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Cura Tallonite

Cura tallonite: come risolvere definitivamente con la Fisioterapia

L’infiammazione del calcagno è una patologia frequente, colpisce uomini e donne da 40 anni in su e, per una cura della tallonite adeguata, è necessaria una diagnosi accurata. E’ importante scoprire le cause scatenanti e verificare le condizioni del tallone.

La tallonite (o talalgia) è un problema delicato e complesso di tipo osseo, muscolare, tendineo e fasciale. Il nostro focus approfondisce la cura per la spina calcaneare, un’escrescenza che si forma nell’osso del tallone (nei punti d’inserzione di muscoli o legamenti) dovuta ad un’anomala ed eccessiva crescita del tessuto osseo e che crea non pochi fastidi.

In gran parte dei casi, colpisce un solo tallone ma potrebbe colpire entrambi (un caso su tre). Insorge progressivamente, il dolore (intenso in fase di appoggio) peggiora nel tempo.

Scopri quali sono le possibili cause sottoponendoti ad una diagnosi accurata e completa. In questo modo, il medico ortopedico sarà in grado di prescrivere la terapia più adeguata ed un percorso di Fisioterapia mirato a risolvere non soltanto i sintomi ma le cause per evitare che il problema si ripresenti.

Cura tallonite: quel problema che tormenta il retropiede

cura tallonite

Il dolore al tallone colpisce la zona del retropiede, la parte finale (epifisi distale) di tibia e perone i quali interagiscono con l’astragalo interfacciato con il calcagno. E’ il calcagno a subire gran parte delle tensioni e pressioni tendinee, considerando che sul tallone poggia tutto il peso del corpo.

In riferimento alla tallonite, viene particolarmente coinvolto il  tendine di Achille che contribuisce alla contrazione dei muscoli del polpaccio, alla trazione di muscoli e legamenti della fascia plantare (uno strato di tessuto connettivo). Questo tendine costituisce il punto di aggancio del tallone con il tricipite surale.

Il dolore al tallone (ed al piede, in genere) possono essere dovuti a problemi delle strutture ossee, muscolari, tendinee, fasciali. In particolare, il problema di tipo osseo della spina calcaneare altera i rapporti con i tessuti circostanti provocando infiammazione, irritazione, dolore.

Sintomi

Come si manifesta la talalgia?

Prima di prescrivere una cura per la tallonite, il medico studierà i sintomi del paziente e gli esami radiologici.

Segni e sintomi tipici della tallonite sono:

  • Dolore acuto al tallone (nella parte interna ed inferiore del piede), pulsante, avvertito soprattutto la mattina poggiando il piede a terra. A riposo, di solito, scompare ma talvolta (nei casi più gravi) può presentarsi anche di notte;
  • Tensione muscolare alla pianta del piede;
  • Tensione e contrattura dei muscoli soleo, gastrocnemio e tibiale posteriore;
  • Gonfiore e arrossamento locale;
  • Spasmi muscolari;
  • Senso di calore;
  • Rigidità e zoppia;
  • Ridotta flessione dorsale della caviglia

Una tallonite trascurata o mal curata porta alla zoppia con evidenti ripercussioni sulla postura, problemi non soltanto ai piedi ma alle gambe ed alla schiena.

Tallonite: cause

tallonite cure

Per la cura della spina calcaneare, scoprire le cause della patologia è fondamentale.

Le possibili cause si possono suddividere in patologiche e non patologiche.

Le cause non patologiche sono:

  • Difetti posturali (talvolta associati all’uso di scarpe inadeguate) che portano ad un appoggio podalico errato;
  • Piede piatto o cavo;
  • Sovrappeso e obesità che provocano sovraccarico su piedi, talloni, gambe;
  • Affaticamento dovuto ad allenamenti intensi o allo stare in piedi troppe ore;
  • Movimenti ripetuti;
  • Avanzare dell’età.

La cause patologiche (derivanti da patologie vere e proprie) sono:

  • Traumi diretti nella regione calcaneare (contusioni, fratture, distorsioni);
  • Tendiniti, tra cui infiammazione del tendine d’Achille;
  • Formazione della spina (o sperone) calcaneare (calcificazione a livello del calcagno nel punto d’inserzione della fascia plantare);
  • Fascite plantare, infiammazione del legamento arcuato del piede;
  • Problemi muscolo-tendinei alla pianta del piede ed al tricipite surale;
  • Borsite;
  • Artrosi, artrite o artrite reumatoide;
  • Gotta;
  • Sindrome del tunnel tarsale;
  • Osteomielite;
  • Malattia ossea di Paget;
  • Malattia di Sever;
  • Morbo di Haglund;
  • Fratture pregresse curate in modo inadeguato con la riabilitazione.

Diagnosi

Con la diagnosi ci avviciniamo sempre più al focus ‘come curare la tallonite’.

L’esame diagnostico accurato e completo è il passo più importante per valutare una terapia adeguata.

Comprende:

  • Anamnesi (sintomi, storia clinica, informazioni sul paziente);
  • Esame obiettivo del piede e del tallone;
  • Radiografia per verificare eventuali calcificazioni ossee (spina calcaneare, frattura da stress, calcificazioni del tendine d’Achille);
  • Ecografia muscolo-scheletrica per controllare le condizioni dei tessuti molli o un’eventuale infiammazione della fascia plantare;
  • Risonanza Magnetica Nucleare o TAC per approfondire lo stato di ossa, muscoli, tessuto fasciale, tendini, legamenti.

Radiografia ed ecografia sono gli esami strumentali più richiesti. Se si sospetta gotta o artrite reumatoide, sarà necessario eseguire gli esami del sangue.

Una diagnosi per la cura tallonite si può definire davvero completa con l’esame Baropodometrico che permette di controllare la postura, l’appoggio podalico, i carichi pressori, il baricentro: viene eseguito in modalità sia statica sia dinamica.

Cura tallonite: terapia conservativa

come curare la tallonite

Nella fase acuta, il medico prescriverà una terapia conservativa che comprende:

  • Riposo del tallone;
  • Applicazioni di ghiaccio;
  • Farmaci antinfiammatori non steroidei, analgesici (non oltre i 3-5 giorni), creme antidolorifiche a base di arnica;
  • Infiltrazioni di cortisone (raramente);
  • Utilizzo di plantari ortopedici, solette in gel/silicone, talloniere o tutore caviglia per migliorare l’appoggio podalico e per scaricare il tallone dolente;
  • Fisioterapia attraverso terapie fisiche strumentali e manuali, esercizi terapeutici.

Il trattamento fisioterapico rappresenta la soluzione migliore non soltanto per eliminare infiammazione e dolore ma per intervenire sulle reali cause responsabili della patologia, per evitare recidive, fare in modo che il disturbo non si ripresenti. Quali sono i trattamenti fisioterapici migliori per la cura spina calcaneare?

Tallonite cura: i migliori trattamenti di Fisioterapia

Una volta superata la fase acuta, per contrastare dolore e infiammazione, il Fisioterapista sceglierà tra i seguenti trattamenti di Fisioterapia strumentale d’elezione:

tallonite cura

In una seconda fase, il Fisioterapista procederà con i migliori trattamenti manuali:

  • Manipolazioni e manovre eseguite dall’Osteopata;
  • Kinesio taping;
  • Esercizi terapeutici (eccentrici, stretching e rinforzo muscolare per il recupero della mobilità di caviglia e tallone, propriocettivi, posturali) da eseguire su indicazione ed in presenza del fisioterapista.

Rieducazione Posturale Globale per la cura tallonite

Insieme alla diagnosi clinica e strumentale, è fondamentale anche la valutazione globale e distrettuale del paziente al fine di programmare un percorso terapeutico personalizzato.

Noi del Centro Ryakos ci crediamo al punto tale da offrire una prima visita gratuita che comprende una valutazione completa e dettagliata delle condizioni del paziente: include i più importanti test fisioterapici, muscolari, neurologici, ortopedici, funzionali, di forza ed elasticità.

L’esame più preciso e completo per controllare la condizione posturale è quello Baropodometrico computerizzato. In caso di problematiche, il fisioterapista ti consiglierà di sottoporti al metodo Mezieres per la Rieducazione Posturale Globale in grado di riequilibrare la postura dell’intera colonna vertebrale.

Questo trattamento non solo velocizzerà i tempi di guarigione ma servirà ad evitare recidive.

Consigli

Vogliamo darti qualche consiglio utile sia per velocizzare i tempi di guarigione sia per evitare che il problema si ripresenti:

  • Mantieni la gamba a riposo il più possibile (distesa e sollevata) nella fase acuta;
  • Evita tutte le attività che possono stressare i tendini;
  • Esegui regolarmente gli esercizi (di stretching e rinforzo muscolare) indicati dal fisioterapista per mantenere elastici muscoli e tendini;
  • Se necessario, utilizza un plantare per il periodo indicato dal medico;
  • Mantieni il tuo peso forma per non sovraccaricare piedi e talloni;
  • Indossa scarpe adeguate sia nella vita di tutti i giorni sia se pratichi sport;
  • Riscalda sempre i muscoli prima di ogni allenamento e pratica l’attività fisica con gradualità, senza sforzare o superare i tuoi limiti. Prima e dopo l’allenamento, esegui esercizi di stretching per piedi e tendini d’Achille;
  • Evita di camminare a piedi nudi su superfici dure;
  • Riposa a sufficienza (almeno 7 ore a notte).
Frattura-tibia-e-perone

Frattura tibia e perone

Frattura tibia e perone: valutazione accurata = Fisioterapia vincente

Quando si verifica una frattura tibia e perone, la lesione interessa non soltanto l’osso ma anche i tessuti molli circostanti, tendini, muscoli, legamenti, vasi sanguigni, pelle. Tibia e perone sono le due ossa (lunghe e pari) che formano lo scheletro della gamba (dalla coscia al piede). Il loro contributo alle articolazioni di ginocchio e caviglia è importante in termini di locomozione.

In posizione distale, confinano con le ossa del piede, mentre in posizione prossimale con il femore. Non essendo a diretto contatto con il femore, il perone (a differenza della tibia) non ha funzioni di sostegno del corpo.

Tibia e perone presentano porzioni specifiche che costituiscono la caviglia: malleolo mediale (parte interna della tibia), posteriore (della tibia) e laterale (parte finale del perone).

La contemporanea frattura di tibia e perone interessa soprattutto soggetti che praticano sport di contatto e chi subisce gravi incidenti stradali.

In questo approfondimento, scopriamo le tipologie di frattura di queste due importanti ossa, i sintomi, le cause, l’esame diagnostico per individuare la lesione, le cure e l’importanza della Fisioterapia e Riabilitazione. 

Frattura tibia e perone: tipologie

frattura tibia e perone

Esistono svariate tipologie di frattura tibia e perone in base a differenti parametri:

  • Sede della frattura: terzo prossimale (frattura articolare), terzo medio (meta-diafisaria), terzo distale (frattura articolare);
  • Spostamento di frammenti ossei: composta o scomposta;
  • Coinvolgimento della pelle: chiusa o esposta;
  • Cause: traumatica o patologica;
  • Meccanismo: diretto o indiretto;
  • Spessore dell’osso coinvolto: completa o incompleta;
  • Stabilità: stabile o instabile;
  • Rima di frattura: obliqua, trasversa, longitudinale o spiroide;

E’ fondamentale individuare le varie tipologie per determinare, oltre alla terapia più adeguata, il giusto percorso riabilitativo e la prognosi.

Nelle fratture di tibia e perone, le due ossa possono non rompersi simultaneamente bensì fratturarsi separatamente.

Sintomi

Il quadro sintomatologico della frattura tibia e perone comprende:

  • Dolore immediato e molto intenso con diversa localizzazione a seconda della sede della frattura ma che può estendersi alla gamba. Il dolore si avverte durante l’appoggio del piede al suolo, il movimento, la deambulazione e la semplice pressione;
  • Gonfiore diffuso a tutta la gamba:
  • Ematoma;
  • Arrossamento;
  • Calore;
  • Grave limitazione funzionale a carico dell’arto;
  • Nausea;
  • Sensazione di mancamento;
  • Deformità, caviglia fuori posto (in caso di frattura scomposta o lussazione).

In particolare, la frattura meta-diafisaria tibiale non implica, solitamente, grandi limitazioni del range articolare.

Cause e fattori di rischio

rottura tibia e perone

La frattura tibia e perone si verifica, in genere, a seguito di traumi (cadute, incidenti, infortuni sportivi).

I fattori di rischio da considerare sono:

  • Avanzare dell’età:
  • Osteoporosi;
  • Carenza di vitamina D;
  • Dieta povera di proteine;
  • Pratica di sport ad alto impatto.

Diagnosi

Per individuare una frattura tibia e perone, la diagnosi comprenderà:

  • Esame obiettivo, visita ortopedica;
  • Anamnesi;
  • Rx standard per controllare il tipo di rottura, un eventuale spostamento delle ossa, la formazione di callo osseo;
  • Ecografia se il medico sospetta una tendinopatia associata oppure una raccolta ematica;
  • TAC e Risonanza Magnetica Nucleare per escludere specifiche problematiche come lesioni legamentose;
  • EMG se si sospetta una lesione nervosa.

TAC e RMN vengono eseguiti anche per pianificare un eventuale intervento chirurgico.

Frattura tibia e perone composta e scomposta: terapia conservativa e chirurgica

In assenza di lesioni dei legamenti, per le fratture di tibia e perone composte è previsto un trattamento conservativo con l’utilizzo di gesso per un mese circa. Nei casi più gravi, è necessario usare un tutore ed assumere farmaci bifosfonati. Quando la frattura si sarà consolidata, sarà opportuno seguire un ciclo di almeno 3 mesi di riabilitazione.

In caso di frattura tibia e perone scomposta, è necessario ricorrere ad un trattamento chirurgico di osteosintesi che prevede l’applicazione di placche e viti e immobilizzazione con apparecchio gessato. Seguirà un periodo riabilitativo di 4 mesi e, dopo un anno, la placca di sintesi potrà essere rimossa.

Frattura tibia e perone: Fisioterapia mirata e Riabilitazione

riabilitazione frattura tibia e perone

Indipendentemente dal trattamento prescritto dall’ortopedico, è di fondamentale importanza seguire il percorso di riabilitazione fisioterapica non appena il medico consentirà al paziente di muovere la caviglia.

Nella prima fase, per il controllo del dolore e per rigenerare i tessuti, il fisioterapista sceglierà tra i seguenti trattamenti fisici strumentali d’avanguardia a seconda delle esigenze del paziente:

–       Tecarterapia;

–       Laser Yag ad alta potenza;

–       Ultrasuoni;

–       Magnetoterapia;

–       TENS;

–       Onde d’urto( in caso di ritardo di consolidazione).

La seconda fase sarà incentrata sulla riabilitazione vera e propria finalizzata al recupero della funzionalità articolare attiva e passiva di anca, ginocchio e caviglia e della forza muscolare perduta che prevede:

  • Esercizi terapeutici per il recupero del range di movimento, mobilizzazioni passive e attive, potenziamento muscolare;
  • Massoterapia;
  • Esercitazioni propriocettive, di equilibrio e di recupero del gesto atletico.

Esercizi terapeutici

Tra gli esercizi terapeutici, segnaliamo la tonificazione in isometria e in compressione assiale, esercizi di equilibrio, di flesso-estensione del piede e della gamba sulla coscia.

Per il recupero della forza, saranno utili gli esercizi per il potenziamento del gastrocnemio, soleo, tibiale anteriore e posteriore, flessori, estensori e intrinseci del piede, quadricipite, gluteo, muscoli del core.

La vera chiave del successo consisterà nell’ eseguire gli esercizi costantemente e correttamente, su indicazione e sotto la guida del fisioterapista.

La frattura tibia e perone si consolida più lentamente rispetto ad altre: la frattura semplice guarisce, solitamente, nell’arco di circa 5-6 mesi seppure, grazie alle terapie strumentali avanzate, i tempi possano essere talvolta dimezzati.

Anche dopo il consolidamento della frattura, il medico ortopedico può raccomandare di indossare una cavigliera per qualche mese durante la pratica sportiva.

Prima visita gratuita offerta dal Centro Ryakos

Il Centro Ryakos cura e risolve le più svariate problematiche grazie alla preparazione di personale qualificato, alla scelta di apparecchiature d’avanguardia, trattamenti di Fisioterapia mirata.

La terapia giusta dipende da una diagnosi accurata, da un’attenta valutazione delle condizioni di ogni singolo paziente. Per questo motivo, Ryakos offre una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale, step essenziale per poter, in seguito, pianificare un programma terapeutico personalizzato.

L-infiammazione-del-Tendine-d-achille

L’ infiammazione del Tendine d’achille

Infiammazione del tendine d’Achille: cosa fare, cure, Fisioterapia

La tendinopatia del tendine di Achille, ovvero l’infiammazione del tendine d’Achille, è una condizione patologica che interessa il tendine più grande, lungo e resistente del nostro corpo. Questo tendine collega i muscoli del polpaccio all’osso del tallone (calcaneare), serve a garantire una riserva di energia elastica nel salto, cammino e corsa. Rappresenta il prolungamento del muscolo tricipite surale (composto dai muscoli gastrocnemio e soleo).

Ha una lunghezza di circa 15 cm, uno spessore di circa 6mm, è in grado di sostenere fino a 7-8 volte il peso del corpo durante la corsa o il salto. La sua singolare elasticità consente di aumentare l’efficienza del movimento durante la corsa e di risparmiare una gran quantità di energia.

Rispetto a gran parte dei tendini, non scorre lungo una vera e propria guaina sinoviale bensì è coperto dal peritenonion, un sottile tessuto connettivo che serve a proteggere il tendine.

La zona d’inserzione del tendine è scarsamente vascolarizzata: anche per questo motivo in tendine d’Achille è più soggetto a degenerazione. E’ un tendine molto resistente ma può ammalarsi per eccessive sollecitazioni meccaniche ed altre cause che spiegheremo più avanti.

Quali sono i sintomi e le cause della tendinite dell’Achilleo? Come riconoscerla e curarla? I farmaci possono intervenire per un po’ su dolore e infiammazione ma la soluzione naturale più efficace è offerta dalla Fisioterapia d’avanguardia. Scopri quali sono i trattamenti mirati.

Infiammazione del tendine d’Achille: tendinite inserzionale e non inserzionale

infiammazione del tendine d achille

Esistono due tipi di tendinite d’Achille:

  • Inserzionale che coinvolge la porzione inferiore del tendine, dove si inserisce al calcagno. E’ più frequente negli sportivi di 30-40 anni ma può verificarsi in ogni momento anche in soggetti non attivi di età superiore ai 60 anni;
  • Non inserzionale dovuta a over-use che provocano iniziali rotture delle fibre nella parte centrale del tendine. Questa tipologia è quasi sempre legata ad attività sportiva, quindi colpisce maggiormente giovani e persone attive.

In entrambi i casi, le fibre danneggiate potrebbero indurirsi (calcificare) formando speroni ossei ovvero una crescita ossea extra.

La tendinite d’Achille interessa maggiormente la porzione media, scarsamente vascolarizzata, e l’inserzione calcaneare del tendine. Si parla di tendinosi achillea poichè quasi sempre tende a cronicizzarsi l’infiammazione.

Sintomi

I sintomi e segni più comuni dovuti ad infiammazione del tendini d’Achille sono:

  • Dolore al tallone (regione posteriore del calcagno) evocabile con la sollecitazione e compressione del tendine. Al mattino il dolore può essere particolarmente intenso per, poi, attenuarsi progressivamente dopo i primi passi;
  • Gonfiore articolare che interessa le caviglie a causa del coinvolgimento delle guaine tendinee;
  • Nodulo formato da tessuto cicatriziale;
  • Arrossamento locale;
  • Ispessimento del tendine;
  • Calore al tatto nella fase acuta;
  • Limitazione funzionale dell’articolazione e della flessibilità;
  • Indebolimento del tono muscolare;
  • Rigidità articolare;
  • Rumori articolari (scricchiolii) quando si muove o si tocca il tendine;
  • calcificazione (in caso di tendinite inserzionale).

Nel progredire, la tendinite d’Achille quasi sempre si trasforma in tendinosi Achillea, un disturbo degenerativo che lo indebolisce col rischio di subire gravi lesioni. Il tendine d’Achille infiammato sottoposto a sforzo (o in fase di degenerazione) può andare incontro a rottura parziale o completa che provoca un dolore istantaneo e fortissimo. La rottura del tendine richiede necessariamente l’intervento chirurgico per la riparazione.

Cause e fattori di rischio del tallone d’achille infiammato

tendinite achillea

I tendini d’Achille s’infiammano per svariate cause:

  • Eccessivo stress per movimenti e relativi microtraumi ripetuti;
  • Attività fisica intensa (soprattutto corsa su superfici dure o irregolari e danza), eccessiva rispetto al proprio livello di attività, che sforza tendine e muscoli del polpaccio;
  • Attività caratterizzate da cambi repentini di ritmo, salti e velocità (calcio, basket);
  • Ipersollecitazioni dovute a camminate prolungate, corse in salita;
  • Allenamenti scorretti;
  • Lesioni traumatiche importanti (ad esempio, un improvviso stiramento);
  • Vizi posturali;
  • Scarsa flessibilità dei muscoli del polpaccio;
  • Scarso stretching ed esercizio fisico eseguito senza un adeguato riscaldamento (quindi, con muscoli del polpaccio contratti e freddi);
  • Assunzione di alcuni farmaci come antibiotici chinolonici (ciprofloxacina, levofloxacine), statine e ripetute infiltrazioni con corticosteroidi (che risultano dannosi per i tendini);
  • Formazione di calcificazioni che causano dolore e infiammazione;
  • Esiti di malattia di Haglund, malattia del calcagno che porta alla formazione di una protuberanza ossea.

Si riscontra, particolarmente, in soggetti con importanti retrazioni dei muscoli posteriori della gamba, con malformazioni del piede, caviglia o gamba, alterazioni della statica del piede (pronato, piatto, cavo,valgo) o alterazioni della dinamica tibiotarsica.

Tra i fattori di rischio:

  • Età e sesso, il problema interessa soprattutto uomini di età compresa tra i 25 ed i 50 anni. Uomini in età superiore ai 30 anni sono più a rischio;
  • Malattie sistemiche (diabete, artrite reumatoide, gotta, ipercolesterolemia);
  • Sovrappeso;
  • Utilizzo di scarpe inadeguate (consumate, non flessibili o con tacco alto);
  • Muscolatura scadente.

Diagnosi dell’ infiammazione tendine d achille

L’esame diagnostico per individuare un’eventuale infiammazione tendine d’Achille si basa sulla risposta alle domande del medico, sul risultato della visita ortopedica. Durante la visita, il medico ortopedico eseguirà test di palpazione dell’area colpita da infiammazione tendinea per valutare il dolore, il calore locale, l’estendibilità muscolare e tendinea. Il test di Thompson si rivela particolarmente importante per valutare l’integrità ed assenza o meno di una lesione del tendine.

Se necessario, il medico prescriverà esami di imaging per escludere ulteriori possibili cause ed approfondire le condizioni di lesione al tendine.

Gli esami di imaging sono:

  • Radiografia che, in particolare, è in grado di mostrare un’eventuale calcificazione e indurimento del tendine (tendinite inserzionale);
  • Ecografia per studiare i tessuti molli, rivelare segni di infiammazione e lesioni;
  • Risonanza Magnetica Nucleare che produce immagini in sezione o tridimensionali, visualizza nei dettagli i tessuti degenerati ed il tendine eventualmente rotto. Si ricorre a RMN soprattutto per pianificare un eventuale intervento chirurgico per la riparazione di un tendine rotto.

Infiammazione del tendine d’Achille: terapia conservativa

cura tendine d achille

Per intervenire sull’infiammazione del tendine d’Achille (non su un’eventuale rottura), il medico prescriverà una terapia conservativa che comprende:

  • Astensione dalla pratica sportiva;
  • Riposo (uno stop di almeno 15 giorni);
  • Compressione con bendaggio;
  • Sollevamento del piede al di sopra del livello del cuore per favorire il ritorno venoso e linfatico, il drenaggio per ridurre il gonfiore;
  • Utilizzo di calzature ammortizzanti, di talloniera o plantare che solleva leggermente il calcagno per ridurre lo sforzo a carico del tendine;
  • Applicazione di ghiaccio per 15 minuti più volte al giorno;
  • Assunzione di farmaci antinfiammatori non steroidei e antidolorifici nella fase acuta;
  • Iniezioni di gel piastrinico PRP (efficaci in caso di tendinopatia non inserzionale) o Lipogems;
  • Esercizi di stretching ‘gentile’ consigliati dal medico;
  • Fisioterapia e Riabilitazione.

Le infiltrazioni locali di cortisone vanno evitate: se, da una parte, possono alleviare i sintomi, dall’altra, possono aumentare il rischio di rottura del tendine.

In casi più gravi di strappo o rottura del tendine, è possibile ricorrere alla riparazione chirurgica dei tessuti danneggiati.

Infiammazione del tendine d’Achille: trattamenti di Fisioterapia mirata

La Fisioterapia d’avanguardia interviene efficacemente su tendiniti e tendinopatie attraverso trattamenti mirati di tipo strumentale e manuale allo scopo di ridurre ed eliminare il dolore e di ripristinare la funzionalità articolare e muscolare.

Il tipo di trattamento più adeguato viene scelto in base al tipo di lesione, età, esigenze, stile di vita ed aspettative del paziente.

Il Centro Ryakos pianifica un percorso terapeutico personalizzato offrendo una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale.

Si raccomanda di non abusare di farmaci antinfiammatori non steroidei e antidolorifici. Se dolore e infiammazione non passano, nella prima fase del trattamento fisioterapico possono essere risolti grazie a terapie fisiche strumentali d’avanguardia:

–       Tecarterapia, in grado di stimolare la circolazione sanguigna al livello locale rilassando i muscoli;

–       Laser Yag ad alta potenza;

–       Ultrasuoni;

–       Onde d’urto ad azione antinfiammatoria e rigenerativa.

Una volta risolto il dolore, la seconda fase del trattamento punterà al ripristino della mobilità articolare ed al rinforzo muscolare attraverso le seguenti terapie fisiche:

  • Terapia manuale eseguita dall’Osteopata;
  • Esercizi terapeutici (eccentrici, stretching, mobilizzazione, rinforzo muscolare, propriocettivi) da eseguire su indicazione del Fisioterapista.

Può rivelarsi molto utile una visita podologica e l’esame Baropodometrico per controllare le condizioni posturali. Se necessario, sarà importante sottoporsi a Rieducazione Posturale Globale con il metodo Mezieres che corregge la postura dell’intera colonna vertebrale per evitare recidive nei casi in cui la causa responsabile di lesione è associata a difetti posturali o anomalie del piede.

Spina Calcaneare

Spina calcaneare

Spina Calcaneare: cos’è?

La spina calcaneare è una formazione ossea a forma di spina uncinata a carico del tallone sulla superficie antero-inferiore.

In ambito medico si parla spesso di tallonite ma in realtà tale diagnosi è molto superficiale e poco chiara in quanto la tallonite può dipendere da svariate cause tra le quali appunto la presenza di uno sperone calcaneare.

Nella diagnosi è importante escludere eventuali fratture da stress che provocano dolore nella medesima regione ma il trattamento medico e terapeutico prevede cure diverse dalla spina calcaneare.

Come si diagnostica?

La diagnosi è di tipo clinico obiettivo e strumentale.

Il test Ortopedico più utilizzato prevede la digito-palpazione della regione del calcagno, della fascia plantare e dell’ inserzione del tendine d’achille.

Oltre ai questi test ortopedici può essere richiesta la radiografia per valutare la presenza o meno di calcificazione ossea( spina c.) o fratture da stress.

Nel caso in cui sia presente dolore al tallone ma senza calcificazione ossea si parlerà di fascite plantare.

Quali sono le cause della Spina calcaneare?

Le cause sono da ricercare in deficit di appoggio podalico come nel caso di piede piatto o cavo, dal retropiede valgo, piede pronato o supinato.

La spina calcaneare si forma a causa di microtraumi ripetuti a carico della fascia plantare che soggetta ad infiammazione continue, ripetute e croniche tende a cronicizzarsi e quindi cristallizzare e calcificare la regione inserzionale.

Altra causa importante da non sottovalutare consta in deficit di tipo posturale laddove una retrazione eccessiva della catena posturale posteriore provoca a distanza microtraumi alla fascia plantare e quindi nel tempo neo formazione ossea.

Che sintomi si avvertono?

Il sintomo principale è il dolore a carico del tallone e alla pianta del piede, dolore al risveglio o alla ripresa della deambulazione, dolore notturno in caso di infiammazione acuta.

Quali farmaci assumere?

farmaci per spina calcaneare

 I farmaci consigliati in caso di spina calcaneare prevedono l’utilizzo di antinfiammatori non steroidei e/o cortisonici.

Tali farmaci aiutano soprattutto nella fase acuta per migliorare il dolore e l’infiammazione ma non curano completamente e definitivamente tale sindrome infiammatoria.

Rimedi Naturali in caso di sperone calcaneare

I rimedi naturali  per gli speroni calcaneari consistono nelle applicazioni di ghiaccio localmente nella regione calcaneare con applicazioni di 10/15 minuti per 2/3 volte al giorno, impacchi di arnica e/o voltaren, esercizi di allungamento dei muscoli della pianta e del polpaccio.

Inoltre nella fase dolorosa spesso vengono consigliate e prescritte talloniere in gel/silicone e plantari preconfezionati e su misura che consentono di scaricare il tallone dalla forza di gravità dando un sollievo dal dolore .

Le talloniere  in gel sono un ausilio utilissimo da applicare soprattutto nella fase acuta.

Abbiamo scritto una Guida sui rimedi in caso di Tallonite.

Le infiltrazioni di cortisone sono utili?

Si ma hanno delle controindicazioni. La principale è quella di cristallizzare la zona dove viene eseguita la terapia infiltrativa già soggetto a calcificazioni più o meno importanti.

Viene eseguita tale terapia solamente nei casi di dolore molto intenso per migliorare da subito la sintomatologia dolorosa per poi procedere ad un trattamento riabilitativo mirato e definitivo.

Quale è la migliore terapia per la spina calcaneare?

Come detto precedentemente prima di seguire un trattamento è di fondamentale importanza eseguire una diagnosi medica e funzionale corretta.

Dovranno essere valutate tutte le articolazioni del piede, la caviglie, il ginocchio, l anca e il bacino prima di procedere ad un trattamento di tipo riabilitativo.

I trattamenti Fisioterapici e Riabilitativi utilizzati on caso di spina calcaneare sono molteplici.

Prevedono l’utilizzo di terapia fisica strumentale e esercizi di tipo muscolare.

I trattamenti fisici sono:

Il miglior trattamento strumentale sono le onde d’urto che consentono in tempi rapidi una riduzione del dolore, dell’ infiammazione, un azione decontratturante e soprattutto stimolano la formazione di nuovi vasi sanguigni nella zona di erogazione del trattamento.

Il ciclo prevede applicazioni distanziate nei giorni in massimo di due per settimana. Le applicazioni prevedono un ciclo che va dalle 3 alle 6 sedute e la durata di un trattamento è di circa 10 minuti.

Nella fase acuta le onde d’urto sono controindicate e possono essere eseguite la laserterapia ad alta potenza e la tecarterapia.

Tali strumenti consentono di migliorare il dolore e l infiammazione e soprattutto la tecarterapia può essere utile per migliorare le contratture muscolari antalgiche oltre che eseguire tecniche manuali di mobilizzazione e allungamento delle strutture adiacenti coinvolte in tale patologia.

Particolare importanza deve essere data alla manipolazione e mobilizzazione di tutte le articolazioni del piede e dei muscoli soleo, gastrocnemi e della fascia plantare.

Gli esercizi proposti servono per migliorare l’elasticità muscolare, la mobilità articolare, il dolore e prevenire recidive.

Sono utilizzati esercizi di tipo stretching e eccentrici sia dei muscoli della pianta che di tutta la regione posteriore della gamba.

I plantari sono utili?

plantari su misura

Si assolutamente previa valutazione Podologica e Baropodometrica.

I plantari servono per migliorare la distribuzione dei carichi pressori al contatto del suolo, migliorare la condizione dolorosa e prevenire eventuali recidive.

Il plantare deve sempre essere lavorato su misura e quindi personalizzato dove un accurata visita del piede sia podologica che con un apposito esame baropodometrico statico e dinamico oppure può essere scelto un plantare preconfezionato.

Viene presa un’ impronta con schiuma fenolica per consentire un adattamento del piede del paziente perfettamente al plantare confezionato su misura.

Quali esercizi eseguire a casa?

Gli esercizi proposti da eseguire a domicilio saranno quelli effettuati presso l’ambulatorio fisioterapico e dovranno essere eseguiti almeno un paio di volte al giorno.

Tali esercizi consentono di migliorare il dolore e prevenire eventuali infiammazioni future.

Video di Esercizi per la Spina Calcaneare a cura di MDM Fisioterapia

Si può ripresentare lo sperone calcaneare?

Si se non curata correttamente e trattata la causa primaria. Fare molta attenzione alle scarpe che si utilizzano!

Molto spesso viene trattato solo il sintomo pena ripresentarsi della patologia e dell’ infiammazione in tempo molto brevi. L’operazione non viene quasi mai eseguita a causa dell’alta percentuale di recidive.

Prenota ora Una Visita Gratuita chiamando lo 0813419278

Distorsione-alla-caviglia

Distorsione alla caviglia

Distorsione alla Caviglia: come si cura?

La distorsione alla caviglia è una problematica piuttosto diffusa sia tra gli sportivi che tra le persone comuni.

Consiste nella perdita momentanea dei rapporti tra due capi ossei quali tibia e perone con l’astragalo.

Tale patologia risulta essere quella più frequente tra i traumi distorsivi e i motivi vanno ricercati nei deficit di propriocezione e nei movimenti che tale articolazione consente.

Una buca per strada, un movimento errato o il semplice inciampare può provocare una storta alla caviglia con conseguenze più o meno gravi ed un più una caviglia gonfia.

Esistono ovviamente varie entità di distorsioni di caviglia e pertanto risulta fondamentale eseguire una diagnosi corretta per procedere ad un percorso riabilitativo appropriato.

Gli sport che hanno un alto indice di tale patologia sono: calcio, basket, tennis, pallavolo, podismo.

Anatomia della caviglia

La caviglia è un’articolazione interposta tra la tibia e il piede ed è composta da 4 ossa quali: tibia, perona, astragalo e calcagno.

I legamenti del collo piede possono essere distinti in esterni ed interni.

I legamenti del comparto esterno sono costituiti da: legamento collaterale esterno( leg. astragalo-peroneale, peroneo calcaneare e perneo-astragalico posteriore) e il leg. Tibio Peroneale sia anteriore che posteriore.

Fanno parte dei legamenti del compartimento interno: il leg. collaterale interno denominato leg. deltoideo.

I movimenti della caviglia consento 3 movimenti quali: flessione-estensione, inversione-eversione, prono-supinazione.

Le distorsioni di caviglia interessano quindi i legamenti che possono essere sottoposti a lesioni di uno o più legamenti totale o parziale e/o fratture malleolari.Talvolta vi è un infiammazione dei tendini peronieri.

Video di Anatomia e Biomeccanica della Caviglia

Che cos’è la distorsione piede?

La distorsione caviglia è un trauma che coinvolge varie strutture della caviglia quali legamenti, tendini, ossa.

Le distorsioni quindi possono essere di due tipi e innescare due tipi di problematiche: inversione ed eversione.

Nelle distorsioni in inversione, ove la punta del piede va verso l’interno, le strutture che subiscono i danni primari sono da ricercare a livello capsulo-legamentoso.

La distorsione in eversione causa spessissimo frattura di tipo malleolare.

In questo articolo ci concentreremo sulle distorsioni di caviglia in inversione.

Le distorsioni in eversione che provocano la frattura malleolare sono diagnosticate tramite una radiografia e sono curate secondo linee guida internazionali ortopediche che prevedono ingessatura o intervento, riposo funzionale e riabilitazione dopo circa 30/40 giorni.

Quali sono i segni e i sintomi della slogatura caviglia?

distorsione alla caviglia

I segni sono ben evidenti a meno che non si tratti di una distorsione lieve dove non siano presenti ematomi, gonfiore e dolore locale.

Oltre al dolore alla palpazione e nei movimenti di lateralità , soprattutto nel movimento di inversione, sono presenti ematoma, rossore, calore e gonfiore.

Gravità di lesione legamentosa

I gradi di lesione legamentosa post trauma distorsivo alla caviglia sono 3.

Vediamo nello specifico:

  • Grado 1:  lesione di alcune fibre del legamento astragalo-peroneale
  • Grado 2 : lesione parziali di uno o più legamenti
  • Grado 3 : lesione totale del legamento astragalo calcaneare più altri legamenti

Le lesioni di 1 e 2 grado vengono curate con terapia conservativa, terapia medica e riabilitativa.

Il grado 3 di lesione legamentosa viene curato solo con la terapia chirurgica.

Cause della distorsione di caviglia

tecarterapia caviglia

Le cause della distorsione di caviglia sono da ricercare in problematiche di tipo podalico, traumi passati, calzature non idonee, terreni sconnessi, manto stradale dissestato, deficit posturali.

Nella maggior parte dei casi la distorsione alla caviglia è provocata da un evento di natura traumatica come nei repentini cambi di direzione durante l’attività sportiva come il rugby, il calcio, il tennis e/o a causa di strade con avvallamenti, buche, strada dissestata o il semplice inciampare.

Se non correttamente curata va incontro facilmente a recidiva.

Come si diagnostica?

La diagnosi è di tipo medico clinico e strumentale.

Il medico esaminatore eseguirà i vari movimenti quali inversione, eversione, flesisone, estensione.

Esegue una digito-palpazione dell’ area di competenza del legamento astragalo-peroneale.

Valuta eventuali gonfiori, ematomi, calore locale.

Grazie all’ ecografia e alla risonanza magnetica può essere diagnosticata l’entità della lesione legamentosa.

Vanno in genere eseguite dopo 72 ore dal trauma.

La radiografia viene richiesta laddove si pensi ad una frattura che viene messa in evidenza da tale indagine strumentale.

Quale tutore utilizzare?

tutore per caviglia

I tutori da utilizzare vengono consigliati e prescritti dal medico ortopedico.

Il più utilizzato in caso di distorsioni di 1 e 2 grado si chiama Bivalva.

Viene utilizzato nei primi giorni pst lesione legamentosa per un periodo prescritto dal Medico.

Consiglio lettura dell’articolo: guida ai tutori per caviglia.

Quali rimedi naturali esistono?

I rimedi naturali prevedono impacchi di arnica e voltaren. Molto importante risulta essere soprattutto nella fase acuta e iniziale della distorsione di caviglia la terapia del riposo e del ghiaccio.

Viene utilizzato nelle prime 48/72 ore il protocollo Rice.

Tale protocollo prevede:

  • R = Riposo
  • I  = Ice (ghiaccio)
  • C = Compressione
  • E = Elevazione.

Molto importante risulta la Riabilitazione Fisioterapica strumentale e Riabilitativa che andremo ad analizzare nel prossimo paragrafo.

Trattamento riabilitativo in caso di Distorsione Caviglia

Il trattamento riabilitativo della distorsione di caviglia prevede nella prima fase acuta utilizzo di terapia fisica strumentale.

I migliori trattamenti prevedono: crioterapia, laserterapia antalgica, tecarterapia e ionoforesi.

Tali strumenti prevedono di migliorare il gonfiore, il dolore, l’infiammazione e le contratture antalgiche.

Molto importante e con un grande indice di efficienza risulta il trattamento con la tecarterapia.

Tale strumento stimolando l’energia all’ interno dei tessuti consente di rigenerare i tessuti e le cellule affette da lesione e infiammazione.

Ha un effetto antinfiammatorio, antalgico-sedativo e cicatrizzante.

Il fisioterapista combina il trattamento strumentale con quello manuale: mentre esegue la tecar esegue un massaggio drenante per l’ematoma e per rilassare i muscoli contratti ed esegue, mano mano che migliorare il dolore e l’infiammazione, tecniche riabilitative per migliorare la mobilità articolare e l’elasticità muscolare.

Migliorando il dolore e l’infiammazione si procede con il trattamento di rinforzo articolare e propriocettivo.

La riabilitazione propriocettiva risulta fondamentale nella distorsione di caviglia per prevenire recidive e per riequilibrare e normalizzare i recettori podalici che hanno un subito un’ alterazione della trasmissione degli impulsi.

Esercizi da eseguire.

Gli esercizi per la caviglia consentono di migliorare il tono-trofismo muscolare, rielasticizzare i tessuti, migliorare la stabilità e l’appoggio del piede al suolo, prevenire recidive, rieducare l’arto colpito da distorsione al carico, migliorare la proipriocezione e rieducare il passo.

I muscoli che devono essere tenuti molto in considerazione dal terapeuta e del paziente sono:

  • peronieri
  • tibiali anteriore e posteriore
  • tricipite surale
  • estensori e flessori delle dita
  • muscoli intrinseci del piede.

Se hai avuto anche tu una distorsione alla caviglia prenota una valutazione gratuita allo 0813419278

Frequenti-distorsioni-alla-caviglia

Frequenti distorsioni alla caviglia

Perché hai sempre distorsioni alla caviglia ricorrenti?

Soffri di distorsioni alla caviglia ricorrenti, recidive di una distorsione trascurata o trattata in modo inadeguato, che si ripresenta puntualmente condizionando la tua vita, quotidiana e sportiva.

Sai perfettamente che la distorsione alla caviglia è la lesione più comune legata allo sport (soprattutto indoor, calcio, basket, pallavolo, tennis), non sei di certo l’unico.

E’ il trauma muscolo-scheletrico più frequente in Italia (5.000 casi al giorno, il 75% dei casi) e, dalla tua prima distorsione, non ne sei più uscito.

Il dolore si era attenuato ma, dopo qualche mese, i sintomi sono tornati: dolore, gonfiore, debolezza, difficoltà a sopportare il carico, instabilità cronica, riduzione della capacità funzionale e del movimento articolare.

Non è una bella sensazione, quindi hai deciso di risolvere ed è per questo che stai leggendo il nostro articolo.

In questa guida, ti spieghiamo perché soffri di distorsione alla caviglia ricorrente e come risolvere definitivamente grazie a trattamenti mirati di Fisioterapia.

Distorsioni alla caviglia ricorrenti: le cause

Rispondiamo subito alla domanda numero uno del nostro focus: quali sono le principali cause responsabili di distorsioni alla caviglia ricorrenti?

Al primo posto, troviamo la cura inadeguata di una precedente distorsione, che non include un percorso di rieducazione propriocettiva e di rinforzo muscolare.

Chi è soggetto ad ipotonia (insufficienza) muscolare e lassità legamentosa va incontro a recidive di distorsione.

In parte, la distorsione ricorrente potrebbe dipendere da un appoggio plantare non corretto ma il problema posturale è secondario. Debolezza, ipotonia muscolare e movimenti errati ripetuti sono i maggiori responsabili di questo disturbo.

In particolare, i fattori di rischio quando si verifica una distorsione sono:

  • Riscaldamento inadeguato, abitudine a non eseguire stretching statico e dinamico;
  • Riduzione della funzione articolare in flessione dorsale della caviglia;
  • Indebolimento e ipotonia muscolare;
  • Scarso equilibrio statico e dinamico:
  • Tempo di reazione dei peronei ridotto;
  • Coordinazione e controllo posturale ridotti;
  • Deficit di forza dell’eversione;
  • Lassità legamentosa;
  • Aumento della curvatura talare;
  • Assenza di supporto esterno (tutore);
  • Assenza di esercizi propriocettivi o deficit propriocettivo.

Tipologie di distorsione alla caviglia

distorsione alla caviglia ricorrente

In gran parte dei casi, il trauma si verifica in flessione plantare, in adduzione ed inversione (con il piede che gira verso l’interno) coinvolgendo un particolare legamento, il peroneo astragalico anteriore seguito dal peroneo calcaneare.

In genere, atterrare su un piede pronato con scarso equilibrio causa la rotazione forzata esterna e l’abduzione della caviglia.

Le tre principali tipologie di distorsione alla caviglia sono:

  • Distorsione laterale, la più comune tra gli sportivi e non solo, responsabile di una lesione a carico del comparto capsulo-legamentoso esterno/laterale;
  • Lesione della sindesmosi tibio-peronale a seguito di una rotazione esterna del piede con iperdorsiflessione della caviglia;
  • Distorsione mediale dovuta ad un trauma in eversione (con il piede che gira verso l’esterno) a carico del comparto mediale/interno.

In base alla gravità della lesione, può trattarsi di distorsione di I°, II° o III° grado (lieve, moderato e grave).

Nei traumi meno gravi, se la distorsione non viene curata o curata in modo inappropriato, si ripresenta e, nel peggiore dei casi, si rischia una frattura per un eventuale trauma successivo alla prima distorsione, problemi posturali all’intera struttura scheletrica, compromissione della funzionalità e mobilità del mesopiede (collo del piede) a scapito dell’andatura.

In riferimento alla comparsa del trauma, le distorsioni alla caviglia si suddividono in:

  • Recenti (riferiti alla prima lesione);
  • Recenti su precedenti (compaiono entro un anno dalla prima distorsione della caviglia);
  • Inveterate (in caso di distorsioni alla caviglia ricorrenti, frequenti, che portano conseguenze alla stabilità articolare).

Come riconoscere l’instabilità cronica della caviglia a seguito di distorsioni ricorrenti

Una prima distorsione trascurata può sviluppare una sintomatologia cronica che viene chiamata instabilità di caviglia. Come riconoscere questa particolare condizione? Attraverso i seguenti sintomi e segni presenti da minimo un anno dopo la prima distorsione:

–       Sensazione di caviglia ‘che scappa’, ‘ che si sgancia’, ‘non si controlla’, ‘che cede’;

–       Rigidità dell’articolazione colpita;

–       Dolore costante;

–       Gonfiore;

–       Debolezza muscolare;

–       Sinovite (infiammazione della membrana sinoviale).

L’instabilità della caviglia altera negativamente i meccanismi centrali del controllo motorio e può aumentare il rischio di cadute o dell’insorgere dell’osteoartrosi.

La ripetuta lesione (recidiva) dei legamenti della caviglia genera un tessuto cicatriziale che causa instabilità articolare, perdita del range di movimento ottimale e scarsa capacità propriocettiva (con diminuzione della risposta rapida ad eventuali ostacoli, quindi, con maggior rischio di infortuni).

Distorsioni ricorrenti alla caviglia possono compromettere la propriocezione e, di conseguenza, predisporre a successive distorsioni. Spesso vi è un’ infiammazione cronica dei tendine peronieri.

Per eliminare le aderenze in questo tessuto cicatriziale, interviene la terapia manuale il cui obiettivo è il recupero della corretta elasticità del tendine.

Diagnosi

diagnosi caviglia

Devi potenziare i muscoli, ripristinare la funzionalità articolare, recuperare propriocezione e postura.

Prima di iniziare un percorso riabilitativo completo, il fisioterapista o il medico ortopedico ti visiterà e, attraverso l’anamnesi e determinati test, avrà un quadro chiaro delle tue condizioni valutando la stabilità articolare.

Ti prescriverà determinati esami per diagnosticare accuratamente il tuo problema (che, magari, non hai ancora fatto):

–       Radiografia standard per escludere eventuali fratture;

–       Radiografie dinamiche della caviglia se si sospetta una lesione grave con instabilità;

–       Ecografia;

–       TAC;

–       Risonanza magnetica nucleare.

Fisioterapia e riabilitazione per distorsioni alla caviglia ricorrenti

fisioterapia nelle distorsioni

In base ai risultati diagnostici, ti verranno prescritti antidolorifici, antinfiammatori, applicazione di bendaggio elastico, utilizzo di un tutore (cavigliera, stampelle).

Nella fase acuta, è bene seguire il protocollo P.R.I.C.E. (Protection Rest Ice Compression Elevation) che prevede immobilizzazione, riposo, applicazione di ghiaccio, compressione (bendaggio), elevazione della gamba sopra il livello del cuore per migliorare il ritorno venoso.

La Fisioterapia, anche nel caso di distorsioni alla caviglia ricorrenti, svolge un ruolo di primaria importanza per la soluzione di distorsioni lievi e medie.

Le distorsioni di terzo grado presentano rotture dei legamenti o fratture ossee: si tratta di lesioni per cui si rende necessario un intervento di tipo chirurgico.

Il trattamento fisioterapico di distorsioni lievi e medie si suddivide in tre fasi.

Nella prima fase, si punta ad eliminare completamente infiammazione e dolore ed a rigenerare i tessuti lesi attraverso i seguenti trattamenti d’elezione:

Nella seconda fase il tessuto leso viene sottoposto ad una serie di sollecitazioni meccaniche per eliminare lo spasmo muscolare, l’edema e lavorare sul recupero della forza muscolare e della funzionalità articolare. In questa fase, i migliori trattamenti sono:

–       Terapia manuale eseguita dall’Osteopata;

–       Manipolazione miofasciale dei trigger point;

–       Esercizi terapeutici (eccentrici, stretching statico e dinamico, rinforzo muscolare, flessibilità, recupero del range di movimento) che potrai ripetere a casa lentamente senza mai forzare e senza movimenti bruschi.

Nella terza fase, si passerà al recupero del controllo propriocettivo, posturale e prevenzione delle recidive. Il fisioterapista ti mostrerà gli esercizi propriocettivi da eseguire su una tavoletta instabile oscillante con l’utilizzo di cuscini o altri strumenti specifici.

 Prima visita gratuita e programma terapeutico personalizzato

tutori-caviglia

Tutti gli esercizi da svolgere nella seconda e terza fase di riabilitazione fanno parte di un percorso personalizzato e molto delicato: per questo motivo, ti consigliamo di farti seguire da un fisioterapista qualificato.

La funzione dei propriocettori è fondamentale per l’equilibrio, per regolare la postura, il tono muscolare e la corretta esecuzione dei movimenti. Lo stesso dicasi per gli esercizi di rinforzo della muscolatura, essenziale per garantire la stabilità della caviglia allenando, allo stesso tempo, il sistema nervoso centrale.

In sostanza, si tratta di esercizi che non si possono improvvisare e per i quali è importante farsi seguire da un esperto in materia.

A fine percorso riabilitativo, l’esame Baropodometrico computerizzato eseguirà un controllo generale della tua condizione posturale. In caso di problemi, attraverso il metodo Mézières sarai sottoposto ad una  rieducazione posturale totale per riequilibrare l’intera colonna vertebrale.

Il Centro Ryakos offre una prima visita gratuita con valutazione globale e distrettuale attraverso test fisioterapici, muscolari, neurologici, ortopedici, funzionali, di forza ed elasticità. Se sarà necessario, dopo questa prima visita gratuita, si procederà a pianificare un programma terapeutico personalizzato.

Dolore-al-piede

Dolore al piede?

Dolore al piede? Spina calcaneare, tallonite, fascite plantare, metatarsalgia, facciamo chiarezza!

Il piede è composto da 26 ossa in totale, che possono essere suddivise, a seconda della loro localizzazione anatomica, in ossa del tarso (zona posteriore del tallone), metatarso (zona dell’avampiede) e falangi (ossa delle dita del piede).

Inoltre, i muscoli responsabili dei movimenti del piede sono quelli della gamba (suddivisi in anteriori, laterali e posteriori), e quelli intrinseci del piede, che ne consentono l’appoggio, l’articolazione delle dita, il cammino e tutte le attività annesse.

Un altro elemento anatomico di fondamentale importanza è il tendine d’Achille, il tendine più robusto del nostro corpo, il quale rappresenta il punto di  aggancio del tricipite surale con il tallone.

La pianta del piede ,oltre ad essere una zona ricca di terminazioni nervose recettoriali, è attraversata da uno strato di tessuto connettivo,  definito fascia plantare.

Funzionalità del piede

Data la complessità morfologica del piede, ne consegue un’altrettanto complessa funzione articolare e di movimento, oltre che a un’importante funzione di sostegno del peso corporeo e di stabilità.

Proprio per questo, le sindromi dolorose relative al piede sono molteplici, e possono derivare dalle strutture ossee,
muscolari e tendinee o dalla combinazione di esse.

Un esempio di patologia di origine ossea, molto diffusa, è la cosiddetta spina calcaneare, ossia un’escrescenza ossea che si protrae dal calcagno e che assume una forma caratteristica che ricorda una “spina”.

Essa è dovuta ad una crescita anomala ed eccessiva del tessuto osseo del tallone, fino a formare uno sperone.

Quest’ultimo altera i normali rapporti con i tessuti circostanti, che possono, di conseguenza, andare incontro ad una irritazione o infiammazione.

plantare

Sintomi correlati

Una spina calcaneare resta, infatti, asintomatica fin quando non compare un processo infiammatorio, che, in genere,
riguarda i tessuti molli circostanti, e che si manifesta con la comparsa di dolore.

La sintomatologia dolorosa può restare circoscritta al tallone, in tal caso si parla di tallonite, oppure irradiarsi lungo la pianta del piede, coinvolgendo la fascia plantare, e a quel punto si parlerà di fascite plantare.

Sia la tallonite che la fascite plantare sono due condizioni che possono insorgere anche in assenza della spina, ad esempio in seguito ad un sovraccarico del piede.

Cause del dolore al piede

Le cause più diffuse sono obesità, eccessiva attività motoria, utilizzo di calzature non idonee, o difetti morfologici del piede.

Tutti questi fattori alterano, infatti, la distribuzione del carico e vanno corretti il prima possibile per evitare
l’insorgenza di ulteriori problematiche anche a carico delle altre articolazioni.

Un corretto appoggio del piede, è , infatti, il presupposto basilare per avere un giusto assetto posturale e una deambulazione funzionalmente adeguata.

In genere, l’indagine maggiormente prescritta per diagnosticare una spina calcaneare è la radiografia, mentre, per monitorare lo stato dei muscoli e del tessuto fasciale, può essere richiesta dal medico curante una risonanza magnetica o una ecografia.

Quando il dolore riguarda, invece, la parte anteriore del piede, si parla di metetarsalgia, ossia una sindrome dolorosa che riguarda i metatarsi e che può coinvolgere o meno anche le dita del piede.

Spina calcaneare

Anche in questo caso, il fattore scatenante è un’alterata distribuzione del carico, che sollecita maggiormente l’avampiede fino ad infiammarne le strutture anatomiche, che risulteranno dolenti durante l’esercizio fisico, la deambulazione o anche a riposo.

Un classico esempio è la metatarsalgia, legata all’utilizzo di calzature con tacchi a spillo, oppure alle attività sportive che richiedano di stare sulle punte per tempi prolungati come la danza.

Per alleviare il dolore in tutte le sindromi elencate, bisogna optare per un intervento di tipo correttivo: indossare delle calzature idonee ed applicare, laddove necessario, un plantare su misura ed effettuare una terapia mirata una correzione della postura.

Tra le varie opzioni terapeutiche, un valido strumento è il metodo Mezieres, che mira a riequilibrare le
componenti muscolari attraverso esercizi di respirazione e allungamento guidati dal fisioterapista.

Quale trattamento riabilitativo?

Il percorso della riabilitazione posturale inizia con una presa di coscienza del proprio corpo e della posizione che questo occupa nello spazio, e termina con il raggiungimento dei corretti rapporti tra i vari segmenti scheletrici.

Altro aspetto correttivo è quello riguardante l’alimentazione: con una dieta adeguata, è possibile ridurre il carico ponderale al quale il piede è sottoposto, alleviando , in questo modo, la sintomatologia dolorosa.

Nel caso si pratichi attività sportiva, è bene inserire nel programma di allenamento degli esercizi specifici per tenere la muscolatura del piede e degli arti inferiori sempre elastica e allungata.

Per quanto riguarda l’aspetto puramente terapeutico, nella fase di dolore acuto bisogna, oltre a seguire la terapia farmacologica indicata dal medico, evitare sollecitazioni e prediligere il riposo, dunque è preferibile interrompere l’attività sportiva e cercare di camminare il meno possibile.

Utile può essere l’applicazione di ghiaccio e di creme antinfiammatorie localizzata sulla zona dolente e intraprendere
un percorso di fisioterapia strumentale antalgica.

Esistono varie terapie fisiche tra cui il fisioterapista, sulla base delle condizioni cliniche del paziente, può scegliere : Onde d’urto, tecar,laserterapia, crioterapia, ultrasuoni sono solo alcune di esse.

onde spina

Dopo la fase algica, per completare l’assestamento del piede, il fisioterapista seguirà il paziente in una rieducazione motoria, posturale e di ripresa dell’attività sportiva dove necessario.

In conclusione, possiamo definire le sindromi dolorose del piede come un disturbo piuttosto frequente e fastidioso, che, però, può essere corretto se adeguatamente trattato.

Dolori-ai-piedi

Dolori ai Piedi

Dolori ai piedi: tipologie, cause, cure, rimedi, fisioterapia

Le persone che soffrono di dolori ai piedi possono essere colpite da questo sintomo algico (lieve, grave o invalidante che sia) per le cause più disparate.

Rischiamo di essere ovvi (vogliamo correre questo rischio) ricordandovi che eseguire una diagnosi corretta ed accurata significa imboccare la strada giusta in direzione della terapia efficace e risolutiva (farmaci, fisioterapia, protocollo riabilitativo).

Le cause possono essere di natura muscolo-scheletrica, vascolare, neurologica o dermatologica.

In questa guida, il nostro focus si concentra su patologie e disturbi muscolo-scheletrici.

Valutare queste cause richiede una vasta conoscenza dell’anatomia e fisiologia del piede (una delle strutture più complesse del corpo), ma anche di caviglia, arti inferiori e parte inferiore della spina dorsale.

Esploriamo l’anatomia, scopriamo le aree colpite, le cause, le cure, i trattamenti di fisioterapia più adatti e la soluzione finale.

Dolori ai piedi: cenni di anatomia del piede

La parte terminale degli arti inferiori, il piede, è costituita da ben 26 ossa (7 tarsali che sorreggono il peso corporeo favorendo la locomozione, 5 metatarsali che assicurano stabilità in posizione eretta e 14 falangi che formano lo scheletro delle dita fornendo un supporto stabile in fase di movimento).

Queste ossa, che formano archi per dare flessibilità al piede, sono sostenute da muscoli, tendini, legamenti, fasce fibrose (retinacoli) che mantengono in posizione i tendini.

Sono tre le principali parti che compongono il piede:

  • Avampiede, che include falangi e metatarsi;
  • Mesopiede, che comprende l’osso cuboideo, 3 cuneiformi e lo scafoide-tarsale;
  • Retropiede, con calcagno ed astragalo.

Il movimento del piede coinvolge articolazioni che lo collegano col resto del corpo ovvero l’articolazione della caviglia (tibio-astragalica, astragalo-calcaneare, astragalo-navicolare) e del calcagno con l’osso cuboide.

Video Anatomia del Piede

Dolori ai piedi: cause in base alle aree colpite

Sono davvero numerose le cause di dolore ai piedi. Abbiamo deciso di suddividere le varie cause legate a determinate patologie associandole alle parti del piede interessate al dolore.

I dolori ai piedi possono essere localizzati:

  • Dietro il tallone;
  • Sotto il tallone;
  • dolore arco plantare;
  • dolore alle dita dei piedi;
  • dolore sotto i piedi.

Dolori ai piedi dietro il tallone: morbo di Haglund

Il tendine d’Achille può subire una trazione vigorosa sul calcagno per vari motivi fino a causare microlesioni entesiche (nel punto di collegamento tra tendine ed osso) che l’organismo ‘ripara’ tramite apposizione di calcio.

Il Morbo di Haglund consiste proprio nella formazione di questa calcificazione ossea nel tallone da individuare tramite lastra Rx.

Per questo tipo di problema, bisogna intervenire tempestivamente ricorrendo a specifici trattamenti fisioterapici come la Laserterapia, Onde d’urto, terapie manuali, esercizi di stretching del polpaccio.

Dolore ai piedi sotto al tallone (spina calcaneare, tallonite)

onde d'urto spina calcaneare

La formazione di una esostosi sotto al calcagno (tallone) dove si inserisce la fascia plantare è responsabile della tallonite o spina calcaneare che provoca dolore sotto al tallone.

Questo tipo di dolore è condizionante, si avverte in particolare al risveglio, fa camminare male fino a provocare, a causa della cattiva postura, dolori al ginocchio, caviglia, anca, colonna vertebrale.

Le Onde d’urto sono il trattamento fisioterapico più efficace e risolutivo a cui abbinare il trattamento della fascia plantare, della muscolatura del polpaccio e la rieducazione totale della postura.

Dolore ai piedi, sotto l’arco plantare (fascite plantare)

fascite plantare

La fascite plantare è un problema frequente, tra i vari tipi di dolori al piede, e può risultare anche abbastanza invalidante. La fascia plantare è una struttura a forma di cordone fibroso che parte dal calcagno per arrivare alle dita.

La fascite è prossimale se coinvolge la zona prossima al calcagno, distale se il dolore interessa la zona sotto l’arco del piede.

Il dolore viene avvertito durante il movimento di rotolamento del piede mentre si cammina perché, in quella fase, la fascia viene stirata.

La principale causa della fascite plantare è una cattiva condizione posturale ma i responsabili possono anche essere gli sport ripetitivi, scarpe sbagliate, sovrappeso.

Può, sicuramente, aiutare l’utilizzo di solette Noene shock absorbing in grado di scaricare le vibrazioni negative del suolo.

Risultano spesso necessari trattamenti fisioterapici come Laser Yag ad Alta Potenza, Onde d’urto, stretching della fascia plantare, massaggi specifici.

Dolori alle dita dei piedi (alluce valgo)

Alluce valgo

Tra i vari dolori alle dita dei piedi, il più frequente è quello che interessa l’alluce valgo caratterizzato da una deformazione del primo raggio, deviazione all’esterno del primo dito e all’interno del primo metatarso con conseguente angolazione patologica. L’alluce e il primo metatarso non risultano più allineati ma formano un angolo di valgismo.

Ci vogliono anni per formare questa deformità, ecco perché si consiglia di intervenire in tempo per evitare l’intervento chirurgico.

Per intervenire efficacemente, è necessario ricorrere ad una rieducazione posturale che ripristini un corretto appoggio del piede tramite il metodo Mezieres ed usare un distanziatore.

I trattamenti fisioterapici come Laser ad Alta Potenza o Ultrasuoni non si dimostrano risolutivi quando l’alluce valgo è in stato avanzato.

Dolore sotto le dita dei piedi (metatarsalgia)

terapia neuroma

Nel punto in cui le ossa delle dita si collegano al massiccio del retropiede, l’articolazione metatarso-falangea può infiammarsi e generare la metatarsalgia a causa di vari fattori (postura scorretta, utilizzo di scarpe sbagliate, sovrappeso, età che avanza) per via del carico subito anteriormente.

Ad ogni passo e movimento dell’articolazione, si proverà dolore.

Anche il neuroma di Morton (di origine neuro-vascolare) potrebbe causare questo tipo di dolore: per scoprirlo bisognerà eseguire una diagnosi differenziale.

Per ridurre il dolore, si possono usare solette specifiche per i metatarsi, plantari su misura, particolari bendaggi o si può ricorrere a trattamenti di Laserterapia, Ultrasuoni, massaggi.

Se a generare il problema è una cattiva postura niente è più efficace della Rieducazione Posturale Totale Mezieres.

Male ai piedi: altre cause

Altre possibili cause non menzionate in precedenza sono:

  • Artrite
  • Artrite reumatoide
  • Artrosi
  • Borsite
  • Dito a martello
  • Diabete, piede diabetico
  • Piede cavo
  • Piede piatto
  • Tendinite del tibiale posteriore
  • Edema (accumulo di liquido che provoca gonfiore e dolore)
  • Distorsioni e stiramenti
  • Mal allineamento della caviglia
  • Osso incrinato o rotto (frattura)
  • Embolia
  • Neuropatia diabetica
  • Cisti sinoviali (sintomi Gangli)
  • Sindrome di Marfan
  • Trombosi venosa profonda
  • Insufficienza arteriosa
  • Aterosclerosi
  • Sindrome del tunnel tarsale
  • Gotta (una forma di artrite).

Dolori ai piedi: diagnosi

Per diagnosticare le principali forme di dolori ai piedi originate da problemi muscolo-scheletrici, oltre all’esame obiettivo, all’anamnesi ed a vari test strumentali con cui il medico valuta l’integrità dell’apparato capsulo-legamentoso, è necessario eseguire la lastra Rx (per evidenziare eventuali fratture e controllare l’anatomia osteo-articolare).

In seguito, si potrà ricorrere ad altre diagnosi di immagine come ecografia e risonanza magnetica, per confermare un sospetto o un dubbio diagnostico.

Dolori ai piedi: cure e rimedi

Considerando la varietà di cause scatenanti il dolore ai piedi, il medico prescriverà una terapia specifica. In tutti i casi, è fondamentale evitare ogni tipo di stress o sovraccarico al piede e tenerlo a riposo.

Le donne smetteranno di usare scarpe con il tacco, chi era abituato ad allenarsi sospenderà l’attività sportiva.

In caso di fascite plantare, il soggetto colpito userà calzature particolari, plantari o solette antishock, eviterà di camminare a lungo o di stare troppo in piedi.

Nella fase acuta, quando il dolore è intenso, farmaci antidolorifici o antinfiammatori serviranno ad alleviare il dolore riducendo l’infiammazione. Nei casi di dolore più severo o cronico, il medico può prescrivere infiltrazioni di cortisone.

Talvolta, per il neuroma di Morton non basta la terapia farmacologica: è necessario l’intervento chirurgico per asportare il nervo compromesso.

In gran parte dei casi, il percorso fisioterapico risulta inevitabile.

Dolori ai piedi: trattamenti di fisioterapia mirata

L’obiettivo dei trattamenti fisioterapici appropriati per trattare i dolori ai piedi punta a ridurre l’infiammazione, il dolore e lo stress tendineo, a recuperare la forza perduta.

Per intervenire su infiammazione e dolore e riconsegnare al piede mobilità e flessibilità, si procede con i seguenti trattamenti fisioterapici:

  • Tecarterapia;
  • Ultrasuoni;
  • Onde d’urto;
  • Terapia manuale eseguita dall’Osteopata;
  • Laser Yag ad Alta Potenza.

E’ bene non focalizzarsi solo sul piede ma esaminare tutta la gamba per individuare problematiche di postura che portano al sovraccarico su uno o più distretti causando dolore ai piedi.

Dopo aver superato la fase critica del dolore e dell’infiammazione, occorrerà puntare su un secondo obiettivo, da non considerare importante ma fondamentale: l’esame posturale globale.

Molti disturbi e patologie nascono da cattive posture, inclusi i dolori ai piedi.

L’esame Baropodometrico computerizzato verifica la condizione generale e va ad individuare eventuali aree di malfunzionamento posturale. Serve a prevenire conseguenze legate proprio ad una postura scorretta.

La Rieducazione Posturale Totale con il metodo Mezieres (il migliore per correggere la postura) permette di riequilibrare la parte coinvolta dal problema posturale ma anche tutta la colonna vertebrale.

E’ un percorso personalizzato da cui si ottengono ottimi risultati.

Mentre si corregge la postura, proseguirà il piano riabilitativo specifico per ridurre la tensione muscolare del polpaccio, tendine d’Achille e fascia plantare allo scopo di risolvere definitivamente i dolori ai piedi.

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Frattura-metatarso

Frattura Metatarso

Frattura metatarso

Cosa si rischia con una frattura metatarso non curata o curata in modo inadeguato? Quali sono le cause scatenanti ed i fattori di rischio? I sintomi e le complicanze? Come diagnosticare la frattura e quali cure o trattamenti fisioterapici sono i più indicati per risolvere le conseguenze del trauma?

Risponderemo a queste ed altre domande, partendo dall’inizio.

Vediamo, innanzitutto, cos’è il metatarso con brevi cenni di anatomia.

Cenni di anatomia: cos’è il metatarso

Ogni piede presenta 5 ossa lunghe denominate metatarsi (o ossa metatarsali) che, comunemente, chiamiamo dita. Il metatarso si trova tra le ossa tarsali (o del tarso) e le falangi prossimali (o prime falangi) di ogni dito.

E’ composto da tre parti: corpo (porzione centrale), base (estremità confinante con un osso del tarso) e testa (estremità distale collegata con la falange prossimale del dito).

Su un metatarso trovano inserzione muscoli e legamenti indispensabili per la funzionalità motoria del piede. Il metatarso contribuisce alla funzione di sostegno svolta dallo scheletro degli arti inferiori.

Come tutte le ossa dello scheletro umano, anche un metatarso può subire una frattura e sviluppare, oltretutto, una condizione dolorosa di natura infiammatoria nota come metatarsalgia.

Tipologie di fratture metatarsali

Le fratture al metatarso sono tutte uguali? No, nessuna frattura (in qualsiasi parte del corpo) lo è.

Esistono diverse tipologie di fratture metatarsali in base a vari fattori:

– Composta o scomposta se, rispettivamente, il frammento osseo non si sposta oppure si distacca;
– Aperta o chiusa se i frammenti di osso rompendosi lacerano pelle, legamenti o muscoli oppure se si fratturano all’interno;
– Completa o incompleta;
– Localizzata (in un punto) oppure combinata (in più punti).

A questo serve una diagnosi accurata: individuare il tipo di frattura su cui bisogna intervenire.

Sintomi della frattura del metatarso del piede

I sintomi di una frattura del metatarso del piede sono:

– dolore acuto e localizzato nella parte colpita dal trauma;
– rigidità;
– piede gonfio, tumefazione localizzata nell’area compromessa;
– formazione di ematomi;
– scricchiolio;
– formicolio;
– difficoltà a camminare
– deformazione dell’osso (in caso di frattura scomposta o aperta).

Cause

Le fratture più frequenti coinvolgono il quarto e quinto metatarso (anulare e mignolo) e, di solito, non vengono operate.

La frattura metatarso può essere causata da:

– colpo diretto e violento sul dorso del piede (un oggetto pesante che cade sul piede schiacciandolo);
avulsione, quando un frammento di osso viene strappato via da un tendine o da un legamento, in genere a seguito di una distorsione della caviglia per un infortunio o per la ricaduta da un salto;
– stress, dovuta ad eccessivo e ripetuto utilizzo dell’osso metatarsale (colpisce soprattutto anziani e sportivi). Interessa soprattutto i metatarsi del 2°, 3° e 4° dito: di solito, si presenta come una microfrattura ed è molto frequente negli atleti;
– movimento di inversione del piede (violenta e marcata) durante cui il muscolo peroneo breve potrebbe tirare il metatarso del mignolo causandone la rottura(frattura del 5 metatarso).
– Patologie che causano danni all’integrità dell’osso (osteoporosi, tumore osseo).

Complicanze

Una frattura metatarso va trattata tempestivamente (entro le 24 ore) per evitare complicazioni come:

– Infezione della ferita;
– Infiammazioni tendinee, perdita del tono muscolare, capsulite post-traumatica o blocco articolare dovuti al periodo di immobilità forzata;
– Scomposizione di una frattura composta senza un motivo apparente, ecco perché si consiglia di ripetere la radiografia dopo 10 giorni dal trauma;
– Pseudoartrosi per difficoltà di calcificazione (osteoporosi avanzata) o cure inadeguate che non consentono di guarire la frattura;
– Flittene (bolle della pelle) causate da un disturbo della circolazione ed ecchimosi.

Frattura/lussazione di Lisfranc

Una particolare frattura metatarso è la frattura di Lisfranc ovvero una rottura completa del 2° osso metatarsale. L’osso, in questo caso, risulta fratturato alla base e può verificarsi una lussazione (con frammenti separati tra loro).

L’episodio avviene, in genere, dopo una caduta sul piede flesso o con un colpo violento al piede: ne sono vittime soprattutto i giocatori di calcio, i motociclisti ed i cavallerizzi. Si tratta di una lesione grave che potrebbe portare complicanze come artrite e dolore permanenti o la sindrome compartimentale.

La terapia consigliata è l’intervento chirurgico per riallineare le ossa fratturate attraverso la riduzione a cielo aperto con fissazione interna o la fusione delle ossa del piede (porzione centrale), ma non sempre l’operazione è in grado di ripristinare lo stato originario del piede.

Frattura di Jones e del ballerino

La frattura del 5° osso metatarsale prende il nome di frattura di Jones. Avviene nell’osso che collega il mignolo alle ossa della porzione posteriore del piede. E’ la frattura metatarso più frequente che può colpire la base in prossimità della caviglia (frattura del ballerino) e la diafisi (frattura di Jones), la parte centrale lunga dell’osso.

La frattura alla base è dovuta ad una rotazione verso l’interno del piede o quando questo viene schiacciato. In genere, basterà indossare una calzatura protettiva con suola rigida per qualche giorno senza dover ricorrere ad un’ingessatura. E’ un tipo di frattura che guarisce in tempi abbastanza brevi.

La frattura che colpisce la diafisi è meno frequente rispetto a quella della base: può impedire o interrompere l’apporto di sangue al tessuto osseo portando complicanze come un ritardo di consolidazione o mancata consolidazione dell’osso.

In certi casi, è sufficiente applicare un gesso a gamba corta, in altri è necessario un intervento chirurgico per la riduzione a cielo aperto con fissazione interna.

Diagnosi

frattura-metatarso

Dopo la visita effettuata dal medico ortopedico, l’esame obiettivo e l’anamnesi, l’esame diagnostico determinante consiste nella radiografia del piede. Se la lastra RX risulta positiva confermando la frattura, si proseguirà con una risonanza magnetica o l’abbinamento scintigrafia ossea/TAC per individuare la rima di frattura.

L’esame che approfondirà e stabilirà una diagnosi definitiva è la risonanza magnetica eventualmente da ripetere dopo 2-4 settimane nel caso risultasse negativa ma con dolore.

Cure e trattamenti

Una frattura metatarso di lieve entità, composta e senza complicanze, può guarire spontaneamente nel giro di 6 settimane e basteranno riposo, immobilizzazione della gamba da tenere sollevata, applicazione di ghiaccio per ridurre edema e gonfiore.

In caso di frattura composta il più delle volte viene prescritto e utilizzato un tutore walker da utilizzare anche di notte.

In caso di dolore e gonfiore, si possono assumere antidolorifici (tachipirina) e antinfiammatori non steroidei (ibuprofene).

In altri casi di frattura composta, si può applicare una benda di fissaggio mantenendola per due settimane oppure un gambaletto di gesso per circa 2 mesi a seconda della gravità della frattura.

Intervento chirurgico

intervento metatarsale

Una frattura metatarso scomposta (ovvero con spostamento della falange) è ben visibile: l’osso è deformato, trapassa e lacera la cute oppure il dito è rivolto in una direzione anomala.

Quando la frattura è grave e i due monconi sono troppo distanti tra loro, serve l’intervento chirurgico per saldare l’osso evitando complicanze (mancata consolidazione, pseudoartrosi). L’operazione consente la riduzione della frattura tramite una vite o placca per ricomporre l’osso.

Successivamente, verrà applicato un tutore gessato (o tutore walker) per immobilizzare piede e caviglia. I tempi di recupero sono variabili (da 15 a 30 giorni).

Fisioterapia e riabilitazione

riabilitazione metatarso

Dopo i 30 giorni necessari per il recupero post-operatorio, bisognerà intervenire con trattamenti fisioterapici mirati a ridurre l’edema, mobilizzare la caviglia, intervenire sul recupero muscolare e motorio.

In caso di frattura metatarso, i trattamenti più indicati sono:

– Terapia manuale eseguita dal fisioterapista per controllare il dolore e migliorare il tono trofismo muscolare e la mobilità articolare;
Tecarterapia che agisce sull’infiammazione, dolore e riparazione dei tessuti;
– Sedute di magnetoterapia per accelerare la nuova formazione ossea;
– Laser Yag, metodica rigenerante di Laserterapia ad Alta Potenza che risolve infiammazione e dolore;
– Esercizi specifici per il recupero della muscolatura (coscia, polpaccio e piede) e della propriocettività;
– Metodo Mezieres di rieducazione posturale totale, dopo la fase di recupero dell’attività motoria.

Controllare la condizione posturale del paziente è fondamentale: l’esame Baropodometrico computerizzato misura la postura ed aiuta a prevenire conseguenze associate ad una postura sbagliata.

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Frattura-Astragalo

Frattura Astragalo

Frattura astragalo: classificazione, sintomi, complicanze, cure, fisioterapia

Quanti di voi hanno già sentito parlare di frattura astragalo? Forse questo termine non vi è molto familiare, ma si tratta di una lesione più frequente di quanto possiate immaginare.

Coinvolge un osso che funziona da importante connettore tra piede, gambe e resto del corpo, essenziale per assicurargli stabilità.

Le più comuni fratture dell’astragalo interessano, in particolare, due delle tre porzioni che compongono l’osso: il collo e il corpo.

Dopo un breve cenno di anatomia, scoprite le tipologie di frattura dell’astragalo, le cause, i sintomi, conseguenze e complicanze del trauma, come diagnosticarlo in modo corretto, rimedi, terapie, tempi di guarigione e di recupero, quali trattamenti di fisioterapia e riabilitazione non si possono trascurare per sperare in una completa guarigione.

Cenni di anatomia: cos’è l’astragalo

L’astragalo (detto anche talo o talus) è un osso importante per l’articolazione della caviglia. E’ di piccole dimensioni e di forma gibbosa (simile al guscio di una tartaruga), localizzato tra il calcagno (l’osso del tallone) e le due ossa della parte inferiore della gamba (tibia e perone che poggiano sull’astragalo) e suddiviso in tre porzioni (testa, collo e corpo).

Rappresenta un importante connettore tra piede, gambe e resto del corpo: costituisce l’articolazione della caviglia insieme a tibia e perone, quindi risulta essenziale per garantire al corpo stabilità, equilibrio e postura corretta.

L’astragalo è l’unico segmento dello scheletro rivestito quasi completamente da cartilagine articolare ed è anche l’unico osso del sistema locomotore sprovvisto di inserzioni muscolari. Ha una vascolarizzazione molto precaria che può facilmente danneggiarsi (necrosi) a seguito di una frattura.

Frattura astragalo: classificazione e tipologie

Secondo il criterio anatomico, la classificazione medica suddivide le fratture astragalo in 4 tipi:

– Tipo 1, composte, difficili da individuare con una semplice radiografia, con una possibilità di necrosi avascolare del 10%;
– Tipo 2, scomposte, più gravi delle precedenti, che si manifestano con lussazione o sublussazione della sottoastragalica e rottura dei vasi del collo. La possibilità di necrosi sale al 30%;
– Tipo 3, fratture del collo con lussazione e sublussazione del corpo dell’astragalo, della sottostragalica e delle tibiotarsica. La possibilità di necrosi avascolare sale al 50% e, per il 25%, questo tipo di lesioni sono esposte;
– Tipo 4, frattura del collo con lussazione del corpo della sottoastragalica e tibiotarsica, associata a sublussazione o lussazione dell’astragaloscafoidea.

Si distinguono anche frattura astragalo periferica e quella del corpo, collo e testa.

Le fratture periferiche in distorsione determinano piccoli distacchi e, di solito, la prognosi è buona: guariscono con un trattamento conservativo ovvero con l’utilizzo di un tutore o di un gesso. Quelle del corpo, collo e testa sono più gravi. Le fratture del processo laterale, che avvengono in eversione, sono talvolta da trattare con intervento chirurgico di osteosintesi se il frammento ha una certa dimensione oppure è scomposto.

Sintomi

La sintomatologia varia a seconda della gravità della frattura astragalo.

Quella di tipo periferico si manifesta come un classico trauma distorsivo.

Le fratture del corpo, testa e collo conseguenti a traumi ad alta energia presentano sintomi peggiori:

– Dolore lancinante sulla zona compromessa dal trauma;
– Impotenza funzionale;
– Gonfiore importante;
– Estrema sensibilità della parte colpita:
– Edema o ecchimosi.

Cause

cause della frattura dell'astragalo

In gran parte dei casi, la frattura dell’astragalo è il risultato di:

– Traumi ad alta energia dovuti ad incidenti stradali o motociclistici, cadute dall’alto,distorsione di caviglia, ecc.;
– Traumi sportivi (snowboard che richiede l’uso di uno stivale morbido e poco protettivo, motociclismo ed altri sport estremi in cui si rischiano impatti violenti a carico del piede);
– Dorsiflessione forzata del piede che spinge il collo dell’astragalo a pigiare contro la tibia in modo violento ed anomalo rompendosi per effetto dell’urto.

Considerando che una frattura del genere può essere dovuta ad un’attività sportiva ma anche ad un infortunio accidentale, tutti possono esserne soggetti, non solo sportivi ma anche bambini ed anziani.

Si stima, comunque, che gran parte degli infortunati siano soggetti di sesso maschile sotto i 30 anni di età e che il 40% di questo tipo di frattura sia esposta.

Complicanze

Una lesione di questo tipo, soprattutto se viene curata in modo errato, può portare alle seguenti complicazioni:

– osteonecrosi (o necrosi avascolare), interruzione dell’apporto di sangue al tessuto osseo che causa tante micro-rotture fino al collasso finale;
– infezioni;
– condropatia;
– artrosi precoce e molto dolorosa (con conseguente rigidità della caviglia);
– pseudoartrosi (mancata consolidazione della frattura) o mal consolidazione ossea;
alterazione della postura che, col tempo, potrebbe incidere negativamente sulla colonna vertebrale;
– funzionalità del piede menomata con sviluppo di artrite e dolore cronico.

Diagnosi

Dopo la visita, l’esame obiettivo e l’anamnesi, il medico ortopedico prescriverà:

– Radiografia standard del piede e della caviglia;
– TAC per localizzare con esattezza il punto della lesione, verificare il tipo di frattura e l’eventuale spostamento dei frammenti;
– Un test per controllare la funzionalità nervosa per scongiurare eventuali danni ai nervi;
– Scintigrafia ossea e/o Risonanza Magnetica Nucleare per diagnosticare un’eventuale necrosi (che, in genere, compare nei primi 2-3 mesi dall’evento traumatico).

Cure e trattamenti

riabilitazione frattura astragalo

Come abbiamo accennato, una frattura dell’astragalo periferica dovuta a traumi distorsivi comporta piccoli distacchi parcellari: hanno, in genere, una prognosi buona e guariscono regolarmente grazie a trattamenti conservativi che consistono nell’utilizzo di un tutore o di un gambaletto in gesso o vetroresina da indossare per almeno 3 mesi evitando assolutamente di caricare sul piede colpito da frattura.

Lo stesso vale per le fratture composte del corpo, collo e testa.

Prima di poter ricevere cure mediche tempestive, è bene tenere sollevata la gamba ed applicare ghiaccio per 1-2 ore.

In caso di frattura astragalo scomposta o quando il frammento è di notevoli dimensioni, si ricorre all’intervento chirurgico di osteosintesi che consiste in un’accurata riduzione della frattura e successiva fissazione con viti in metallo o fili di Kirschner.

Dopo l’intervento, in assenza di complicanze necrotiche, si prevedono tempi di recupero di 2 mesi, trascorsi i quali si potrà intraprendere un percorso di fisioterapia e riabilitazione, consigliato anche dopo le necessarie cure di una frattura composta.

Una volta guarito, il piede verrà sottoposto nuovamente a radiografia o risonanza magnetica per verificare il ripristino del corretto flusso sanguigno.

Se la cartilagine dovesse subire danni, sarà necessario l’utilizzo di ortesi piede/caviglia, innesti ossei oppure l’utilizzo di una protesi della caviglia.

Fisioterapia e riabilitazione

Dopo una terapia conservativa o l’intervento di osteosintesi, rispettando i tempi di guarigione, recupero e controllo, il trattamento fisioterapico e la riabilitazione motoria sono fondamentali per non rischiare complicanze e ripristinare sia il corretto movimento di piede e caviglia sia la postura.

L’esame Baropodometrico computerizzato rivela la condizione posturale del soggetto trattato e previene eventuali conseguenze associate ad una postura scorretta.

Il percorso fisioterapico e riabilitativo comprende:

– Una serie di esercizi mirati a prevenire rigidità muscolare, recuperare il movimento articolare, la propriocettività e la forza muscolare;
Tecarterapia che interviene efficacemente sull’infiammazione e favorisce la riparazione dei tessuti compromessi dal trauma;
– Laser Yag, un metodo di Laserterapia ad Alta Potenza che interviene per risolvere dolore e infiammazione;
Magnetoterapia che stimola la produzione ossea;
– Metodo Mezieres di rieducazione posturale totale.

Una fisioterapia efficace, in questi casi, dura dai 4 ai 6 mesi: va iniziata prima possibile, seguita costantemente ed accuratamente.

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