteristici della frattura del mignolo del piede.

Vediamo quali sono tutti i sintomi:

  • Dolore forte ed immediato che crea serie difficoltà a camminare;
  • Gonfiore;
  • Ematoma sotto l’unghia o sotto pelle;
  • Immobilità patologica del mignolo;
  • Scricchiolio di frammenti con pressione;
  • Formicolio;
  • Malformazione dell’osso (nei casi più gravi, quando il dito appare piegato oppure se l’osso preme sulla pelle)

Cause

Una frattura del metatarso può essere dovuta a diverse cause:

  • Trauma da urto violento e diretto (ad esempio un oggetto che cade pesantemente sul piede o un colpo improvviso durante un’attività sportiva come il calcio o il karate);
  • Inversione violenta e marcata del piede (di solito, una distorsione di caviglia cui segue la frattura da strappo del mignolo) durante cui il muscolo peroneo breve, tirando eccessivamente il quinto dito, causa la frattura mignolo piede;
  • Cambiamenti patologici nel corpo dovuti a danni all’integrità dell’osso (osteoporosi, tumore osseo, ecc.);
  • Fattore stressogeno (di solito, sportivo) che provoca una frattura o microfrattura senza un meccanismo traumatico evidente.

Complicanze frattura mignolo del piede

E’ assolutamente raccomandato trattare la frattura mignolo piede entro le 24 ore per evitare complicazioni.

Vediamo cosa si può rischiare:

  • Infezione della ferita che deve essere accuratamente disinfettata. Se necessario, bisognerà assumere antibiotici;
  • Infiammazioni tendinee a causa del periodo di immobilità e conseguente perdita del tono muscolare. In questo caso, sarà necessario eseguire trattamenti di fisioterapia;
  • Scomposizione di una frattura composta anche senza motivo, quindi è bene ripetere la lastra RX dopo 10 giorni dall’evento;
  • Pseudoartrosi se i due monconi della frattura non guariscono per difficoltà di calcificazione (osteoporosi avanzata) o se non curata in modo adeguato. Per favorire la calcificazione, si può ricorrere ad un trattamento di onde d’urto;
  • Capsulite post-traumatica o blocco articolare, sempre a causa dell’immobilità forzata, che necessiterà di cure fisioterapiche per mobilizzare le articolazioni con movimenti mirati di flesso-estensione, eversione-inversione, rotazione;
  • Flittene (bolle della pelle) dovute ad un disturbo della circolazione ed ecchimosi diffuse al piede;
  • Algodistrofia che si manifesta con dolore, disturbi circolatori e blocco articolare. Questa complicanza grave e, talvolta, imprevedibile necessita di farmaci bifosfonati e di un intervento fisioterapico mirato.

Diagnosi

Dopo la necessaria visita clinica e l’anamnesi per esaminare l’evento, i sintomi, ecc., il medico ortopedico prescriverà una lastra RX del piede indispensabile per diagnosticare il tipo di frattura.

In caso di frattura mignolo piede da stress, molto probabilmente, si eseguirà anche una TAC o una Risonanza magnetica per approfondire ed evidenziare l’edema e la condizione della testa del metatarso.

Cure e trattamenti

fisioterapia frattura metatarsale

In gran parte dei casi, un trauma senza complicanze si risolve spontaneamente entro 6 settimane e non richiede cure mediche immediate, ma la diagnosi è d’obbligo in tutti i casi per assicurarsi che non si tratti di una lesione grave.

Una frattura mignolo piede di lieve entità (con osso posizionato, senza particolari lividi e mignolo non insensibile al tatto) si può trattare anche in modo autonomo. In questi casi, potrebbero bastare riposo ed immobilizzazione della gamba con applicazione di ghiaccio per 10 minuti ogni mezzora (nei primi 2-3 giorni) allo scopo di ridurre edema e gonfiore.

Oggi viene sempre più spesso prescritto un tutore walker che consentono di limitare il movimento e permettono una guarigione migliore e più veloce. Sono indossati in genere 24 ore al giorno.

La terapia farmacologica, se necessaria, prevede la somministrazione di:

  • Antidolorifici (paracetamolo);
  • Antinfiammatori non steroidei (come ibuprofene).

In altri casi di frattura composta, viene rimosso il sangue residuo sotto la lamina dell’unghia ed i frammenti rotti vengono fissati tra loro: al mignolo viene, poi, applicato un cerotto (una benda di fissaggio da mantenere per 2 settimane) che lo attacca al quarto dito del piede.

Può anche essere applicato un gambaletto di gesso: il piede verrà mantenuto immobile in posizione rialzata per circa 2 mesi.

Intervento chirurgico

Se è visibile una deformazione, se l’osso trapassa e lacera la pelle oppure il dito è rivolto in una direzione anomala, bisogna recarsi subito al pronto soccorso perché la frattura potrebbe essere scomposta (con spostamento della falange), da trattare in modo assolutamente mirato.

Nei casi di frattura grave (quando i due monconi sono troppo distanti) potrebbe risultare indispensabile l’intervento chirurgico per saldare la frattura ossea ed evitare rischi di consolidazione o pseudoartrosi (non guarigione della frattura).

L’intervento permette di avvicinare i confini, immobilizzare e ridurre la frattura mediante una vite o una placca per ricomporre l’osso consentendo un corretto recupero. Dopo la ricomposizione, si ricorrerà ad un tutore gessato (o un tutore walker) per immobilizzare piede e caviglia.

I tempi di recupero variano dai 15 ai 30 giorni.

frattura mignolo piede

Trascorsi i 30 giorni, il fisioterapista dovrà scegliere l’approccio migliore per non ritardare il normale recupero e puntare su 3 principali obiettivi: ridurre l’edema, mobilizzare la caviglia e le strutture più vicine alla frattura, intervenire sul recupero muscolare e sulla deambulazione.

Per fare questo, i trattamenti fisioterapici più indicati sono:

  • Terapia manuale eseguita direttamente dal Fisioterapista per migliorare la mobilità articolare del piede, della caviglia e delle dita;
  • Tecarterapia per intervenire sull’infiammazione attenuando il dolore e favorendo la riparazione dei tessuti;
  • Laser Yag, una tecnica rigenerante di Laserterapia ad Alta Potenza che risolve dolore e infiammazione;
  • Esercizi mirati per il recupero della muscolatura (coscia, polpaccio, piede) lavorando sulla propriocettività;

Per verificare la condizione posturale è necessario sottoporsi ad esame Baropodometrico computerizzato che serve anche a prevenire future conseguenze legate ad una postura scorretta.

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Neuroma di Morton

Neuroma di Morton

Il neuroma di Morton è una patologia che interessa le ossa metatarsali del piede, che risultano dolenti a causa della compressione dei nervi che attraversano la pianta del piede. Tali nervi, se sollecitati in maniera eccessiva, possono ispessirsi ed andare incontro ad una crescita incontrollata di tessuto cicatriziale fibrotico (neuroma). Si tratta di una condizione ben conosciuta, ma di difficile differenziazione dalle altre forme di metatarsalgia.

Neuroma di morton sintomi

neuroma di morton Il sintomo più evidente e più comune è sicuramente il dolore, localizzato a livello dell’avampiede specialmente nello spazio compreso tra il terzo e il quarto metatarso, anche se, talvolta, esso può essere riferito tra il quarto e il quinto o tra il secondo e terzo metatarso. La sindrome algica si manifesta specialmente durante la deambulazione nella fase di carico e durante l’estensione dorsale delle dita, e recede deambulando sulla porzione esterna del piede o con il riposo. Il soggetto può avvertire parestesie (cioè alterazioni della sensibilità) alle dita del piede e dolori crampiformi che si irradiano fino alla faccia posteriore della gamba. Il dolore può essere accompagnato da un appiattimento della volta traversa (ossia l’arco che si ottiene congiungendo le teste metatarsali) e da una rigidità delle articolazioni metatarso-falangee, situate alla radice delle dita del piede. Nelle forme classiche della malattia è possibile apprezzare al tatto il neuroma plantare, che non è altro che una proliferazione fibrotica dei fasci nervosi plantari.

Cenni di anatomia

I rami terminali del nervo plantare giungono sino alle dita, ma a livello delle teste metatarsali, essi decorrono tra i tendini flessori, la fascia plantare profonda e l’ aponevrosi plantare. Durante la deambulazione, specialmente nella fase di carico in cui le dita esercitano una forte spinta, vi è una compressione di questi nervi, che risulta maggiore nel terzo spazio metatarsale, in quanto i rami nervosi di questa regione sono più diretti e fissi, restando compressi tra la fascia plantare profonda e l’aponevrosi plantare. Questo spiega la maggiore frequenza della formazione del neuroma di Morton in questa sede. Video dell’ Anatomia del Piede

Cause della sindrome di morton

piede-cavo-e-piede-piatto La compressione nervosa è dovuta ad un appiattimento della volta trasversa, una condizione che può essere riscontrata in molti difetti morfologici del piede come il piattismo o il cavismo. Anche l’alluce valgo o scompensi posturali che alterano l’appoggio del piede possono causare la comparsa del neuroma di Morton. Ci sono poi determinate condizioni catalogate come fattori di rischio, come indossare frequentemente calzature con tacco alto: questo facilita, infatti, l’estensione dorsale delle dita, un movimento che aumenta la compressione nervosa da parte delle teste metatarsali.

Diagnosi

diagnosi del neuroma morton La diagnosi è clinica e si basa sullo studio della sintomatologia dolorosa, sulla sua localizzazione e sulla sua comparsa durante la palpazione e la deambulazione. Per accertare la diagnosi il medico specialista può richiedere una indagine ecografica o una risonanza magnetica. È importante fare una diagnosi differenziale con la sindrome del tunnel tarsale, dove sono più marcati i disturbi della sensibilità e i deficit motori dell’alluce.

Neuroma di Morton cura

Se diagnosticato in tempo, il neuroma di Morton può essere curato con un approccio di tipo conservativo, attraverso una terapia farmacologica con antinfiammatori, antinevritici e infiltrazioni di cortisone a livello locale. Utile è anche l’applicazione di ghiaccio nella zona dolente per una durata massima di 10 minuti. È essenziale indossare calzature idonee, preferibilmente a pianta larga e con tacco che non superi i 3 cm. Qualora l’approccio conservativo dovesse risultare fallimentare, è necessario ricorrere all’intervento chirurgico, che può essere di tipo decompressivo o, nei casi più gravi, consistere nell’asportazione del neuroma.

Fisioterapia

terapia neuroma

Durante la fase acuta la fisioterapia può essere di grande giovamento per combattere la sindrome algica, l’infiammazione e la rigidità articolare; molto efficaci a tal proposito sono le terapie strumentali con effetto antinfiammatorio, antidolorifico e miorilassante come la tecarterapia e il laser yag ad alta potenza. Inoltre, l’applicazione di ultrasuoni e le onde d’urto possono essere utili per il trattamento mirato delle formazioni fibrotiche. La terapia strumentale può essere accompagnata da tecniche manuali di tipo decontratturante, linfodrenante e di mobilizzazione delle ossa metatarsali. Passata la fase acuta è importante correggere gli eventuali squilibri muscolari legati a una cattiva postura, che possano aver alterato l’appoggio del piede: per fare ciò, dopo un’attenta osservazione, è necessario mettere in pratica un programma di rieducazione posturale specifico per il soggetto. Infine, è bene evitare il rischio di recidive istruendo il paziente sulle calzature più adatte da indossare, sugli esercizi da fare per mantenere una buona elasticità muscolare e sull’ eventuale applicazione di plantari.

Ecco un Video sul Neuroma dalle cause alla cura

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Frattura del Malleolo

Frattura del malleolo: sintomi, cause, diagnosi, terapia, riabilitazione

Molti di voi, probabilmente, non conoscono il termine ‘frattura del malleolo’: in realtà, si tratta di una lesione piuttosto diffusa, si riferisce alla rottura della prominenza ossea interna o esterna della caviglia.

E’ il classico infortunio riportato a seguito di una caduta ‘infelice’, quando si atterra con forza o in modo violento sulle caviglie.

Si spera in una semplice distorsione ma può succedere che il malleolo si fratturi e si rompa. Il trauma può causare fratture di vario tipo che richiedono trattamenti differenti.

In alcuni casi, si ricorre al gesso o all’intervento chirurgico, ma è fondamentale ricorrere sempre a trattamenti di fisioterapia e riabilitazione finalizzati al buon recupero funzionale dell’articolazione ed al potenziamento muscolare.

Questo approfondimento comprende la descrizione di frattura del malleolo tibiale, peroneale e posteriore, sintomi, cause, tipologie di frattura, diagnosi, terapia, riabilitazione e trattamenti di fisioterapia più efficaci e risolutivi.

Le domande più frequenti riguardano i tempi di recupero, la prognosi, quanti giorni sono previsti per il gesso, dopo quanto si cammina (una volta tolto il gesso) ed altro ancora.

Siamo pronti a rispondere a queste ed altre domande sul malleolo rotto.

Cenni di anatomia: che cos’è il malleolo?

La caviglia si può definire un’articolazione ‘a cerniera’ che consente di ruotare il piede su un solo piano con movimenti di dorsiflessione (verso l’alto) e flessione plantare (verso il basso).

L’articolazione è formata da tibia, perone, astragalo (o talo) e spessi legamenti che assicurano stabilità.

Il malleolo è una prominenza ossea visibile sia sul lato esterno sia su quello interno di entrambe le caviglie.

Quello presente internamente prende il nome di malleolo tibiale o mediale (appartenente alla tibia), mentre quello esterno della caviglia è il malleolo peroneale o laterale (costituisce il perone).

Esiste anche un terzo malleolo, detto posteriore, una protuberanza situata nella parte posteriore della tibia: anch’esso può essere coinvolto in una frattura.

I malleoli mediali e laterali sono anche la sede di legamenti fondamentali le cui funzioni garantiscono stabilità all’articolazione della caviglia.

Video dell anatomia della Tibia e del Perone

Tipi di frattura malleolo

In base alla posizione dei frammenti ossei, la frattura del malleolo può essere:

Composta se i frammenti ossei non subiscono spostamenti, non si distaccano dall’osso (che mantiene, quindi, il suo corretto allineamento): in tal caso, sarà sufficiente un trattamento conservativo;
Scomposta se i frammenti ossei, a causa del trauma della frattura (con violente rotazioni esterne o interne del piede), si spostano ritrovandosi in una posizione anomala rispetto alla normale sede anatomica: in tal caso, si possono verificare rotture dei legamenti o della capsula articolare.

Quando il trauma della frattura scomposta è violento a tal punto che i tronconi scomposti tranciano tessuti e cute fuoriuscendo, ci troviamo di fronte ad una frattura esposta.

Sono tre le tipologie di frattura del malleolo se, invece, si considera il numero di malleoli coinvolti:

monomalleolare che interessa un solo malleolo: tibiale (interno o mediale), peroneale (laterale, esterno) o posteriore (della tibia);
bimalleolare che coinvolge sia il malleolo laterale sia quello mediale e può portare alla lussazione del piede;
trimalleolare che interessa tutti e tre i suddetti malleoli e che, spesso, è associata anche a lussazioni del piede.

La frattura più frequente e meno grave è quella monomalleolare mentre le fratture bi e trimalleolari causano una maggiore instabilità articolare oltre ad essere, talvolta, responsabili di lesioni o stiramenti dei legamenti relativi all’articolazione della caviglia.

Sintomi

La rottura dei malleoli comporta diversi sintomi:

– Forte dolore;
– Gonfiore;
– Possibile ematoma a causa della lesione dei tessuti, dei vasi sanguigni e dell’infiammazione conseguente al trauma;
– Difficoltà a stare in piedi oppure a camminare;
– Deformità articolari (evidente soprattutto nella frattura scomposta);
– Difficoltà nel compiere movimenti dell’articolazione della caviglia.

Cause

caviglie slogate

Nei soggetti giovani e negli adulti la frattura del malleolo può verificarsi a causa di:

distorsioni della caviglia a seguito di traumi sportivi;
– Urti violenti subiti a seguito di un incidente stradale o cadute accidentali.
Nei soggetti anziani le cause, solitamente, sono dovute a semplici cadute che si trasformano in traumi per:
– Maggiore fragilità ossea;
Osteoporosi;
– Osteopenia.

Indipendentemente dall’età e dal tipo di trauma, l’osso può risultare più debole e facilmente soggetto a frattura anche per altri fattori come tumori ossei o infezioni ossee (osteomielite).

Complicanze

Una frattura del malleolo può portare a complicazioni e rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo di:

Artrosi della caviglia, soprattutto a seguito di fratture complesse che non vengono trattate in modo adeguato;
Infezioni, specie in caso di frattura esposta in quanto cute e tessuti sottostanti risultano più soggetti agli agenti patogeni ambientali;
Lesioni muscolari, soprattutto in caso di forti traumi e frattura scomposta, in quanto i monconi ossei possono danneggiare le fibre muscolari;
Deformità scheletriche che rischiano di trasformarsi in permanenti se, in caso di frattura scomposta, il malleolo non viene riportato nella sua normale sede anatomica.

Diagnosi

radiografia frattura malleolare

La frattura malleolare viene diagnosticata sulla base di:

– Anamnesi, corrispondente alla storia clinica del paziente, sintomi riportati ed eventuali fattori di rischio;
– Esame obiettivo della condizione della caviglia, del movimento articolare, di eventuali ematomi e deformità;
– Radiografia per verificare la presenza e le caratteristiche della frattura;
– TAC in grado di evidenziare fratture piccole e composte difficilmente visibili nella radiografia;
– Risonanza Magnetica Nucleare in grado di mostrare le condizioni di tessuti molli peri-articolari (ad esempio, legamenti e tendini).

Cura e trattamenti: tutore, gesso, intervento chirurgico

Cure e trattamenti variano a seconda del tipo e della gravità della frattura o del numero di malleoli coinvolti: nei casi lievi, sarà sufficiente ricorrere al gesso, in quelli più gravi sarà necessario l’intervento chirurgico.

In caso di frattura del malleolo composta (o appena scomposta), lieve e monomalleolare con caviglia stabile, si procederà con un trattamento conservativo: la frattura, mentre guarisce, andrà protetta utilizzando un tutore o gesso corto per evitare stress ed immobilizzare l’articolazione compromessa.

Il medico ortopedico consiglia quasi sempre un tutore walker da utilizzare giorno e notte.

In tal caso, la magnetoterapia alla caviglia può rivelarsi utile per ridurre i tempi di guarigione.

Una volta trascorso il tempo indicato dal medico, bisognerà ripetere la radiografia per assicurarsi che i frammenti ossei non si siano spostati.

Generalmente, la prognosi sarà di 40/50 giorni per camminare senza l’uso delle stampelle e di 3 mesi circa per tornare progressivamente a praticare attività sportiva.

Una frattura scomposta (bimalleolare o trimalleolare) con caviglia instabile può essere trattata e risolta soltanto con un intervento chirurgico.

Durante l’operazione, la frattura viene ridotta tramite allineamento corretto dei frammenti ossei ed unione degli stessi alla superficie esterna dell’osso utilizzando viti, placche e fili metallici.

Al termine dell’intervento, riposo ed immobilizzazione della caviglia operata sono d’obbligo e dovrebbero durare tra le 6 e le 8 settimane.

Di solito, dopo un anno, una volta verificata l’avvenuta guarigione eseguendo nuove radiografie, viti e placche vengono rimosse attraverso un semplice intervento.

Frattura del malleolo: fisioterapia e riabilitazione

fisioterapia frattura malleolare

Indipendentemente dal fatto che la frattura del malleolo sia composta o scomposta, la fisioterapia è un passaggio determinante per la completa guarigione e per evitare complicanze.

Trattamenti mirati di fisioterapia servono per rinforzare il polpaccio, ridurre il dolore alla caviglia, ripristinare la corretta funzionalità dell’articolazione, recuperare perfettamente la forza muscolare, l’ampiezza del movimento, l’equilibrio, la stabilità, la corretta postura.

Per verificare la postura e prevenire l’insorgere di problematiche legate ad una postura sbagliata, è importante ricorrere all’esame Baropodometrico computerizzato.

I vari esercizi riabilitativi indicati per il trattamento, molti simili a quelli eseguiti per la distorsione della caviglia, consentono di ridurre notevolmente i tempi di recupero.

Gli esercizi in questione rientrano nelle seguenti categorie:

Mobilizzazione passiva;
– Mobilizzazione attiva;
– Potenziamento muscolare.

La riabilitazione può essere iniziata subito dopo l’intervento chirurgico mentre, in caso di gesso, bisognerà attendere 30/40 giorni.

Trattamenti di fisioterapia da preferire per intervenire in modo efficace per il recupero da una frattura del malleolo sono:

Tecarterapia che, sfruttando l’energia interna del corpo, favorisce la riparazione dei tessuti danneggiati in seguito ad un trauma, riducendo dolore, infiammazione e gonfiore rilassando i muscoli contratti;
– Terapia manuale eseguita dal Fisioterapista;
– Metodo Mezieres (rieducazione posturale totale);
– Magnetoterapia per accelerare il processo di consolidamento del callo osseo(disponibile e consigliato il noleggio per eseguirle per più ore e più volte al giorno).

Infine in caso di ritardo di consolidamento osseo si può optare per la terapia d’urto che consente la formazione di nuovi vasi sanguigni nella zona di applicazione e quindi formazione di nuovo callo osseo.

Video di alcuni esercizi utili

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Articolo consigliato: tutori per caviglia.

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Metatarsalgia

Metatarsalgia: un dolore intenso al piede

La metatarsalgia è una delle patologie del piede più frequenti. In questo articolo andremo ad analizzare le principali cause di dolore al metatarso, i sintomi dolorosi correlati, la diagnosi medica e strumentale e le cure fisioterapiche, riabilitative e i rimedi naturali come gli esercizi proposti dal terapeuta da eseguire al proprio domicilio. Il piede è il nostro punto fisso al suolo e sostiene il peso dell’intera struttura corporea. E’ il primo elemento a cui spetta il controllo antigravitario e ci consente di assumere la stazione eretta e di spostarci nello spazio. Il movimento e la postura eretta è conseguenza delle informazioni costanti del recettore fisso del piede a diretto contatto con il suolo e integrate da informazioni provenienti dai muscoli,  fasce, tendini e articolazioni provvisti tutti di propriocettori . Il piede  pone in essere strategie modulando le forze interne (  muscolari) ed esterne ( ambientali) , per cui diventa un elemento basilare per una corretta stabilità verticale e di deambulazione  con funzione di ammortizzamento e propulsione. Per svolgere queste funzioni, il piede, è organizzato in archi formati da ossa, sostenuti da sistemi fasciali e strutture muscolari. Il piede è costituito da 26 ossa, 33 articolazioni,  20 muscoli e in termini di funzione e di struttura è diviso in:
  • retropiede, formato da astragalo e calcagno, deputato al controllo biomeccanico della gravità;
  • avampiede, formato da scafoide, cuboide, 3 cuneiformi, 5 raggi metatarsali e 5 falangi, con la funzione di adattatore e reattore.

Video dell’ Anatomia del Piede

Tutte queste strutture, ossa, fasce e muscoli, sono costantemente sottoposte a stress funzionale nella nostra normale attività di vita quotidiana e ancor più in quella sportiva, per cui molto soggette a deterioramenti e a cause conseguenti. Non si può parlare di meta tarsalgia se non si estrinseca la dinamica del passo e di tutte le sue componenti, perché spesso è la conseguenza di un appoggio alterato. Analizzando le varie fasi  del passo, immediatamente successiva all’appoggio del tallone, vi è una rotazione interna della tibia con una pronazione del retro piede e una supinazione dell’avampiede. Successivamente con lo stacco del tallone dal suolo vi è una rotazione esterna della tibia con il retro piede che va in supinazione, mentre l’avampiede va in pronazione . Tutte questi componenti osteoarticolari  sono sottoposte a forze di torsione e trazione che nel tempo possono creare limitazioni al movimento,  ai muscoli, alle fasce e ai tendini. La metatarsalgia, quindi, può essere indotta da stress meccanico a cui il piede viene sottoposto e prodotta in sequenza da :
  • sovraccarico sull’aponeurosi plantare che si infiamma e con presenza di versamento ( fascite plantare), ma ciò non è detto perché l’aponeurosi reagisce con un processo di densificazione , compromettendo l’elasticità;
  • ciò comporta un indurimento e un ossificazione dell’inserzione della fascia a livello calcaneare con la formazione della spina calcaneare.
La presenza di tali fenomeni alterano le fasi del passo, perché il soggetto, avendo dolore al carico, salterà la fase di appoggio del tallone e il piede adotterà dei compensi :
  • iperattivazione del soleo e dei gemelli;
  • una sollecitazione del tendine achilleo che a lungo andare creerà una tendinite;
  • conseguentemente si produrrà uno sperone achilleo con la cronicizzazione di tali meccanismi;
  • riduzione della fase di appoggio del tallone:
Tutti questi compensi inducono ad un sovraccarico anteriore sulle teste metatarsali procurando una metatarsalgia: Tali disfunzioni producono un carico anteriore tra 2° – 3° – 4° metatarso con relativa compressione dei nervi interdigitali ( Neuroma di Morton ), coinvolgendo, per ulteriore compenso, i muscoli supinatori e pronatori con sofferenza successiva dei muscoli tibiali posteriori o peronieri e conseguentemente può creare scompensi al bacino o al rachide. Una percentuale estremamente alta della popolazione soffre di disturbi del piede. L’approccio ideale è un’accurata valutazione del disturbo soggettivo, non  solo di tipo anamnestico, ma porre attenzione se la patologia sia riferibile al piede stesso e fuorviare dal problema in questione,  perché sono molto numerose le patologie che possono interessare il piede e la deambulazione . La metatarsalgia genera un dolore acuto sotto la pianta del piede nella zona dell’articolazione metacarpofalangea ( MTF )  o dorso del piede,causato dal carico eccessivo, squilibrio di forze di flessione ed estensione delle articolazioni delle dita, dalla deformità delle dita e di conseguenza vi sarà la produzione di cheratosi plantare, dito ad artiglio, sinovite e l’ instabilità delle articolazioni MTF possono provocare dolore a livello metatarsale.

Anamnesi ed esame obiettivo

Metatarsalgia Rimedi

La valutazione inizierà con un esame obiettivo della cute del piede, la presenza di cheratosi plantare, verruche  plantari, occhi di pernice a livello interdigitale e del supporto vascolare, per l’identificazione di aree sottoposte a pressioni maggiori, piede cavo, alluce valgo, eccesso osseo sulle teste del metatarso. Si procederà all’ispezione delle singole dita e delle eventuali deformità, la valutazione delle calzature in uso, le quali possono fornire utili indicazioni circa l’appoggio principale o alle aree sottoposte a maggiore pressione, rilevabile dal consumo delle suole. Si ricerca il dolore riferito dal paziente attraverso la digito pressione  o la compressione. Tra le diverse manovre da effettuare si potrà  utilizzare :
  • click di Murder – compressione manuale dello spazio interdigitale con produzione di crepitio e dolore
  • manovra del cassetto delle metacarpofalangee ( MFT ) – che rivela problemi di instabilità articolare mediate una pressione diretta a livello dorsale sulla base plantare delle falange prossimale con stabilizzazione dei metatarsi con l’altra mano.
Un indagine radiografica ( RX ), è un valido aiuto se eseguito in una proiezione “ dorso plantare “ , con cui è possibile determinare  se presenti neoplasie, fratture, lussazioni o artrosi e le relative lunghezze dei metatarsi perché produttori di stress ( alluce valgo operato può provocare dolore sotto il secondo metatarso  – infrazione di Freiberg ). La risonanza magnetica consente di valutare se è presente un eventuale neuroma di morton. Un indagine clinica, ancor più esaustiva, può essere supportata da un esame baropodometrico da cui si evince oggettivamente le pressioni alla pianta del piede sia in posizione statica che in posizione dinamica.

Cura e trattamento della metatarsalgia

In caso di Metatarsalgia non esiste una terapia per la sua cura, ma un programma terapeutico che tiene in considerazione tutti i dati raccolti dall’anamnesi a tutti gli esami strumentali . Sarà un programma di equipe a risolvere tale problema.

Podologo

La cura podologica prevale nel trattamento iniziale, dall’ispezione del piede, della cute, all’esito dell’esame baropodometrico, con la rimozione degli occhi di pernice , delle verruche ecc. ….. e il consiglio di eventuali plantari idonei se necessari. plantari su misura               Nella fase acuta,per ridurre la sintomatologia dolorosa,  la terapia fisica è di grande aiuto per poi proseguire con una  terapia manuale o osteopatica. Terapia fisica in fase acuta :
  • infiltrazioni antidolorifiche
  • antinfiammatori
  • ghiaccio
  • riposo
  • calzature adeguate
  • tecar in atermia
  • laserterapia 
Risolta la fase di dolore si può passare al trattamento muscolare perché frequentemente si riscontra :
  • retropiede in varo
  • retrazione degli ischio – crurali
  • dolore alla digito pressione della fascia plantare
  • retrazione del tibiale anteriore fino alle dita
  • retrazione del tibiale posteriore
  • deficit dei peronieri.
Con trattamenti osteopatici si trattano le disfunzioni articolari e fasciali, nonché si cura la stabilizzazione e il riequilibrio muscolare. Inoltre si utilizzeranno tecniche di stimolazione propriocettive sull’arco trasverso e un trattamento mirato della fascia tibiale anteriore. Il trattamento di elezione per la metatarsalgia consta in applicazioni di laser yag, tecarterapia esercizi di allungamento muscolare dei muscoli della pianta del piede e utilizzo di un plantare di scarico realizzato su misura.

Se anche tu soffri di Metatarsalgia approfitta di una Valutazione Gratuita chiamando lo 0813419278

Dolore al Tallone

Dolore al Tallone : come curarlo definitivamente.

Il dolore al tallone è una delle problematiche più frequenti che riscontriamo nei nostri pazienti. Colpisce entrambi i sessi ma maggiormente il sesso femminile. E’ un dolore spesso invalidante soprattutto nella fase acuta e i soggetti affetti da dolore al tallone riferiscono di avere dolore a riposo, durante la notte, quando si accingono a mettere il piede a terra e ricominciare a camminare. E’ un problema molto diffuso soprattutto nella stagione primaverile poichè molto spesso i soggetti affetti da tale infiammazione utilizzano scarpe basse, non comode, che influenzano l’instaurarsi di tale sindrome.

Quali sono le cause?

Le cause sono molteplici e vanno ricercate soprattutto nelle anomalie di appoggio podalico( piede piatto, piede cavo, retropiede valgo), disturbi posturali della catena muscolare posteriore, fratture da stress, presenza di spina calcaneare, trauma diretto, fascite plantare, tendinosi del tendine achilleo, morbo di haglund,fratture pregresse non curate adeguatamente con la riabilitazione e mobilizzazione articolare. In genere la principale causa di tallonite risulta essere la spina calcaneare è quasi sempre associata a fascite plantare. La spina calcaneare è un esostosi ossea che si forma sulla porzione antero-inferiore del calcagno a livello dell’ inserzione della fascia plantare con lo stesso osso e si ha un dolore sotto il tallone Tale sperone calcaneare si forma a causa di microtraumi ripetuti a livello della fascia plantare dovuto per l’appunto ad un deficit di appoggio podalico e/o a scarpe non adeguate. Non va trascurata e sottovalutata la presenza di un’ eventuale frattura da stress che provoca sintomi simili con dolore al tallone. radiografia sperone calcaneare  

Quali indagini eseguire in caso di dolori talloni?

Le indagini strumentali più indicate in caso di dolore ai talloni sono la radiografia e l’ecografia. Tramite la radiografia vengono messi in evidenza eventuali calcificazioni ossee come la spina calcaneare o la presenza di una frattura da stress. L’ecografia consente la valutazione dei tessuti molli e di un’ eventuale infiammazione della fascia plantare.

Sintomi correlati con il dolore tallone

I sintomi correlati con il dolore al tallone sono la tensione muscolare nella regione della pianta del piede, zoppia, tensione e contrattura dei muscoli gastrocnemio, soleo e tibiale posteriore, gonfiore locale, rossore, calore. Vi è difficoltà soprattutto nei primi passi al mattino e alla ripresa dopo una stasi. Dolore notturno è presente solo nei casi in cui vi sia un infiammazione importante e acuta. In tale sindrome di dolore ai talloni va indagata se la causa è di natura infiammatoria, muscolare o mista.

Rimedi Naturali

I rimedi naturali nel male al tallone prevedono applicazioni di ghiaccio, impacchi di arnica, di voltaren. Gli integratori naturali non danno alcun beneficio e quindi risulta inutile assumerli. Molto utile risulta essere lo stretching dei muscoli della pianta del piede e dei muscoli posteriore della gamba e della coscia. Leggi la Guida completa per la tallonite.

Quali farmaci assumere?

medicine per dolore al tallone I farmaci indicati in caso di dolore e infiammazione del tallone vengo prescritti dal Medico Specialista. Quelli più consigliati sono gli antinfiammatori non steroidei e cortisonici. Raramente il Medico Ortopedico consiglia e esegue un infiltrazione di cortisone locale. Tale infiltrazione viene eseguita solo negli stati infiammatori acuti laddove vi sia un dolore intenso, molto forte, che non consenta la deambulazione al soggetto affetto da dolore al tallone.

Plantari

plantari su misura I plantari ortopedici su misura sono molto utili e indicati in caso di dolore al tallone soprattutto in presenza di deficit di appoggio podalico come nel caso del piede piatto o cavo, del retropiede valgo o altri deficit del piede. Il plantare consente di migliorare e ridistribuire l’appoggio del piede al suolo laddove vi siano carichi anomali che possono essere riscontrati tramite un esame Baropodometrico. Il plantare non migliora l’infiammazione ma consente di migliorare l’appoggio del piede al contatto con il suole e permette una volta risolta la sintomatologia dolorosa di prevenire eventuali recidive. I plantari vengono confezionati e realizzati da un Podologo specializzato e tramite un apposito esame baropodoemtrico, una valutazione podologica funzionale, un esame al podoscopio e ad un impronta con una schiuma fenolica.

Solette in Gel/Silicone

solette in gel

             

Le solette in Gel o in silicone risultano essere molto utili soprattutto nella fase acuta per scaricare il tallone affetto da dolore.

Superata tale fase dolorosa e infiammatoria acuta bisogna rimuovere tale talloniera e se il caso lo ritiene necessario effettuare un plantare su misura.

Fisioterapia in caso di dolore ai talloni

Il trattamento fisioterapico in caso di dolore al tallone rappresenta la miglior soluzione per eliminare l’infiammazione, il dolore e agire sulla cause dello stesso. la prima fase, quella acuta, viene gestita dal Fisioterapia tramite l’ausilio di terapia fisica strumentale come la crioterapia, la laserterapia,, gli ultrasuoni e la tecarterapia. Tramite tali strumenti il Fisioterapista può trattare la fase acuta con l’obiettivo di contrastare dolore e infiammazione. Particolarmente efficiente risulta essere la tecarterapia che mediante la modalità atermica consente una riduzione immediata del dolore e un ripristino precoce delle normali attività quotidiane. Il trattamento di elezione in caso di tallonite, spina calcaneare o fascite plantare risulta essere quello con le onde d’urto. Tale metodica è particolarmente efficiente poichè grazie alla stimolazione dell’ area trattata viene stimolata la formazione di  nuovi vasi sanguigni( fenomeno chiamato neo angiogenesi) oltre che a dare un effetto antinfiammatorio, analgesico e decontratturante. Le sedute di onde D’urto non sono invasive e prevedono un ciclo di applicazioni che varia dalle 3 alle 6 sedute dalla durata di 10 minuti circa. Il trattamento di Onde D’urto combinato con l’esercizio muscolare risulta essere secondo studi scientifici essere il trattamento più indicato e risolutivo in caso di tallonite.

Quali esercizi eseguire al proprio domicilio?

Gli esercizi da eseguire al proprio domicilio sono molteplici e devono essere eseguiti quotidianamente per un periodo di tempo lungo per dare risultati sul dolore, sull infiammazione e sulle contratture muscolari. Particolarmente utile risulta essere lo stretching dei muscoli della pianta, dei gastrocnemi e del soleo, del tiabile posteriore e dei muscoli femorali.

Ecco un video di esercizi da eseguire a casa

Se soffri di dolore al tallone prenota ora una Visita Gratuita allo 0813419278

Tallonite

Tallonite: che cos’è?

 Con il termine Tallonite si indica un dolore riferito al tallone o calcagno. Il termine tallonite è un termine alquanto generico poichè dovremmo parlare nello specifico di un problema di tipo osseo, muscolare, tendineo o fasciale. L’ infiammazione del calcagno è una problematica abbastanza fequente che colpisci sia gli uomini che le donne dai 40 anni in poi.

Qual’è la causa della Tallonite?

La causa di infiammazione del tallone è da ricercare in un evento di tipo traumatico, nel sovrappeso o di tipo muscolare/posturale. Un trauma diretto nella regione calcaneare può dare inizio ad un infiammazione locale.

Un trauma alla caviglia come una distorsione può creare dei blocchi articolari di micromovimento che nel tempo e nei mesi successivi possono provocare un’infiammazione secondaria al tallone per un inadeguato appoggio podalico o di deambulazione.

Un problema di tipo muscolo-tendineo a carico della pianta del piede e del tricipite surale può provare un dolore al tallone. Sia il tricipite surale che la fascia plantare si inseriscono sul calcagno e pertanto in qualsiasi infiammazione di questo devono essere essere tenuti in considerazione, testati ed eventualmente trattati. Una problematica di tipo posturale, un appoggio podalico errato come un piede piatto o un cavismo accentuato del piede possono provocare un dolore al tallone. Pertanto si intuisce che prima di procedere al trattamento bisognerà eseguire una diagnosi attenta e scrupolosa per ottenere dalle terapie mediche o fisioterapie  risultati sperati.

Come si diagnostica?

La diagnosi di Tallonite si ottiene tramite un esame principalmente clinico. Il medico oltre all’anamnesi ove chiederà al paziente insorgenza del dolore al tallone ed eventuali traumi pregressi eseguirà delle digitopressione dell’area interessata da dolore e valuterà la tenuta dell’articolazione, i movimenti di flessione estensione e inversione eversione per annotare eventuali blocchi articolari, valuterà il tendine di achille e la fascia plantare. sintomi tallonite         Gli esami strumentali più richiesti sono l’ecografia e la radiografia. L’ecografia permetterà di vedere eventuali problematiche a carico dei tendini e delle borse retro e sotto calcaneari mentre la radiografia evidenziare eventuali fratture da stress o presenza di esostosi benigne(spina calcaneare) a carico del tallone o calcificazioni del tendine d’achille. Quindi la diagnosi potrà optare per tre tipologie di talloniti: Di fondamentale importanza, in una diagnosi completa, è l’esame baropodometrico che consente di valutare l’appoggio podalico bilateralmente, i carichi pressori e il baricentro e viene eseguito sia da fermo cioè in statica che durante il movimento quindi in dinamica. Nei successivi paragrafi lascieremo in sospeso il discorso riguarante le fratture da stress che  meritano un trattamento di tipo Medico, di riposo totale dall’attività sportiva.

Tallonite sintomi

I sintomi della Tallonite sono il dolore nella regione inferiore del tallone, rossore locale, gonfiore. Spessissimo chi soffre di fascite plantare o spina calcaneare ha difficoltà a compiere i primi passi a causa dell’infiammazione locale e della eccessiva retrazione muscolare della pianta del piede e dei muscoli polpacci. Possono comparire inoltre dolore notturno anche a riposo a letto e spasmi muscolari.

Quale terapia farmacologia seguire?

Dopo l’accurata diagnosi medica potranno essere prescritti farmaci a base di cortisone o Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei. Nel caso in cui l’infiammazione sia in uno stato acuto il Medico potrà optare per un’infiltrazione di Cortisone tenendo conto dei rischi che il paziente potrà correre dopo tale trattamento. Il cortisone se fatto in dosi massive può arrecare danno ai tessuti quali tendini, cartilagine e legamenti. Pertanto deve esserci sempre cautela nell’esecuzione di un trattamento locale cortisonico favorendo invece trattamenti che anno un benefico a lungo termine per il paziente e soprattutto risolutivo della causa.

Quali sono i rimedi naturali?

I rimedi naturali che si possono usare in caso di tallonite sono la crioterapia, le pomate a base di antinfiammatorio da applicare localmente come dicloreum o voltaren e impacchi di arnica. Abbiamo scritto una Guida per i Rimedi per la Tallonite. Gli impacchi di ghiaccio daranno un sollievo immediato dal dolore per il loro potere antalgico-sedativo e potranno essere fatti più volte durante il giorno per un massimo di 15 minuti. Gli impacchi verranno applicati una volta al giorno mentre le pomate potranno essere passate due volte al giorno massaggiando fino all’assorbimento la pomata. Nel caso in cui non vi sia un grave deficit del piede si possono utilizzare dei plantari preconfezionati.

Tallonite cura

 

Esistono vari strumenti di terapia fisica strumentale che possono essere utilizzati in caso di infiammazione del tallone. Verranno scelti e prescritti in base allo stato infiammatorio e alla causa della Patologia. La Laserterapia Antalgica Yag o la Tecarterapia potranno essere richiesti ed eseguiti in caso di infiammazione acuta per lenire il dolore e l’infiammazione. Verranno eseguiti da un Fisioterapista in modo focalizzato nella zona colpita dal dolore. Particolarità del laser yag è quella di lavorare con un frequenza e modalità di emissione chiamata e quadro c unica nel suo genere che garantisce una riduzione del dolore in solo 3 minuti di terapia. La tecar invece sfrutta l’energia endogena prodotta quindi tramite il nostro corpo e favorendo la rigenerazione cellulare e dei tessuti. Questo particolare strumento consente all’operatore di eseguire un trattamento manipolativo manuale a livello del tricipite surale e della pianta oltre che delle articolazione del piede durante l’esecuzione della terapia strumentale per potenziare ed amplificare i risultati terapeutici.

Onde d urto: la terapia di elezione

La terapia di Elezione in caso di Tallonite sia in caso di Fascite con o senza sperone calcaneare o di infiammazione traumatica risulta essere le onde d’urto. Questo strumento permette un’ossigenazione dei tessuti infiammati, un azione decontratturante sui muscoli contratti e rigidi, un effetto antalgico e antinfiammatorio della zona colpita da dolore e soprattutto un fenomeno chiamato neoangiogenesi ovvero la formazione di nuovi vasi sanguigni nella zona di erogazione del trattamento. Verranno eseguite circa 5/6 sedute distanziate di almeno 48/72 ore. Il ciclo potrà essere ripetuto se il caso lo ritiene necessario a distanza di circa 15 giorni dalla fine del primo ciclo. Superata la fase algica e infiammatoria, se dalla valutazione e dalla diagnosi Medica e dalla Valutazione Fisiotrapica/Posturale dovessero esserci cause di tipo posturale, verrà eseguito un lavoro manipolativo delle regioni disfunzionali oltre che un riequilibrio posturale secondo la tecnica Mezieres.

Quali esercizi eseguire a casa?

Gli esercizi da eseguire a casa saranno di fondamentale importanza nel piano di cura poichè favoriranno la rigenerazione tessutale oltre a migliorare l’elasticità e la forza muscolare e tendinea e dovranno essere eseguiti sia durante la fase di terapia strumentale che dopo per mantenere i risultati ottenuti e stabilizzarli. Dovranno essere eseguiti almeno due volte al giorno e soprattutto a freddo laddove vi è un reale allungamento muscolare. Gli esercizi proposti saranno:
  • stretching della pianta del piede
  • stretching dei gastrocnemi a ginocchio flesso e poi esteso
  • auto massaggio con una pallina da tennis della pianta del piede
  • allungamento dei muscoli femorali
  • esercizi eccentrici di pianta e tricipite con elastici

Ecco un video di alcuni esercizi utili

Sono sconsigliati nelle fase acuta e potranno essere eseguiti dopo 7/10 giorni dall’ inizio dell’infiammazione.

I plantari funzionano?

I plantari rappresentano un’ottimo aiuto nel caso in cui vi sia una problematica importante del piede come il cavismo accentuato, piede piatto, calcagno valgo; non vanno ad eliminare l’infiammazione ma migliorano l’appoggio podalico ridistribuendo i carichi in modo fisiologico e pertanto potranno essere utili sia nella fase di cura della problematica e soprattutto nella fase di prevenzione di recidive. Molto utili nella fase acuta saranno le talloniere in gel o in silicone per diminuire il carico sul calcagno e favorire il trattamento fisioterapico/medio. Passata la fase acuta e dolorosa verrà eseguito quindi un esame Baropodometrico , una valutazione Podo-posturale e se il caso lo ritiene necessario verrà presa un’impronta con shiuma fenolica per la realizzazione di un ortesi plantare su misura.

plantari su misura

         

In quanto tempo si guarisce?

Se il paziente riceve una diagnosi chiara, precisa e precoce la risoluzione di un’infiammazione al tallone dura al massimo 30 giorni. Vi sono casi in cui il paziente arriva dopo 3/4 mesi di dolore dal medico e quindi vi sia instaurata una patologia cronica ci possono volere fino a 2 anni per la guarigione totale. Con gli strumenti d’avanguardia di cui disponiamo e con una diagnosi certa i tempi di recupero si riducono notevolmente.

Può infiammarsi nuovamente?

Si assolutamente se non curata adeguatamente la tallonite può andare incontro a recidiva e pertanto è bene seguire l’iter riabilitativo per escludere e ridurre al minimo le recidive. Eseguire costantemente gli esercizi consigliati mantendendo la muscolatura e i tendini elastici e osservando l’utilizzo del plantare laddove sia necessario eseguendo dei controlli di questo ogni 6 mesi per eventuali correzioni o sostituzioni degli stessi.

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Consiglio la lettura dell’articolo: Rimedi per la Tallonite.

Speroni Ossei

Speroni Ossei : cosa sono?

Cosa sono gli speroni ossei? Come si curano le infiammazioni? Gli speroni ossei non sono altro che la formazione di un nuovo osso a livello osseo stesso, a livello inserzionale, tendineo e/o articolare. Lo sperone osseo o più comunemente spina calcaneare si forma a causa di una problematica di tipo meccanico laddove sia presente una patologia di tipo artrosico o infiammazione cronica. Gli speroni ossei si formano nel nostro corpo soprattutto a livello del piede e in prossimità e inserzione della fascia plantare con il calcagno. Gli speroni ossei vengono più comunemente chiamati con il termini di tallonite, fascite plantare o sperone calcaneare. In sostanza il danno è a livello della pianta del piede che a causa di microtraumi ripetuti per difetti di appoggio podalico va incontro a calcificazione ossea. In genere si forma nei pazienti con un cavismo accentuato del piede, nel piede piatto, nel retropiede valgo, nelle tendinite achillee croniche che provocano secondariamente un tensione eccessiva e accorciamento della fascia plantare, nei soggetti obesi. Pertanto la diagnosi è molto importante per risolvere definitivamente l’infiammazione.

Come si curano gli Speroni ossei?

La cura degli speroni ossei è sia di tipo medico che fisioterapico e riabilitativo. Dopo una diagnosi Ortopedica che sarà eseguita con tecniche palpatori del calcagno e dalla pianta del piede verrà eseguita una radiografia per vedere la presenza o meno di speroni ossei. Talvolta gli speroni calcaneari sono presenti sia inferiormente sull’inserzione del calcagno con la fascia plantare che superiormente tra calcagno e tendine di achille. Un dolore simile alla tallonite risulta essere qualla della frattura da stress del calcagno che per essere diagnosticata per l’appunto necessita di una radiografia o una risonanza magnetica. Nei casi di infiammazione acuta il medico proporrà un infiltrazione a base di cortisone tenendo conto però se verrà eseguita una terapia infiltrativa non potranno essere eseguite sedute di terapia onde d’urto per le seguenti 6 settimane poichè queste ultime potranno creare danni ossei, tendinei e legamentosi a causa dell’iniezione del farmaco.

Fisioterapia per lo Sperone piede

Le onde d’urto risultano essere la terapia di elezione in caso di spina calcaneare e pertanto il medico dovrà tenere in considerazione quest’aspetto prima di optare per una terapia a base di cortisone. I farmaci antinfiammatori daranno sollievo immediato ma per poche ore e quindi sono una soluzione da evitare soprattutto nei pazienti con altre patologie correlata di tipo gastrico. Verranno prescritte dapprima terapia di tipo strumentale come laserterapia, ultrasuoni e tecarterapia. Migliorata la fase acuta potranno poi essere eseguite le onde d’urto che come detto precedentemente risultano essere la terapia di elezione in caso di speroni ossei. Le onde d’urto verranno eseguite nella zone di presenza dello sperone osseo e l’obiettivo sarà quello di creare la formazione di nuovi vasi sanguigni(neoangiogenesi), vasodilatare la zona(ossigeno ai tessuti), decontrarre la fascia plantare e la muscolatura e dare un effetto antinfiammatorio. Nel caso in cui le calcificazioni ossee non sono completamente organizzate le onde d’urto riusciranno a limarle e sgretolarle. E’ sbagliato pensare che le onde d’urto rompano lo sperone in quanto agendo fino a 6 centimetri di profondità danneggerebbero tutti i tessuti presenti nei centimetri citati e quindi creerebbero fratture importanti. L’obiettivo è curare la zona e non distruggere le ossa. Purtroppo quando ci si sottopone a sedute di onde d’urto l’aspettativa è che la spina calcaneare venga distrutta: in realtà non è quello l’obiettivo! Consigliamo di indossare talloniere in gel o silicone durante la fase algica e acuta. Inoltre nel caso in cui non siano necessari dei plantari su misura e quindi non vi sia un grave deficit di appoggio podalico consigliamo dei plantari preconfezionati che miglioreranno l appoggio podalico, il dolore, le tensioni muscolari anomale e l’infiammazione riducendo rischi di recidiva. Video delle Onde d’urto

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Consiglio la lettura ai rimedi naturali in caso di tallonite.

Caviglie slogate

Caviglie slogate: cosa sono?

Con il termine Caviglie slogate si intende che si è subito un trauma alla caviglia. Comunemente si parla di distorsione alla caviglia. In genere la distorsione alla caviglia è di origine traumatica e per l’appunto è dovuta ad un trauma o da una recidiva di una vecchia distorsione non curata. Le distorsioni di caviglie possono avere due tipologie di trauma: distorsione in inversione o eversione. Nella distorsione in eversione sia ha una rottura dei malleoli tibiale e malleolare e talvolta si frattura anche il terzo malleolo e si parla di frattura trimalleolare. Nella distorsioni in inversione si ha una lesione del legamento astragalico-anteriore o più comunemente del legamento astragalo-peroneale. Tale lesione può essere di primo, secondo o terzo grado. Nella lesione di primo grado il paziente riesce a camminare tranquillamente dopo qualche giorno. Nella lesione di secondo grado il paziente ha difficoltà ad appoggiare a terra il piede nonostante il riposo e il passare dei giorni. Nella lesione più grave quella di terzo grado l’intervento chirurgico è una delle poche alternative per il paziente soprattutto se sportivo poiché vi è un distacco totale del legamento. Nella lesione di primo e secondo grado vi è uno stiramento r rottura di solo alcune fibre legamentose che guariranno in circa 3 mesi.

Caviglie slogate: come si diagnostica?

La diagnosi in caso di trauma distorsivo della caviglia è di tipo clinico e strumentale. Le indagini richieste saranno la semplice ecografia, la radiografia e la risonanza magnetica. Il medico ortopedico poi tramite test di palpazione e movimenti di inversione sarà in grado di valutare obiettivamente l’entità della lesione e quindi prescrivere la cura più adeguata. Talvolta poiché nelle distorsioni la caviglia si gonfia molto l’ecografia e la risonanza è bene farla dopo il trauma in modo da permettere all’operatore di vedere bene le zone lesionali. Nella zone di lesione spesso vi è un ematoma e un gonfiore locale che andranno via con le cure e con il tempo.

Come si curano le Caviglie slogate?

Le Caviglie slogate si curano con il riposo, il ghiaccio, l’elevazione e la compressione nelle prime 48 72 ore. Tale protocollo prende il nome di protocollo Rice( repose, ice, compression, elevation) ed è valido in tutte le situazione e problematiche di origine traumatica poiché permette di contenere il dolore, l’infiammazione, il gonfiore e il versamento. Sin da subito trattamenti come crioterapia e tecarterapia a freddo possono aiutare per drenare e eliminare il dolore. Passata la fase acuta dovranno esser eseguite trattamenti con laserterapia ad alta potenza nella zona lesionale per ottenere un effetto antinfiammatorio e cicatrizzante a livello legamentoso. Molto importante risulta essere un linfodrenaggio per eliminare i liquidi nella zona. Dovranno poi essere eseguiti esercizi per decontratturare prima e rinforzare poi i muscoli della tibio tarsica quali peronieri gastrocnemi soleo e tibiale. L’ultima fase di trattamento prevederà il lavoro di rinforzo, stabilizzazione e propriocezione per ridurre il rischio di Caviglie slogate in futuro. Verranno eseguiti esercizi su tavole basculante, instabili, di diversa dimensione e con difficoltà man mano sempre maggiore. Prima di riprendere qualsiasi attività è bene eseguire un controllo di tipo ecografico e Ortopedico per avere la certezza della guarigione totale in caso di caviglie slogate.

Esercizi per la caviglia.

Fascite Plantare

Fascite Plantare

La Fascite Plantare è una patologia del piede che colpisce appunto la pianta e il tallone. Il piede è il punto fisso al suolo  su cui poggia l’intera struttura del corpo. Ci consente di assumere la postura eretta e di spostarci  nello spazio. Il piede è un effettore ed un recettore per cui riceve ed esegue comandi centrali, tramite i muscoli ed al centro (cervello) fornisce informazioni tramite esterocettori propri (presenti sulla pianta del piede) e propriocettori (i muscoli, la fascia plantare, i tendini e le articolazioni per una sua corretta funzionalità). La fascia plantare è un supporto statico per l’arco longitudinale del piede ed è costituito da una spessa e fibrosa banda di tessuto connettivo suddivisa in mediale, laterale e centrale. Essa estende in fasci singoli, lungo l’arco longitudinale mediale e si inserisce sulla base di ciascuna falange prossimale. Nel ciclo della deambulazione, nell’appoggio digitale (propulsione), il calcagno si solleva dal suolo, le dita si flettono dorsalmente ad artiglio e l’aponeurosi plantare si accorcia per poi allungarsi nuovamente, con l’aumento del carico ed agire come ammortizzatore, ma la sua capacità di allungarsi è limitata (riduzione elasticità dovuta anche all’età) e da qui, allunga ed accorcia, se vi è una qualsiasi anomalia , nasce l’infiammazione detta “fascite plantare”. Pur non essendo una patologia grave la fascite plantare può essere invalidante. L’infiammazione della fascia, di tessuto simile ad un tendine, partendo dal tallone e attraversando tutto il piede va ad innestarsi alla base delle dita e può ridurre notevolmente le attività di vita quotidiana e lavorativa  del soggetto, riducendo la sua qualità di vita. La fascite plantare è più frequente nei maratoneti, ballerini, tennisti e tra coloro che hanno una stazione eretta protratta per un lungo periodo (insegnante, dentista) o per chi è in soprappeso e per chi calpesta superfici dure e rigide; l’appoggio del tallone produce microtraumi diretti e ripetuti. Inoltre un piede piatto o un calcagno valgo produce una maggiore tensione sulla fascia predisponendo il paziente alla fascite plantare, così come un piede cavo e un gastrocnemio poco elastico. Anche lo sperone calcaneare è predisponente alla fascite plantare, specie nei pazienti di una certa età, perché la fascia diventa meno elastica. La presenza della spina calcaneare attraverso l’ipersollecitazione della fascia è associata nel 50% dei pazienti alla fascite plantare.

Fascite Plantare sintomi

dolore da fascite             La fascite plantare è caratterizzata da una fitta dolorosa al tallone a livello dell’inserzione della fascia plantare. Il dolore si avverte al mattino o dopo aver camminato a lungo; si presenta e si acuisce nel salire le scale, alzarsi sulla punta dei piedi o dopo un riposo prolungato. A distanza di tempo è subdolo ma presente al mattino o alzandosi dalla sedia dopo un po’ di tempo. La tensione dell’aponeurosi , in dorsi – flessione delle dita e della caviglia, scatena dolore. La fascite plantare comporta anche una rigidità del tendine di Achille. Nel maratoneta, spesso nei casi più leggeri, vi è un dolore acuto che permane per tutta la durata della corsa, perché si riscalda la fascia e il tendine di Achille e non produce limitazioni , ma subito dopo , raffreddandosi, si instaura dolore intenso e localizzato da impedire anche la deambulazione. La fascite plantare può apparire in forma acuta, dopo uno sforzo intenso, o essere progressiva.

Eziologia e fattori di rischio della fascite plantare

La fascite plantare colpisce prevalentemente le donne e può presentarsi dopo un allenamento intenso, come la corsa o l’aerobica; i sintomi si esacerbano principalmente in primavera, quando i soggetti per la lunga inattività invernale esagerano negli allenamenti. Causa predisponente sono le scarpe non idonee, tacchi altissimi o scarpe che non ammortizzano le tensioni a livello del tallone ( sneachers, ballerine ecc. …). Nei corridori (specie maratoneti) valutare errori durante l’allenamento ( scarpe scadenti, tecniche scorrette, aumento considerevole della distanza, pendii esagerati).

Diagnosi e valutazione della Fascite

La diagnosi della fascite plantare è subordinata all’anamnesi e all’esame obiettivo del paziente. Oltre ad una visita specialistica è necessario un esame scrupoloso dell’appoggio del piede con podoscopio, esame baropodometrico e stabilometrico, senza dimenticare un esame in ortostatismo del rachide in toto ed in ultimo un ecografia nella zona di inserzione della fascia; per un eventuale diagnosi differenziale (frattura da stress del calcagno)si utilizza una scintigrafia ossea non evidenziabile, la frattura da stress, con una radiografia (RX). Il piede può essere indice, anzi spesso si adatta, per un deficit di altre strutture a monte., quindi si rende necessario una valutazione biomeccanica dei piedi e di altri componenti considerando :
  • Piede piatto, cavo o pronato;
  • Valutazione del cuscinetto adiposo (atrofia);
  • Tendinopatia achillea;
  • Test per frattura calcagno;
  • Calzature inidonee;
  • Dismetria degli arti inferiori;
  • Artrite reumatoide;
  • Soprappeso;
  • Allenamento scorretto o sovraccarico;
  • Età.
L’insorgere del dolore al tallone può avere diverse origini per cui necessita di una visita accurata per diagnosticare una fascite plantare, escludendo tutte le altre possibili cause, quindi il dolore può essere prodotto anche da :
  • Rottura della fascia plantare;
  • Frattura da stress del calcagno;
  • Malattia di Sever;
  • Tendinite o rottura achillea
  • Deformità di Haglund;
  • Insufficienza del tendine tibiale posteriore;
  • Sindrome del tunnel tarsale;
  • Sindrome di Reiter.

Fascite plantare cura = Trattamento Medico e Fisioterapico

farmaci fascite plantare Il trattamento della fascite plantare prevede:
  • Riposo, in fase acuta, con utilizzo di una canadese per la deambulazione;
  • Utilizzo di ghiaccio sotto al tallone per 15 minuti 3 / 4 volte al giorno;
  • Stretching della fascia plantare;
  • Utilizzo di Fans su parere medico;
  • Plantari o talloniere in gel;
  • Taping kinesiologico;
  • Terapie strumentali;
  • Terapie manuali;
  • Trattamento posturale, quando è richiesto da cause accertate.
A seguire tratteremo in modo più esaustivo : stretching , terapie strumentali  e terapie manuali di competenza del fisioterapista nella cura della fascite plantare e trattamenti posturali a cura del posturologo.

Lo stretching nella fascite

Lo stretching della fascia e del tendine achilleo, ripetuto tutti i giorni , è il trattamento più efficace per combattere e risolvere il sintomo del dolore. Spronare il paziente, anche se inizialmente avvertirà dolore ad eseguire lo stretching :
  • 4 / 5 volte al giorno per 5 / 10 ripetizioni;
  • Da seduto, a ginocchio flesso e calcagno poggiato a terra, tirare indietro le 5 dita in modo da allungare la fascia plantare. La tenuta è per 10 secondi con ripetizioni di 10 volte al giorno;
  • Da seduto iperestendere le metacarpofalangee spingendo sul polpaccio per 30 secondi con 5 ripetizioni per seduta;
  • Stiramento della fascia ponendo il piede contro il muro:
  • Inginocchiarsi, piegare le dita dei piedi e sedersi sui talloni delicatamente senza molleggiare
Stretching del podista o del corridore
  • Stiramento del soleo con ginocchio flesso e le mani poggiate al muro;
  • Stiramento del gastrocnemio con ginocchio esteso e flesso quello da trattare, allungare delicatamente, sempre con le mani contro il muro;
  • Stiramento del tendine di Achille su pedana inclinata e mani poggiate al muro.
terapia e cura fascite plantare             Tutte queste manovre devono essere effettuate delicatamente senza andare oltre certi limiti, pena di infiammazione perdurante. Nei casi più resistenti ai trattamenti su menzionati per la risoluzione della fascite plantare si può ricorrere ad utilizzare :
  • Il gesso per 1 mese;
  • Ortesi (plantari)
  • Ortesi notturna;
  • Iniezione di cortisone;
  • Fisioterapia strumentale massaggio profondo;
  • Intervento chirurgico nei casi di non risoluzione.

La Fisioterapia nella fascite plantare

Il fisioterapista può utilizzare: ultrasuoni, onde d’urto, tecar, terapie manuali. L’efficacia terapeutica degli ultrasuoni è dovuta a quattro effetti differenti in grado di agire in sinergia :
  1. effetto termico con un innalzamento della temperatura della fascia interessata
  2. effetto meccanico con un micromassaggio ad alta frequenza prodotto dal movimento delle particelle dei tessuti attraversati dall’onda ultrasonica
  3. effetto chimico con parziale modifica del pH locale e della permeabilità delle membrane cellulari
  4. effetto di cavitazione con la generazione in un fluido di piccole bolle di gas.
Gli ultrasuoni possono essere utilizzati a contatto diretto della testina sulla cute con l’interposizione di gel conduttivo, che permette lo scivolamento, e con una leggera pressione con movimento circolari o perpendicolari, oppure ad immersione quando la zona da trattare non sopporta il contatto diretto o è piccola ed irregolare; si immerge la zona da trattare in una bacinella insieme alla testina dell’ultrasuono. L’ultrasuono come in altre patologie, ha :
      • effetto analgesico
      • effetto di rilassamento
      • azione fibrinolitica
      • effetto trofico.
Rappresentano la Terapia di elezione in caso di Fascite. Tramite la stimolazione con le onde d’urto il paziente avvertirà notevoli miglioramenti sin da subito quali:
  • riduzione del dolore
  • diminuzione del’ infiammazione
  • minor tensione muscolo-tendinea
Grazie a questo sistema terapeutico il numero di sedute si riduce come i tempi di recupero. Le sedute non vanno mai oltre le 6 applicazioni. Sono applicazioni di circa 10 minuti ognuna e vengono eseguite a distanza di 48/72 ore per un massimo di due volte a settimana. Peculiarità delle Onde D’urto è quella di stimolare la formazione di nuovi vasi sanguigni fenomeno chiamato neoangiogenesi. Rappresenta secondo gli Esperti del settore il miglior trattamento strumentale in caso di infiammazione della pianta del piede. Il nostro centro dispone di apparecchiature per onde d’urto Storz le migliori in circolazione e le più affidabili visto che la casa produttrice utilizza tecnologie di produzione svizzera. Ecco un Video delle Onde D’urto
      • Tecarterapia
La tecarterapia è una radiofrequenza è rappresenta uno dei trattamenti più richiesti in caso di fascite soprattutto nelle fasi più acute della patologia. Tale strumento consente di migliorare notevolmente il dolore e l’infiammazione e permette al Fisioterapista di eseguire tecniche manuali per migliorare la mobilità articolare, le contratture muscolari e ll’elasticità tessutale. Utilizzato e nato per la Medicina dello Sport nel lontano 1998 oggi giorno viene eseguita in caso di fascite con o senza sperone calcaneare e in tutte le patologie osteo-articolari e muscolo-tendinee. Ha un alto indice di efficienza ed è privo di contrindicazioni. Il nostro centro dispone delle migliori apparecchiature Human Tecar.

      • Terapia Manuale
La terapia manuale risulta essere un sopporto molto valido per il Fisioterapista che combinando tecniche strumentali e manuali riesce ad agire sia sul dolore e sull’ infiammazione che sulla mobilità articolare. Il terapeuta esperto esegue tecniche manipolatorie della caviglia di ogni singola articolazione, dei muscoli della pianta, del tricipite surale. Inoltre viene eseguita una valutazione del bacino, del ginocchio e dell’ anca per valutare eventuali blocchi articolari o disfunzioni che possono provocare dolore a distanza. Tramite questo particolare metodo di rieducazioone Posturale globale chiamato Mezieres si va ad agire sull’ intera postura del paziente andando a riallungare ed elasticizzare tutti i muscoli della catena posteriore che il più delle volte risultano essere rigidi e accortciati causando deficit posturali. Le metodiche di approccio, per la risoluzione della fascite, sono tante basta affidarsi a professionisti adeguati e competenti.

Se anche tu soffri di Fascite Plantare chiamaci per una Visita Gratuita allo 0813419278

Caviglie storte

Caviglie storte

CAVIGLIE STORTE

Le distorsioni di caviglia, comunemente definite “caviglie storte” sono delle perdite parziali e temporanee dei rapporti articolari tra le ossa
della gamba (tibia e perone) e l’astragalo, un osso situato tra il piede e la tibia e perone.

Le storte alla caviglia sono fenomeni molto frequenti, data l’ampia libertà di movimento che la struttura anatomica
dell‘articolazione tibio-tarsica consente.

In genere l’origine è di natura traumatica, sia per una banale caduta durante le attività della vita quotidiana, per un appoggio errato del piede durante la deambulazione o la discesa di un gradino, che durante lo svolgimento
di un’attività sportiva, dove le caviglie sono particolarmente sollecitate nei salti, nella corsa e nei cambi repentini di direzione.

In seguito ad un trauma distorsivo o caviglie storte, è bene interrompere immediatamente l’attività sportiva che si sta svolgendo o comunque stare a riposo, senza caricare sull’arto interessato; E’ utile inoltre applicare ghiaccio per contenere la tumefazione e fasciare, laddove possibile, il piede per tenerlo fermo per quanto sia possibile e recarsi immediatamente presso un’unità di pronto soccorso.

Diagnosi in caso di caviglie storte

Oltre a un esame clinico, occorrerà un’indagine radiografica per per escludere la presenza di fratture, appurare la presenza della distorsione e quantificarne la gravità per stabilire la strategia migliore di trattamento.

Terapia delle caviglie storte

Nei casi meno gravi di distorsione, il trattamento conservativo risulta quello più indicato; esso consiste in una immobilizzazione con tutori specifici, docce gessate o bendaggi funzionali, evitando il carico e applicando periodicamente ghiaccio per non più di 20 minuti a intervalli regolari di 10 minuti durante la giornata.

Utile è anche tenere l’arto in scarico, ossia leggermente sollevato per favorire il ritorno circolatorio e seguire la terapia farmacologica consigliata dal medico curante.

Nelle forme più gravi di “storte” alle caviglie, si può optare per un trattamento chirurgico attraverso eventuali mezzi di sintesi che il chirurgo riterrà maggiormente idonei.

Per quanto riguarda l’aspetto riabilitativo, nella fase acuta, è indicata la terapia strumentale con tecarterapia, laserterapia o crioterapia per ridurre il gonfiore,il  dolore e la limitazione funzionale.

Inoltre, per ampliare l’effetto drenante, è possibile applicare il kinesiotape.

esercizi distorsione

Durante questa fase, per riprendere gradualmente il tono e la forza muscolare dell’arto interessato, è utile eseguire una serie di contrazioni isometriche, ossia in assenza di movimento.

Generalmente, il carico consentito sull’articolazione è parziale, e il medico potrà suggerire l’utilizzo di bastoni canadesi.

Superata la fase acuta, si inizia un lavoro di mobilizzazione attiva e passiva dell’articolazione,nel rispetto dei limiti consentiti,integrando
i movimenti di flesso-estensione, prono-supinazione e rotazione, procedendo con un training specifico di rinforzo muscolare.

Successivamente è fondamentale una rieducazione propriocettiva per stimolare i recettori del piede e garantire un corretto assetto posturale,
migliorare la stabilità della caviglia e l’equilibrio; essa può essere eseguita utilizzando tavole basculanti, pedane propriocettive o cuscini
modellanti.

Il paziente verrà poi sottoposto ad una rieducazione al passo e al recupero del carico totale sia in appoggio statico che
monopodalico e al graduale recupero delle attività quotidiane e, eventualmente all’attività sportiva.

Ecco alcuni esercizi per le Caviglie Storte

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